Dentro la poesia (2): Vincenzo Bagnoli – Poesia come eterotopia

Vincenzo Bagnoli (Bologna, 1967) è tra i fondatori di «Versodove». Autore anche di saggi di critica letteraria, ha pubblicato le raccolte 33 giri stereo LP (Gallo & Calzati, 2004), FM – Onde corte (Bohumil, 2007), Deep Sky (d’if, 2008), Offscapes. Beyond the Limits of Urban Landscapes (con foto di V. Reggi, Trafika Europe, 2016), Soundscapes. 33 giri Extended Play (Carteggi Letterari, 2018), Waves (Industria e Letteratura, 2022). Ha realizzato i testi dell’album Bologna ’67-77 della band Stratten (NML, 2012) e del graphic novel di Elena Guidolin, Outlandos (GIUDA edizioni, 2016); ha inoltre collaborato ad alcuni documentari di Home Movies e Mammutfilm.

Waves. Con CD-Audio

Teroni

Vorrei addentrarmi con te nel territorio della poesia. Non tanto della poesia in generale né nelle tue poesie in particolare, quanto su come scrivi, su come ti approcci alla poesia.

Bagnoli

Mi approcciavo una volta. Ultimamente non mi approccio più; nel senso che non scrivo più, ormai da tre o quattro anni.

E quindi Waves, quando lo hai scritto?

Waves è stato scritto tutto prima. Ho iniziato quelle poesie, credo, nel 2008… 2009… sì. Alcune devono risalire a quell’epoca. E l’ho finito durante la mia psicoterapia, intorno al 2018; poi ho corretto qualcosa nel ’19.

La poesia è, diciamo tra tutte le arti, quella che forse mantiene un alone di elevato. Sei d’accordo?

Sono d’accordo che molti la vedano così. Non sono d’accordo sul fatto che debba essere questo. Per me la poesia, come diceva Roversi, deve scendere dalla torre d’avorio, scordarsi di cantare e imparare a parlare, sedendosi ad un tavolo, con tutti gli altri. Io, per molte delle mie poesie, parto da un dialogo tra i testi delle canzoni pop-rock (più di nicchia, meno di nicchia, comunque popolare) mettendole in relazione con il fare letterario in senso più stretto, e insieme con i discorsi della quotidianità.
La poesia non ha nulla di elevato se non un grado di difficoltà, che non deve essere una maschera stilistica, un podio su cui salire per parlare. Deve essere una particolare densità linguistica, tale che ci sia un gioco di riverberi tra vari livelli di linguaggi, di significato, di significante, anche.

La poesia richiede allora un lavoro sul linguaggio più specifico di un altro tipo di comunicazione?

Sì. Se è in grado di fare quello che dicevo: mettere in comunicazione tanti linguaggi tra loro. Perché se la poesia si piglia soltanto il suo linguaggio aulico, delle tradizione, e lo eleva ancora di più, lo raffina ancora di più, fallisce completamente il suo scopo. La poesia, come hanno insegnato le avanguardie e le neoavanguardie con Sanguineti, deve sapersi mettere a un livello di orizzontalità rispetto al potenziale lettore-ascoltatore. E quindi deve costruire la propria densità dialogando con tutte le lingue che può conoscere il lettore ascoltatore. Anche quelle della quotidianità.
Come diceva Sanguineti: prende un piccolo fatto quotidiano… e poi magari lui ci faceva dialogare un testo di Dante, la musica atonale di Berio, tutte cose un po’ alte. Io ci faccio dialogare Virgilio o Elliot, Joy Division, Ariosto e i Rolling Stones…

Forse la poesia, in origine, non era così.

Assolutamente no. Io credo che la poesia nascesse (ho un po’ questa visione marxiana) quando l’uomo poteva finalmente smettere di lavorare, avendo fatto il pescatore o cacciatore la mattina, il pastore nel pomeriggio, la sera si metteva intorno a un fuoco e si cercava di rivivere quello che si era vissuto raccontandoselo. E raccontandoselo in una maniera tale per cui, dagli echi del linguaggio, scaturiva nuove visioni di quello che era accaduto. Magari, con l’uso di un linguaggio immaginifico, uno riusciva a far capire a un altro quello che aveva realmente provato in una determinata situazione. La poesia nasce da una forma di comunità intorno a un fuoco; credo che i nostri antenati la vivessero così, come vivevano la pittura sulle pareti delle loro caverne. Una rievocazione suggestiva della propria esperienza.

Suppongo quindi che tu non pensi che vi sia un linguaggio adatto alla poesia e un linguaggio non adatto.

Il linguaggio va cercato. Non c’è una scatola in cui c’è il linguaggio della poesia. Ognuno se lo deve cercare battendo tutti i territori, tutti i discorsi. Il linguaggio della poesia va reinventato da ogni persona che voglia seriamente scrivere poesia. Se no uno può imitare la poesia in maniera in cui è stata già scritta; può scriverla come Pusterle o come Sanguineti o come Montale o come Ungaretti o andare indietro fino a Petrarca, ma così facendo imita una maniera, ripete il già detto, non fa poesia.

Però, rimane il fatto che vi sia un linguaggio accolto come “poetico”. Tu scrivi una cosa a una donna e lei: “Come sei poetico!” Da dove deriva questa cosa?

Ci sono due aspetti da distinguere: l’aggettivo “poetico” spesso viene usato impropriamente. Io lo sento spesso usato come sinonimo di “fuori dall’ordinario. Che so… Tu vai dal direttore di una banca e gli chiedi un prestito perché vuoi realizzare un tuo sogno… e lui ti risponde: “Ah… lei è un poeta!” – in tono denigratorio, per dire: “Lei vive nel mondo della fantasia!” E così la partner può dirti che usi un linguaggio poetico perché vai fuori dalle righe della quotidianità. Il direttore della banca vuole che tu stia nella quadratura della situazione, perché lui vuole trattare affari concreti. La fidanzata no… vuole che la trasporti in un mondo di sentimenti acuiti, di sensazioni più intense; come si fa quando si fa l’amore. In tutte e due i casi, l’aggettivo “poetico” indica uno scarto.

Secondo te, per te, scrivere poesie nasce più da un piano emotivo o da un piano razionale?

Tutte e due le cose se no, non sarebbe poesia. Se nascesse solo da un piano emotivo, sarebbe una frase romantica, per l’appunto; se nascesse solo da un piano razionale sarebbe una buona prosa, probabilmente. La poesia sta nel mettere in gioco tante risorse dell’essere umano, tra logiche e razionali, emotive e percettive, tra l’esperire il mondo con la ragione e con il senso.

Viene ovvio chiederti: perché non hai più scritto?

Non lo so. Forse perché sentivo una mancanza, prima, che cercavo proprio nell’altrove della poesia. Qualcuno più intelligente di me l’ha chiamata “eterotopia”. Non “utopia” ma “eterotopia”: un altro modo di vedere, di dire le cose. Cercavo nella poesia di costruire questa eterotopia. Poi, tra il percorso di analisi junghiana e altri fatti esistenziali che hanno portato una maggior realizzazione, non ho più sentito il bisogno di costruirmi quella eterotopia.

Sei guarito dalla poesia!

Sono guarito dalla poesia! La prima cosa che mi è venuta in mente è proprio l’immagine di Svevo. Poi… qualunque psicologo ti dice “la guarigione non esiste mai!”. Però… al momento mi sento così.

In qualche modo, quindi, la poesia è una forma di cura? O meglio: scrivere. E perché è una forma di cura?

Proprio perché consente di dislocarsi, di guardare le cose dal di fuori: toglierti da quel continuo rimuginio che facciamo quando ci lamentiamo: ahi ho mal di schiena… ahi come sono sfortunato… ahi come mi va male la vita. Ti togli da tutto questo, lo guardi dal di fuori e cerchi di capire; di capire non tanto te stesso come individuo, ma di capire come vanno le cose, di cosa significa essere umani. Poi, quando le cose ti vanno bene, non te lo chiedi; stai bene dove stai.

È quindi allora vero che la scrittura nasce da un’incapacità di vivere, da un dolore?

La scrittura nasce dall’incapacità o dalla difficoltà di vivere, dall’impossibilità di affrontare determinate situazioni. Quando riesci ad affrontarle, non hai bisogno più della scrittura.

Allora, ha ragione il direttore di banca… quando dice “Lei è poetico…”. Insomma… “Torna alla realtà!”

Se nella realtà ci stai bene, hai tutte le ragioni di starci; se non ci stai bene, hai tutte le ragioni per scrivere. Vale anche per la scrittura in prosa: anche chi scrive in prosa cerca di chiarirsi delle cose. Il direttore di banca ha ragione solo nei termini in cui a lui interessa la tua capacità di usare i soldi per essere in grado di restituirli. E quindi non gli interessa che tu circostanzi il tuo bisogno di soldi con ambizioni o desideri. Li taglia fuori perché li escludi dal suo discorso. A lui, al capitalismo, all’economia non interessano i desideri, a meno che non siano immediatamente mercificabili e traducibili in profitto. Invece la scrittura si occupa proprio di quello, dei moti della psiche. Tra l’altro, ti dirò, un’altra categoria che taglia fuori la poesia, la scrittura dell’altrove (chiamiamola così) sono proprio gli stessi psicologi, gli psicanalisti.

Cioè?

Perché ti dicono: adesso qui non mi faccia poesia, perché noi siamo qui per cambiare le cose. Quindi, ci si chiede: la poesia serve per cambiare le cose? Forse no! Però, come ha scritto Italo Testa di recente, “non può cambiare le cose, però potrebbe darci un’immagine di come le cose potrebbero essere!”. Capisci? È qualcosa di diverso dalla realtà; è qualcosa di separato che ti serve quando devi fare un passo indietro e capire cosa fai. Poi, quando hai capito, puoi andare avanti. Può essere un modo per denunciare il dolore, per progettare la felicità, o un cambiamento (o anche per rendersi conto della propria stupidità!) Ma non ti fa fare un passo avanti, quello è qualcosa che avviene dopo, su tutto un altro piano…

Anche se una poesia viene male? Se è brutta?

Anche se viene male. Se è brutta può esserti servita a capire qualcosa. Poi… brutta è, secondo me, quando non dice nulla, quando è sterile ripetizione del già detto. Se dice qualcosa a te o agli altri che ti leggono o ti ascoltano, allora non è brutta.

Secondo te c’è un modo per definire una poesia? Basta che sia in versi? Qual è il criterio per dire “questa è poesia”?

Direi che, per farla breve, è poesia quel prodotto linguistico che riesce a creare tra le parole collegamenti suono, ritmo, memoria, esperienza, attraversamento di territori, che riesce a descrivere quel momento in cui il nostro corpo incontra il nostro mondo e si individua – individua il mondo e individua il corpo attraverso questo incontro. È qualcosa che riguarda la pelle, che riguarda lo sguardo, l’olfatto, il gusto, tutto quanto. Solo se riesce a mettere in gioco tutto questo, è poesia. Altrimenti no.

Hai ricevuto un invito a cena da passare con un poeta del primo Novecento. Tra Filippo Marinetti e Guido Gozzano, chi speri che sia e perché?

Marinetti, che beveva bene ed era pieno di figa. Gozzano a cena ti attacca la tisi.

EASYRIDING

l’onda liquida dei giorni lontani ha il suono leggero di un arpeggio
su una chitarra a dodici corde e lungo il fiume, past the shady trees,
c’è ancora l’ombra di me in agguato, quello che fui o dovrei essere stato
il tempo perso, le voci smarrite, i miei ricordi, le spine e un rancore
ormai soltanto in sogno ci parliamo e qualche volta mi abbracci, il tuo corpo
lo sento ma riesco mai a vederlo; tocco l’impronta, il peso, la pressione:
un calcolo sottile di tensori, un’algebra che cerco di tenere
a mente anche dopo il risveglio: è questo il desiderio che mi resta,
la ripida ricerca di una cifra, il calcolo spietato di un valore?

Da Waves (2022)

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