Beethoven: l’arte della gioia

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Ludwig van Beethoven (1770-1827) sembrava fisicamente scolpito nel legno: era alto 1,62, robusto, occhi color grigio-blu, sguardo torvo, capelli lunghi folti spessi neri e uno strano sorriso, qualcosa di più simile a una smorfia che a un sorriso, come se fosse incapace di sorridere e gli uscisse una specie di ghigno sofferto.
E il suo carattere pare in sintonia con il suo aspetto: ciò che maggiormente lo caratterizzava era il rigore morale, su certe convinzioni era irremovibile, come un massiccio tronco, appunto, radicato alla terra.
Di famiglia povera (il padre era un tenore, ma più alcolista che tenore), la madre una brava donna, che morì giovane, lasciando quindi B. ragazzo a dover gestire le faccende economiche di casa (dato che il padre era perennemente in bolletta). Quindi lavorava, con lezioni e componendo, e rimase sempre questo il suo lavoro, ma per tutta la vita, a parte qualche breve periodo di quiete, dovette barcamenarsi tra le difficoltà finanziarie.

Rigoroso, tenace, serissimo, aveva dei tratti puritani: provava una sorta di disgusto per i discorsi dissoluti (amava la musica di Mozart, ma riteneva certi suoi aspetti troppo leggeri). Aveva dell’amore una visione sacra ed era votato quindi a facili inganni o delusioni. Tutte le volte che si innamorò finì trascinato in un vortice di emozioni che finivano sempre per lasciarlo nel più cupo abbattimento.
Intorno ai 30 anni si innamorò perdutamente di Giulietta Guicciardi (più giovane di lui di 12). A lei dedicò la “Sonata al chiaro di luna”. Diceva che la amava e che lei amava lui, ma c’era un grosso fraintendimento di fondo. In realtà lei era una persona infantile ed egoista; lo trattò come una pezza da piedi e finì per sposare un altro (1803, il conte Gallenberg). Le conseguenze psicologiche per B. furono disastrose. Fu forse questo il punto della sua vita più vicino al suicidio; se non lo fece, fu solo grazie al suo rigore morale.

Nel 1806 ufficializzò un rapporto con Therese von Brunswick, innamorata di lui dal tempo, da quando, ragazza, le impartiva lezioni di piano. I due si fidanzarono con il consenso del fratello, amico di B. La fase di equilibrio sentimentale giocava naturalmente a favore della sua salute (già soffriva di una certa sordità). Si dimostrava più sicuro di sé, felice e convinto del valore di ciò che creava, addirittura più sereno ed elegante.
Eppure, per quanto i due si amassero, per ragioni ignote (forse incomprensioni emerse col tempo, forse la precarietà economica che non rendeva agevole il matrimonio, forse il caratteraccio di B.) la relazione finì, circa nel 1810. Dalle testimonianze che abbiamo, ancora anni dopo, egli abbracciava il ritratto di lei. Non era quello che si definirebbe un uomo logico.

Seguirono anni di solitudine sentimentale ma di trionfo musicale. In questa fase di successo prese coscienza del proprio genio e non lo fece certo con moderazione. Aveva una enorme considerazione di sé: “Sono io” affermò “che do agli uomini la divina frenesia dello spirito”. Forte di ciò, assumeva il proprio rigore morale come esempio ineccepibile di esistenza. Per esempio, durante un incontro con Goethe (di cui stimava gli scritti ma disprezzava l’atteggiamento libertino) gli fece una sorta di ramanzina, tanto da lasciare un Goethe umiliato e indispettito.

Intorno al 1812 compose la Settima e l’Ottava sinfonia. Le sue idee politiche (fu un convinto sostenitore delle idee repubblicane e dedicò la sinfonia Tre a Napoleone) divennero più conservatrici e, non a caso, fu il musicista più glorificato al tempo del Congresso di Vienna. Proprio a Vienna, la città in cui viveva ma non amava (città, per lui, eccessivamente mondana) il suo successo raggiunse l’apice.
Da Vienna vorrebbe andarsene, ma Vienna offre dei vantaggi: l’arciduca Rodolfo, il principe Lobkowitz e il principe Kinsky si impegnarono nell’elargirgli una lauta pensione, in modo che potesse risolvere ogni problema economico e dedicarsi solo alla musica. La proposta venne accompagnata da parole iper-elogiative.
Così scelse di rimanere a Vienna e lo fregarono: la promessa pensione venne pagata sempre meno puntualmente, fino a cessare del tutto. Intanto i tempi cambiavano e cambiava la moda: la sua musica non era più all’apice. Ora andava una musica meno rigorosa, più spensierata; come, per esempio, Rossini.

Cominciarono nuovi e più gravosi guai. Dopo la fase di gloria, la caduta. Innanzitutto vennero a morire o a sparire gran parte dei suoi protettori; a ciò si aggiunse che il suo carattere bilioso lo portava a scontrarsi con diverse persone. Come se non bastasse, la sua sordità, che andava peggiorando con gli anni, si fece completa. Nel 1822, mentre dirigeva il “Fidelio” commise dei clamorosi errori di tempo con i musicisti. Il motivo era semplice: non sentiva… i suoi movimenti erano in ritardo rispetto all’orchestra.
Ci volle un amico per convincerlo di interrompere l’esecuzione. Fu umiliante e ne seguì un ulteriore isolamento.
Secondo i testimoni, guardarlo suonare, in questa fase, risultava compassionevole. Se provava a suonare pianissimo, le sue dita rasentavano con tale delicatezza la tastiera da non produrre alcun suono.

A ciò si aggiunse una condizione economica che rasentava la miseria. Pare che evitasse di uscire di casa perché aveva le scarpe bucate. Le sue opere fruttavano quasi nulla ed era pieno di debiti.
Due cose lo consolavano: la musica, naturalmente (ma era sordo) e la natura (amava passeggiare in solitudine nei boschi). Vi era però una persona a cui era fortemente legato: il nipote, figlio del fratello defunto. Nipote per il quale aveva dovuto lottare legalmente per ottenerne la potestà. Ma questo nipote, Karl, divenne frutto di ulteriori dolori: sperperava soldi in bordelli, divertimenti di ogni tipo, mentre lo zio avrebbe voluto che studiasse, che si comportasse da bravo ragazzo, insomma. Karl stesso imputerà allo zio la propria vita degenere, e il motivo era che lo zio era troppo severo con lui, si aspettava troppo da lui. Il loro rapporto fu un continuo altalenarsi di liti e riconciliazioni.

In questa condizione di disperazione, disabile, senza soldi, senza una donna, con continue delusioni, B. compose la nona sinfonia: l’inno alla Gioia. Grazie ad essa, di nuovo il suo nome venne riabilitato, ma solo parzialmente. Per quanto alla prima esecuzione della Nona vi fu un’ovazione di pubblico, il trionfo non cambiò quasi per nulla la sua situazione. Certo, godé tantissimo dell’ovazione che gli veniva elargita, tuttavia la sua condizione pratica, finanziaria, psicologia, rimaneva pietosa.
Dopo la Nona, compose altre opere, tra cui la Decima. Tuttavia la Nona segnò un passaggio psicologico: è come se lo avesse aiutato ad andare oltre la propria condizione di miseria, come se ormai nulla potesse scalfirlo. Chi lo incontrava in questo periodo, e siamo verso la fine, riconosceva in lui una serenità nel volto. Pareva consapevole che, al di là del proprio individuale dolore, gli rimaneva una sorta di missione: l’aver creato e creare qualcosa che rimanesse come dono per l’umanità.

Nel novembre del 1827, in seguito a un viaggio fatto per garantire il futuro al nipote Karl, si ammalò di pleurite. Il nipote avrebbe avuto l’incarico di chiamare un medico, ma lo fece con due giorni di ritardo (per dimenticanza, a suo dire). Le condizioni di B. si aggravarono. Lottò con la malattia per circa cinque mesi, poi, il 26 marzo 1827 (c’era una tempesta di neve quel giorno) rese l’anima al cielo. Pare che le sue ultime parole furono: “Finisce la commedia”.

Per approfondire: Romain Rolland Beethoven

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