Dentro la poesia (10): Mariano Bàino – Poesia e sperimentalismo

Mariano Bàino (Napoli, 1953) è stato tra i fondatori, nei primi anni ’90, della rivista “Baldus” e del Gruppo 93.
I suoi libri di poesia comprendono Camera iperbarica (Tam Tam 1983); Fax giallo (Il Laboratorio, ed. non venale con serigrafie,1993, II ed. Zona 2001); Ônne ‘e terra (Pironti 1994; II ed. Zona 2003); Pinocchio (moviole) (Manni 2000, Premio Feronia); Sparigli marsigliesi (Il Laboratorio, ed. non venale con acquetinte e acqueforti, 2002, II ed. d’If 2003); Amarellimerick (Oedipus 2003). Ha pubblicato le opere di narrativa: L’uomo avanzato (Le Lettere, 2008); Dal rumore bianco (Ad est dell’equatore, 2012); In (nessuna) Patagonia (Ad est dell’equatrore, 2014); Il cielo per Roma (Exorma, 2021); Di bistorte lune (Galaad, 2023);
Ha riunito aforismi, prosette, microracconti, in uno zibaldino dal titolo Le anatre di ghiaccio (L’ancora del mediterraneo, 2004). Ha tradotto poesie di Góngora, Frénaud, Lely, Fersen. Suoi testi sono stati tradotti negli in Brasile, Canada, Stati Uniti.

Teroni

Lei è stato uno dei principali artefici del Gruppo 93 e uno dei fondatori. Cosa reputa che rimanga di vivo e attuale di quella esperienza?

Bàino

Quantomeno la natura dei problemi allora individuati, fra cui l’ iperspettacolo estetizzante dei consumi, una certa concezione del “poetico” e della “poesia” come semplificazione effusiva, il mitizzare la figura del poeta… A parte ciò, nella contemporaneità poetica qualche elemento riconducibile all’esperienza del Gruppo 93 è presente. Non filiazioni dirette, ma un rapporto complesso e problematico con la soggettività mostrata nei testi, la tensione verso l’intermedialità, l’idea di una scrittura della complessità…

Il Gruppo 93 era nato nel 1989 e ne facevano parte diversi autori, tra cui lei. Qual era l’intento che vi accomunava? E che cosa era escluso da quel tipo di progetto? Glielo chiedo perché ricordo che, proprio Sanguineti, aveva detto che è interessante vedere “cosa manca in un autore, piuttosto che cosa è presente”.

Direi il bisogno di opporsi alla situazione di quel periodo storico, al mercato. Il voler tentare di salvare una funzione critica della letteratura. Il desiderio di una vera discussione letteraria. L’ idea di Sanguineti che lei ha ricordato (vedere cosa manca in un autore) può dirci magari qual è la sua rimozione, e quindi la sua ferita o la sua ideologia, la sua visione del mondo. Non so se la stessa operazione può valere rispetto a un gruppo.

A me pare (mi dica se è d’accordo) che invece, proprio nell’ultimo trentennio, il mercato editoriale abbia preso una piega sempre più commerciale, con l’uso di strategie quasi monopolistiche di controllo delle librerie. Che spazio può avere una vera discussione letteraria, se non un confronto tra pochi esperti?

Mi riferivo al periodo in cui si è svolta la vicenda del Gruppo 93. Poi, certo, il mercato è diventato sempre più mercantile, diciamo così, fino a considerare i testi, soprattutto dei giovani autori, come materia prima da plasmare. E con le librerie, come dice Lei, pressoché sotto controllo monopolistico. La discussione di allora, del gruppo 93, ha avuto lo spazio che poteva avere. Discussione fra esperti? Era inevitabile.

Il Gruppo 93, alla sua nascita, fu appoggiato da diversi autori del Gruppo 63. Quel “9” che pare un “6” all’incontrario farebbe pensare a un rovesciamento. C’era invece una continuità?

Mettiamola così: è come nell’esperimento mentale di Schrödinger, in meccanica quantistica, per cui gli stati di gatto vivo e morto sono presenti contemporaneamente.

Vorrei adesso passare a qualcosa di più individuale di Lei come scrittore. La prima cosa che voglio chiederle è tecnica: scrive al computer o a penna o, che so, alla macchina da scrivere? E come costruisce i suoi testi: ha un metodo o una sorta di rituale per scrivere una poesia?

Prevalentemente al computer. Quando si rende necessario uno sforzo di particolare chiarezza, perlopiù legata al ragionamento esplicito, ricorro a volte alla penna. Ma da un po’, per via della mano destra malandata, l’ operazione è fisicamente dolorosa e perciò rara. Il computer mi va bene per la sua versatilità. Mi convinsi a provarlo, già negli anni Ottanta, a seguito delle considerazioni di Umberto Eco e di Furio Colombo. Ricordo ancora la scritta “BOOM” che si visualizzò sullo schermo di un mastodontico Olivetti, la prima volta che lo accesi. Quella presa in giro mi piacque, la trovai un modo buffo per aggirare le resistenze da umanista che avevo, come tanti altri. La vecchia macchina per scrivere (la Lettera 32), ogni tanto la tocco, ma nulla di più. Certo, ha la forza del passato, ma ricordo anche il diabolico momento in cui c’era da cambiare il nastro… Circa la costruzione dei testi poetici, fra metodo e rituale, vi è un primo momento in cui raccolgo materiale da mettere intorno a un’idea che non vuole sparire, che resiste al tempo che passa (un’ idea, appunto, una suggestione, che so, una piazza, un volto, un ricordo, un fatto, un fattoide…). È il momento del begriffo, diciamo così. Poi c’è un altro momento, che io chiamo il lancio dei dadi, in cui lo sguardo deve farsi trasversale, anche un po’ allucinato, guidato dal preconscio e persino da momenti di aleatorietà… All’incirca è così.

La differenza, se c’è, tra scrivere con una penna o con una macchina, mi ha sempre incuriosito. Pare che Nietzsche usasse in una certa fase (anche per problemi di salute) la macchina da scrivere. Mentre pare che Tolkien usasse la penna. Avevo letto un’osservazione di Heidegger interessante su questa cosa: diceva (cito a memoria) che una “a” scritta a mano ha la caratteristica di una nostra totale individualità; mentre la “a” a macchina (o computer) è una lettera omologata. Non crede che possa diversamente influenzare nel modo di scrivere?

Il fluire dei pensieri, se vogliamo, è qualcosa di corporale, per cui è possibile che in base a sensazioni del momento si voglia usare un mezzo anziché un altro. Ma il mezzo ha un’influenza determinante sugli esiti del testo? Un critico letterario, uno studioso, resta comunque di fronte al testo, non c’è modo di valutare l’ effetto sullo stile di una tastiera o di un pennino di stilografica. Mi piace, al computer, vedere i versi come verranno a stampa, come si dislocano nello spazio (in fondo ho esordito da poeta visivo, innamorato di Un coup de dés n’ abolirà jamais le Hazard, con cui Mallarmé ha giocato per primo con il bianco tipografico). Ma non penso che con un altro strumento sia impossibile ottenere certi risultati.

Nei Suoi primi testi c’è una contaminazione linguistica di napoletano e italiano, fortemente sperimentale. Nei suoi ultimi testi ricorre al sonetto. C’è un netto salto di scelte formali. Qual è il motivo?

La contaminazione linguistica ha avuto seguito in vari modi negli anni Zero con la trilogia giocosa Sparigli marsigliesiAmarellimerickPinocchio (moviole). Poi l’ elemento sperimentale agisce diversamente. Il recupero del sonetto per me non è un ritorno all’ordine, ma un diverso modo di continuare la ricerca simultanea di immagine, suono, senso.
Aggiungo che nel mio libro dialettale (primi anni Novanta) si trovano tradotti tre sonetti di Góngora. E Fax giallo, per il suo isomorfismo, secondo la codificazione di Mengaldo è una forma chiusa. Sto con Montale, per il quale il problema delle forme aperte e delle forme chiuse è un problema di poco interesse, in quanto non si dà poesia senza artificio. In ogni caso.

Un’ultima domanda e poi, per chiudere, il Gioco della Torre. Voglio agganciarmi al riferimento che fa al libro Pinocchio (moviole). Anche Lei, come hanno fatto altri, ha ripreso la figura di Pinocchio. Manganelli ne aveva individuato l’aspetto ribelle e luttuoso; Lei si è concentrato sulla metamorfosi che caratterizza Pinocchio. Pensa che la sua trasformazione sia definita o si sente ancora in potenziale metamorfosi?

Definisco le poesie che sto scrivendo da qualche anno come il mio stile tardo. Se farò anche altro, e in modi nuovi, chi lo sa.

Gioco della torre: È costretto a salire sul ring per un incontro di sfida poetica in 5 round. Chi sceglie come avversario: Sanguineti o Luzi e perché?

Ma io non ho avversari… E sono l’unica persona che mi ha influenzato…

thanksgiving

    (a guillaume le blanc)

arrivare a comporre un mondo da quello degli altri
un insieme di gesti a trasformare materiali
diffusi sarà un’arte per quanto minore se vuoi
delle minime vite e con l’esempio di charlot
quando scontorna il senso di una scarpa nel giorno dedito

tutto al ringraziamento e diciamo così la mangia
di certo un’arte povera di chi non può starsene fermo
e l’assemblare un nido essere a casa è uno spostarsi
fra gli spazi degli altri mentre avviene il ruscellamento
della ricchezza a tutti secondo la nota teoria

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