Arpad Weisz: un allenatore ad Auschwitz

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Arpad Weisz mantiene un primato: il più giovane allenatore di calcio ad aver vinto uno scudetto. E scudetti ne ha vinti 3: uno con la Ambrosiana (attuale Inter, 1930), due con il Bologna (1936 e 1937); oltre, sempre col Bologna, il trofeo dell’Esposizione di Parigi del 1937, l’antesignana della Champions League. Era quindi uno dei migliori allenatori all’epoca e la sua carriera sarebbe potuta ancora migliorare. Però era ebreo, e lo era in una delle fasi storiche più buie: in pieno delirio antisemita.
Le leggi razziali erano già in vigore in Germania da 3 anni. Lo divennero anche in Italia a partire dal 1938, quando Weisz allenava il Bologna. Che fosse un quotato allenatore non cambiava una virgola di fronte alla messa in atto delle persecuzioni. Finì ad Auschwitz insieme alla moglie Elena e due figli di 8 e 12 anni: Clara e Roberto.

Si può tentare di riabilitare il fascismo quanto si vuole, ma le leggi razziali a cui l’Italia, sotto Mussolini, aderì sono una porcata incancellabile. La cosa fu messa in pratica prima in modo ambiguo poi, biecamente, sempre più chiaro: con una campagna propagandistica di attacco agli ebrei coadiuvata da tutti i giornali allineati, anche “Il Resto del Carlino” (quotidiano ancora tra i più noti). Cominciò a spargersi la voce che troppi ebrei erano ai posti di potere, che gli ebrei non erano di razza ariana italiana e si iniziò a deriderli, denigrarli, tracciandoli con caricature che ne ridicolizzavano i tratti.
Di questo vergognoso attacco fu oggetto anche Weisz. Come lui altri sportivi: i giocatori Schlosser e Braun vennero arrestati a Budapest mentre cercavano di falsificare i propri documenti; Sindelar, calciatore austriaco, si tolse la vita in seguito alle persecuzioni.

L’8 aprile 1938 venne vietato agli ebrei di collaborare con giornali e riviste, il 17 agosto venne vietato coprire cariche pubbliche; seguirono il divieto di essere bancari, assicuratori e di dirigere grandi aziende. Col tempo i divieti si fecero sempre più asfissianti. Si arriverà al divieto di leggere e di farsi prestare libri dalle biblioteche.
Il 27 agosto 1938 venne fatto il censimento della popolazione ebrea in Italia. Risultavano presenti 8.100 ebrei. Molti nomi erano tracciati in rosso. Il documento era secretato presso il Ministero degli Interni.
Gli stranieri ebrei insediati in Italia dopo la data di 1 gennaio 1919 avevano l’obbligo di abbandonare il territorio entro 6 mesi, dopo i quali sarebbero stati espulsi.
Alla famiglia Weisz non rimane che una scelta: l’espatrio. L’ultima partita allenata da Arpad Weisz in Italia è datata 16 ottobre 1938. Formalmente non risulta esonerato dal Bologna, bensì trasferito all’estero.

Immagina di essere un padre di famiglia e trovarti in una situazione simile. Che fare? Restare non puoi; devi andare via, sì, ma dove? Alcuni ebrei riuscirono a fuggire fuori dall’Europa, che sarebbe stata, se possibile, la scelta più azzeccata. Ma qui ragioniamo col senno di poi. Weisz era braccato e doveva fare una scelta ragionevole tra emigrare e trovare un posto dove vivere e lavorare. Andò, con la famiglia, a Parigi, dove rimase qualche mese. Poi riuscì a trovare un ingaggio presso una piccola squadra olandese di terza divisione: il Dordrecht.
Siamo verso la fine del 1938; un anno dopo Hitler avrebbe invaso la Polonia e rapidamente i nazisti sarebbero arrivati in Olanda, la nazione occidentale che registrerà più vittime per deportazione (Anna Frank, per esempio).
Nell’anno in cui Weisz allenò il Dordtrecht, la squadra, che rischiava la retrocessione, si piazzò al quinto posto.

Con la solerte collaborazione degli olandesi, iniziarono i rastrellamenti. Gli ebrei venivano prelevati, casa per casa, al mattino presto, senza naturalmente alcun avviso. Prelevati, condotti su un treno e trasportati nel campo di concentramento di Westerbork, nel nord-est dell’Olanda.
Dal campo di concentramento di Westerbork partirono per i vari campi di sterminio circa 100.000 ebrei. Con un sistema organizzativo spaventoso per la sua efficienza burocratica, l’apparato funzionava in modo ineccepibile: a Westerbork erano disponibili 1725 letti, i treni partivano in giorni e orari prefissati; il numero di persone da caricare sui treni era di 1020.

Il treno che condusse la famiglia Weisz ad Auschwitz partì il 2 ottobre 1942. Dai documenti, sappiamo che viaggiarono nella stessa carrozza. Ammassati in piedi, senza cibo né acqua. Il viaggio durava giorni. Cosa avrà pensato Arpad, lui, uomo riservato e intelligente, in quelle condizioni, vedendo la propria moglie e i propri figli così? Non lo sapremo mai; ma di certo aveva capito. Di questo viaggio non possiamo fare che ipotesi. Probabilmente, Arpad fu obbligato a scendere a Cosel, nell’alta Slesia, dove i maschi adulti venivano condotti nei campi di lavoro. Qui probabilmente lasciò i propri famigliari, a cui restavano chissà quali umiliazioni, prima della fine. Loro, probabilmente, arrivarono a Birkenau e seguirono il destino delle madri con figli: messe in fila, selezionate per fare la doccia, spogliate, soffocate.
Invece lui, Arpad, sopravviverà ancora quasi due anni. Ormai solo, ridotto uno straccio, lavorando a ritmi allucinanti, ma resistendo, perché era comunque un atleta. Anch’egli, infine, crollò: 31 gennaio 1944.

Per approfondire: Matteo Marani Dallo scudetto ad Auschwitz

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