Dentro la poesia (6): Dario Meneghetti – Tra musica e poesia

Dario Meneghetti (San Donà di Piave, 1970) ha cantato come tenore nel coro della Fenice di Venezia. Dai primi anni Novanta ha fatto parte della redazione della fanzine d’avanguardia culturale “Limbranauta”. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia, Poesie Slatenti (Zona, 2019), Anima parvula (dei Merangoli, 2020), In un guscio di luna (con acquarelli di Ely Martini, Fiorina 2022), Killertango (Zona, 2022) e Poesie scelte (antologia curata da Marco Berisso e Guido Caserza, Zona, 2021). Suoi scritti prevalentemente in prosa si trovano nei volumi collettivi Limbranauta è stato qui (Youcanprint, 2018) e Limbranauta. Il lato D (Youcanprint, 2020). Nel 2023 è uscito il suo primo romanzo, Una pinta di nuvole (Ronzani). Affetto da sclerosi laterale amiotrofica, scrive con l’ausilio di una video-tastiera comandata dallo sguardo.

Teroni

Tu sei stato tenore nel coro della Fenice di Venezia, poi, parallelamente e a posteriori, ti sei approcciato alla poesia. La domanda da cui mi interessa partire è quale rapporto pensi che ci sia tra musica e poesia?

Meneghetti

Per me il rapporto contrappuntistico tra musica e poesia è quello tra la miccia e il cannone. Tante volte la poesia scaturisce dalla musica, altre volte la musica è dentro le parole.
Quando ho cominciato, verso i vent’anni, inseguivo solo la musica nelle parole, era una condizione assolutamente irrinunciabile. Sentivo il suono delle parole e cercavo di armonizzarle trovando il significato per strada. A volte riuscivo a tirare fuori qualcosa di valido. Poi sviluppatasi l’esigenza del dire qualcosa ho ridotto le premesse; ho ridotto le strade fino a farle coincidere.
Comunque le strade sono sempre aperte. Una mia caratteristica è il groove che cerco dentro gli abissi apicali fuori e dentro il mondo della poemusica.

Mi puoi spiegare meglio questa caratteristica degli “abissi apicali”? Cosa sono?

Sono il contrario di se stessi. Il punto di fuga della logica costruttiva. Affanculo la logica e la sfera semantica.

Voglio rimanere ancora sul tema della musicalità della parola. Ciò che dici mi fa pensare che, se prendiamo una poesia, c’è una sorta di melodia intrinseca nei versi. Ho provato a fare questo gioco con Dante: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura.” Se la dico a voce alta mi pare di sentire una melodia. Ma la stessa cosa può valere per, che so, Montale: “Meriggiare pallido e assorto…”. O, ancora più chiara in Pascoli. Pensa a L’assiuolo: “Venivano soffi di lampi / da un nero di nubi laggiù / veniva una voce dai campi / chiù.” C’è melodia nella poesia?

Sì, esatto. Solo che, andando nei particolari, una parola si unisce ad un’altra percorrendo la strada del legato che in musica è una cellula sonora senza soluzione di continuità. Legato appunto. Pensa a due parole come “alba aperta”, le due a alla fine e all’inizio delle due parole sono legate naturalmente. Si sente subito. Le due “a” sono legate, quasi in allitterazione.
Creano una legatura, sfacciatamente aperta con le consonanti “b” e “p”, a creare ritmo uguale. “Alba aperta” ha le “a”disposte uguali all’inizio e alla fine. La seconda “a” di “alba” sbatte sulla prima di “aperta” unendosi in “albaperta” si fonde in un legato totale. Diventa una parola sola. Il cerchio si chiude. Ragionando così, capire le parole che suonano insieme è facile.
Poi c’è il metodo classico dove la musica certamente porta all’ispirazione pura e semplice. Un giorno è venuto a trovarmi Luca, un amico violinista e a mezza serata si è messo a suonare un pezzo difficile di Ysaÿe. Io dalla sedia a rotelle son finito su Plutone e ho scritto:

Strade

strade storte, strade sparse
strade a quadri sospese ed arse
uniche vie traverse
strade dolci e diverse
dove perdersi è trovarsi,
dove ferirsi e innamorarsi
farsi luce e sparire
vestiti di note, lacrime
poi dormire.

Mi sembrano versi molto belli. Ma, fammi capire: il testo che hai scritto è, come dire, adattato alla melodia o semplicemente ispirato?

In sintesi: è legato alla musica perché in quel pezzo ci sono molti cambi di armonia e registro da cui è derivato Strade, perché quei cambi equivalgono a strade armoniche diverse con lo stesso obbiettivo. Il resto è pura ispirazione.

Da poco tempo mi sono appassionato alla scrittura di canzoni. Ho notato (ma dimmi se sei d’accordo) che un testo melodico, quando viene messo in partitura, ha sostanzialmente una corrispondenza tra sillabe metriche e note. Prendo per esempio un verso di Petrarca: “Solo et pensoso i più deserti campi”. Dovessi farne una partitura verrebbero 11 note, come 11 sillabe metriche.

Non ci sono regole fisse. Dipende soprattutto dagli stili. Non è automatica la corrispondenza tra sillabe e note. Non lo è mai stata e mai lo sarà. Pensa alle melodie ecclesiastiche barocche, dove “amen” dura otto battute o pensa al rap di Eminem, dove ci sono un miliardo di parole in due minuti di musica. Dipende dagli stili e dal proprio gusto personale. Il rapporto è rigorosamente variabile, come ben saprai. Pensa a terzine e quintine come si risolverebbero altrimenti. Un rapporto di base sicuramente c’è, nei recitativi soprattutto, che però sono noiosi.

Già che fai riferimento alla musica rap, mi viene da farti notare che molte tue poesie di Killertango hanno un ritmo rapido, con frequenti rime baciate o assonanze che mi ricordano il rap. Scelgo “Allegretto ma non troppo” e te ne cito qualche verso.


A cosa pensi
mi chiedi ma non senti,
hai l’africa nei capelli
il resto siamo foglie al vento,
assassino dei tuoi fianchi
mi chiedi cosa penso
ti chiedo se abbia senso
sbriciolato sotto i tacchi
sono polvere di flamenco…


Credo, in rapida intuizione, che questa tua poesia e altre, con una base adatta, si potrebbero rappare. Sei d’accordo?

Bravissimo! Sei il primo che se ne accorge. Mi hanno da poco chiesto di usare i miei brani per musicarli; uno che ha scritto per Guccini, Graziani e cento altri di grosso calibro. Vediamo come va.

Non mi sorprende… Si avverte musicalità nelle tue poesie e sarei davvero curioso di vedere (anzi, di sentire) cosa ne verrebbe fuori. Un’altra cosa che voglio chiederti è su questo strano uso che fai in molte tue poesie del dialetto, o di un simil dialetto in cui mescoli veneziano, napoletano e romanesco corrotti. È strano perché trattano argomenti malinconici, però quella lingua abbassa il livello dal dramma al comico.

Sì. Non so. Mi viene istintivo. Si aprono spazi diversi. È come suonare un requiem col flautino dolce e le nacchere. Poi il tono ti porta al terricolo comico naturalmente, che intendo come un modo di aprire al vero e al profondo senza riguardi stilistici.
Aggiungo che la musica che deriva da quegli idioletti governa lo swing del pezzo jazzisticamente; è potente e ti trascina nel suo mondo tzigano-mariachi.

Tu hai pubblicato anche il romanzo Una pinta di nuvole. In questo romanzo c’è un capitoletto formidabile intitolato “Pausa merda” che si conclude con una “Ode alla merda” in versi. Racconti di come per parecchi giorni scaricavi l’intestino con penosa frequenza; ma lo racconti con un registro comico che fa sganasciare dal ridere.

Sì. In “Pausa merda” dico che è possibile ridere di tutto sinceramente, anche della propria rovina o morte, questo ci salva un po’. A volte è l’unica possibilità di affrontare il discorso senza rovinare sull’autocommiserazione inutile e noiosa. È la visione attraverso l’assurdo della nostra stessa esistenza. Siamo la palla pazza che strumballazza in questo universo giocattolo, niente di più o di meno. Con la logica dell’assurdo, gli sgherri del destino non si nutriranno della nostra realtà all’aglio e peperoncino. Questo cerco di dire con “Pausa merda”.

C’è un altro aspetto della tua poesia che mi intriga, ed è il tuo continuo cambiare registri, temi e modi espressivi. Passi dal comico al riflessivo, dal satirico all’elegiaco, e poi tocchi anche la lirica d’amore.

Sì, è vero, c’è una grande varietà di stili (come notato da quegli energumeni intellettuali di Caserza e Berisso nella nota introduttiva a Poesie scelte), e non conosco altro modo di scrivere. La musica mi piace tutta. Sono musicalmente onnivoro. Così, nella poesia o nella letteratura, non faccio prigionieri; non do scampo. Parlo d’amore senza capirlo, della mia situazione come trampolino per fare poesia. Stranamente il filo erotico-sessuale non è rappresentato che da un’unica poesia, nonostante la mia indole sporcacciona.

Hai detto che parli della tua situazione come trampolino: è forse anche un modo per eluderla?

No, per me la poesia non è una fuga dalla mia condizione, ma più un rifugio, un mondo mentale dove esisto col mio desiderio di esprimermi. Sono la rondine fuori dalla finestra che trottola nell’aria di maggio.

Er nord

Fussi er nord peddavero
te ddarei na pace bboreale
pe l’orizzonte de l’occhi tui
te potrebbi mostrà er sentiero
sarei cometa dennatale
de sti giorni bbui
vabbè te sei sposata
e tocca a sopportà
de te se resto senza,
armeno me permetti?
te farò de lucciola un chiarore
sarò el lumino che spengi
e quasi baci
aaccanto ar letto.

(da Killertango, 2022)

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