L’ascesa al potere del nazismo.
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L’ascesa al potere del nazismo
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L’ascesa al potere del nazismo
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→ No CommentsTags: Maurizio Teroni · Narrazioni storiche
L’Argentina, come tutto il sud America, è un paese fitto di contraddizioni e contasti sociali. La forbice economica che differenzia i poveri dai ricchi, se in Italia è ampia e in questi anni si è ancora più accentuata, in Argentina è al limite. Questo divario sociale è rappresentato dall’esistenza di due realtà opposte: le villas e le country. Le villas (il nome esteso è villa miseria, Wikipedia la definisce un “insediamento informale formato da case precarie”), parallele alle favelas brasiliane, sono una sorta di quartiere in cui vivono i più poveri, i più emarginati, e dove la legge stenta a penetrare. Sono luoghi infrequentabili, se non dagli stessi abitanti delle villas. Tutti coloro che ho conosciuto mi hanno detto di non esserci mai entrati. Si tratta quindi di zone inaccessibili dall’esterno, un luogo chiuso, per quanto privo di reali barriere.
Le country sono invece l’esatto opposto: quartieri pensati e creati apposta per gli iper-benestanti. Chiuse da mura, cintate da filo spinato, sorvegliate giorno e notte da guardie, sono l’emblema della ricchezza. Non ho avuto modo di visitarne una. Le ho solo viste dall’esterno. Ho visto un recinto di alte mura, appunto, e un’entrata, dove c’erano due guardie e un grande cancello. Diego mi ha raccontato che, se sei invitato a una cena o a una festa all’interno di una country, devi presentare il tuo documento all’entrata. Le guardie controllano i tuoi dati ed eventualmente ti fanno passare. Lì dentro, naturalmente, si abbonda in fatto di lussi.
Si tratta comunque di una realtà imprigionata in sé stessa, che vive uno sfarzo paranoico. Villas e country, quindi, per quanto opposte, sono entrambe condannate all’esclusione dal resto del mondo.
Mi sembra un’ottima metafora della realtà, non fosse semplicemente realtà.
Viaggiamo in auto da Banfield (a sud di Buenos Aires) diretti verso nord. Dall’autostrada si può ammirare una villa, l’ultima nata: chilometri di baracche concentrate nella pianura.
L’autostrada che porta al centro della città è continuamente intasata. Non si vedono molte auto di lusso (comprare un’auto è per un argentino molto più oneroso che per un europeo, essendo i prezzi praticamente identici, ma diversissimi gli stipendi). Gran parte delle macchine sono di media cilindrata. Poche le nuove. Parecchie quelle che per noi sono quasi oggetto da collezione. Molte sono vere e proprie carcasse arrugginite.
Superate le uscite per Buenos Aires centro, il traffico si scioglie e si riprende a viaggiare. Puntiamo nella zona nord della provincia, verso il comune di Tigre, che si estende lungo il delta del rio della Plata.
Programma della giornata: gita in yacht lungo il fiume. Un amico di Mario ne possiede uno e ci ha gentilmente invitati a fare un giro.
Debbo precisare che, pur essendo di Genova, ho viaggiato sull’acqua rare volte, e sempre su mosconi o canotti o grandi navi… Gli yacht li ho solo ammirati dalle banchine.
Entriamo nel porticciolo e posteggiamo.

Martin mi dice: “Stai per conoscere la irrealidad argentina. Lo 0,5%…” Mario non è d’accordo. Secondo lui è 1%.
Attraversiamo la banchina in mezzo a frotte di barche a vela e yacht, fino a raggiungere il nostro. L’amico Michele, un panciuto e ridente industriale, ci attende sorridente. “Anch’io origine italiana” mi fa stringendomi la mano.
Poi ci dà qualche dritta su cosa fare o non fare (in sostanza due regole: tenersi stretti e attenti alle capocciate se si scende in cabina). Per il resto, ci fa un ampio gesto, a dire: godetevela.
Subito mi trattengo. Un vago imbarazzo. Ma l’atmosfera è rilassata, il clima ottimo. Dopo cinque minuti sono faccia al vento, sigaretta in una mano e Coca-Cola nell’altra. Con un sorriso tipo Garfield.
Comincia così il nostro viaggio lungo le centinaia di diramazioni del delta. Risalendo queste acque si arriva in Paraguay, scendendole si sfocia invece verso il mar de la Plata, e quindi l’oceano.
Intorno a noi una fitta vegetazione, di un verde intensissimo. Alberi giganteschi. Stupende case in legno (prezzo medio 50 mila euro…).

Salutiamo con beato gesto gli altri naviganti.
Mario mi spiega che queste terre a ridosso del fiume sono nate da formazioni di fango e foglie trasportate dalla corrente. Con il tempo si sono accumulate rubando spazio alle acque. Ogni tanto mi fa notare qualche piccola grumo di foglie che galleggia. Quelle diventeranno terra.

Verso le due facciamo una sosta. Ci addentriamo in una lingua di fiume che si fa più stretta e porta a un piccolo ristorante. Prima di mangiare faccio un tuffo.
Mentre nuoto in quest’acqua melmosa e oscura, dal colore marroncino (per via della fanghiglia che il fiume trascina dall’Amazzonia – mi spiegano) e in cui non si può vedere il fondo, mi viene un dubbio: che animali la abiteranno? “Mica coccodrilli?” chiedo mentre muovo le gambe per tenermi a galla. “Naaa…” mi rasssicura Michele. “Al limite piccoli” precisa Mario sghignazzando. Cinque secondi e sono fuori ad asciugarmi.
Poi pausa pranzo: vino e carne. Si chiacchiera. Quindi si riparte.
L’amico Michele sta al timone con un sorrisetto irremovibile. Ogni tanto mi indica qualcosa e spiega. Mi racconta dei suoi viaggi in Italia. Mi dice che viene spesso e ha diversi parenti. Ha anche la cittadinanza e, anzi, vota. Non mi addentro in questioni politiche. A occhio, non è il caso.
Chiedo invece informazioni sui vari aggeggi che vedo intorno al timone. Poi domando: “Senti, ma… con questo, si potrebbe arrivare in Italia?”
“Naaa” mi fa “Con questo non vai troppo lontano.”

Il percorso mi ricorda quello descritto in Apocalypse Now, nel verde tropicale della Cambogia, mentre il gruppo di soldati risalgono con il battello il fiume, alla ricerca del misterioso capitano Kurtz.
Ma tra questi cespugli non ci sono vietcong. Siamo tutti amici – noi ricchi.
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Da quando sono in Argentina penso di aver messo su qualche chilo. Ci credo: non faccio che bere (il vino argentino è buonissimo) e mangiare carne. E preciso che qui, per carne, non si intende il filetto ai ferri; qui ci si sbafa dalle due bistecche in su.
Il giorno stesso in cui sono arrivato, Mario mi ha fatto salire in macchina e siamo andati dal macellaio. Siamo tornati a casa con un pezzo di carne da otto chili e passa, più un paio di chili di salsicce. Ho caricato io stesso il tutto nel bagagliaio. Era il famoso asado.
L’abbiamo portato a casa e piazzato sulla parilla. Quattro ore di cottura, almeno.
La parilla è qualcosa che non ho mai visto in Italia. Si tratta di una struttura di mattoni con in mezzo una grande griglia di ferro (doppia – la parte sotto serve allo scolo del grasso). Questa griglia è tenuta da due catene che si manovrano tramite una manovella, e hanno lo scopo di alzare o abbassare la griglia. Sulla parte sinistra c’è uno spazio in cui preparare il fuoco.
È un lavoro che richiede tempo e pazienza, nonché capacità. Si rimane davanti al fuoco, concedendosi pochissime distrazioni (se non tanta birra) mentre gli altri se la spassano. Chi se ne occupa è chiamato parillero. Ho avuto l’impressione che fosse un ruolo di tutto rispetto, trattandosi di un’operazione difficile che espone, oltretutto, alle critiche o agli elogi dei commensali. Si consideri che tutti gli argentini hanno in casa una parilla. Chi non ha uno spazio aperto, la mette sul balcone. Ne vendono di varie misure e i prezzi sono ragionevoli. Quindi ognuno ha una propria idea di come va scelto e cotto l’asado.
Quando la carne viene servita, si usa fare un applauso al parillero, il quale si siede orgoglioso a tavola. E comincia l’abbuffata. Io, essendo ospite, italiano (molti argentini sono di origine italiana) e parente acquisito, sono stato servito con un pezzo di prima scelta. Mi sentivo onestamente in imbarazzo. Mi pareva ci tenessero che apprezzassi il loro piatto più famoso. Allora mi sono armato di coltello e forchetta, ho tagliato un bel pezzo di carne, ho bevuto un ennesimo sorso di vino (ero già in fase avanzata di sbronza) e ho cominciato a masticare, piano piano, assaporando. Uno da destra e uno da sinistra mi fissavano aspettando.
“Buonissimo!” ho detto, voltandomi da una parte e dall’altra.
Uno mi guardava sospettoso. Non gli sembravo convinto, forse. “È troppo cotto?” mi ha chiesto. “No no, va benissimo così.” La verità è che ero troppo stordito per apprezzarne il sapore. Mi sentivo le pupille gustative intasate di vino e fumo.
In ogni modo, poi, con calma, mi sono goduto tutto: asado, chorizo (un tipo di salsiccia), morsilla (un insaccato di sangue), chinchiulin (intestini di vacca) e lo strepitoso bife de chorizo (praticamente la fiorentina). Alla fine ero distrutto e sazio. E avevo bevuto abbastanza da riuscire a comunicare con il mio argentino striminzito.
Tre giorni dopo ho provato il porco alla parilla.
Santiago è arrivato sorridente con un maiale in spalla. Quando me lo ha mostrato ci sono rimasto onestamente un po’ male. La visione di un animale morto, per quanto maiale fosse, ti lascia perplesso. Non so come dire: il fatto è che, bene o male tutti, siamo abituati a comprare la carne già affettata, a volte confezionata e prezzata. Non c’è l’impatto crudo con la morte. E questo impatto crudo con la morte lo offre più di tutto la faccia, il muso dell’animale. Quel buon maiale se ne stava lì inerme.
Ho commentato ipocritamente: “Povera bestia!”
Santiago mi ha guardato come fossi pazzo.
Dopo una mezz’ora sono tornato e il maiale se ne stava steso sulla parilla, squartato. Santiago mi sfotteva. Ci siamo fatti una birra e io ho (in segreto) ho dedicato un ringraziamento al maiale. Segue grandissima abbuffata.
Oltre l’asado, ci sono altri due elementi che caratterizzano l’alimentazione argentina: il dulce de leche e il mate.
Il dulce de leche è una crema vagamente simile al ripieno del Mars. Si usa come dessert (un classico è con le pesche sciroppate) o a colazione sul pane tostato. Per chi ama il dolce, è un notevole godimento.
In quanto a dessert, ho trovato cose favolose qui. Io non sono granché esperto di dolci, ma non mi pare che l’Italia primeggi (di certo, non Genova).
Il mate è invece un infuso. Si usa berlo con un particolare bicchiere (di vari materiali) in cui si filtra l’acqua calda con l’erba di mate, poi si beve succhiando con una specie di beccuccio. Immaginate una bibita al MacDonald’s… Ecco, non c’entra niente ma dà l’idea.
Il bello del mate è l’aspetto rituale. Si sta seduti, in due tre dieci, quanti si è, e ci si passa il mate, rispettatando il giro. Intanto si chiacchiera. Bere il mate richiede lentezza e dispone a un clima amichevole.
Con quel beccuccio tra le labbra, mi sembrava di fumare il calumet della pace. Me ne stavo lì, bevendo piano piano e annuendo, mentre tutti parlavano. E non capivo niente. Poi Victoria, di grazia, mi traduceva. A forza di mate, comunque, un po’ di argentino l’ho appreso.
Ecco, un aspetto a cui mi fa pensare il rituale del mate è l’atteggiamento conviviale che hanno gli argentini. È qualcosa che nell’Italia post-industriale e isterica è andato perduto, se mai è esistito.
Camminando per strada qui è normale farsi un cenno di saluto, anche con chi non si conosce, e magari fermarsi a scambiare due chiacchiere. Vi è un’evidente maggior disposizione verso l’altro. Certi aspetti per noi italiani (soprattutto al nord) sono divenuti inutili convenevoli. Le stesse regole linguistiche argentine rispettano il concetto della cortesia (interessante per esempio che, nel parlare, il pronome “io” non vada messo per primo – per esempio: “Lei e io”, non “Io e lei”), forme che l’italiano ha perduto. La nostra lingua si sta adeguando a una mentalità che si fa sempre più becera: la nostra televisione e i nostri politici ne sono semplicemente la prova più lampante.
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La provincia di Buenos Aires conta qualcosa come 13 milioni di persone. L’intera Argentina ne ha sui 40 milioni. Ci si rende immediatamente della concentrazione di abitanti nella capitale rispetto al resto del paese. Capitale che si allunga a nord e a sud, trasformandosi in tante piccole città e municipi che fanno parte di essa.
L’intera provincia, o gran parte di essa, è divisa in quadrati, chiamati cuadras, i cui lati sono ognuno di 120 metri circa. Buenos Aires si presenta quindi, vista dall’alto, come un’immensa scacchiera. La superficie di una quadra è definita manzana (mela). Per definire le distanze brevi (che so, per dirti dove si trova un negozio) gli argentini usano contare le cuadras. Essendo Buenos Aires una grande scacchiera, percorrerla in macchina significa trovarsi ogni cento metri ad un incrocio.
Viaggio in macchina con Diego ammirando le stupende case che caratterizzano la provincia. Giunti a un incrocio, ci taglia velocissimo la strada un bus sfiatando una scia nera dalla marmitta. Se ci prendeva ci portava diretti al capolinea.
Diego impreca e poi mi spiega che la precedenza l’avrebbe chi viene da destra, ma non ci si può fidare. Ad ogni incrocio si rallenta e si controlla. Anche i semafori sono rispettati alla stracazzo: se hai rosso ma non c’è nessuno all’incrocio, passi. Insomma, vince il più cattivo.
Uno dei tanti problemi dell’Argentina è l’assenza, non delle regole (che ci sono e sono simile a quelle europee), ma del rispetto di esse. Il livello di corruzione è molto alto – pare - anche nella polizia. Se sei a rischio di multa, è possibile intavolare un dialogo condito di “Allora, come la arrangiamo?” o “Non si può trovare una soluzione?”
In certi casi bastano 20 o 30 pesos per comprarsi la tolleranza di uno sbirro. Mi si racconta che, una volta, alla domanda: “Posso offrirti un caffè…?”, un poliziotto ha risposto: “Preferisco lo champagne…”
La lamentela che sento più diffusa è questa endemica noncuranza per le regole, da parte bene o male di tutti. D’altronde, in un sistema in cui tutti sbragano, è difficile comportarsi da svedesi. Si tende a prendersela con il governo, con i ricchi ladroni, con la polizia, con la criminalità, ma quello che mi sembra di percepire è una sorta di inerme accettazione dello sgretolamento. I politici sono visti come una banda di furfanti da cui non ci si può aspettare nulla di buono. I voti non vengono conquistati con una buona politica, ma comprati. Pare che il prezzo di un voto sia 1000 pesos. Non è in fondo difficile immaginare che, chi non ha niente, venda il proprio voto. Italia docet…
Il capo del governo, Cristina Kirchner, è la moglie dell’ex presidente. Questo può già dare l’idea di quanto la torta politica sia spartita tra i soliti noti, una classe leader che ha il potere e lavora semplicemente per mantenerlo. Vi ricorda qualcosa?
Quando ho chiesto se la Kirchner è di destra o di sinistra, mi hanno riso in faccia. “Centro-sinistra… sarebbe” mi ha precisato Martin bevendosi una birra. “Ma è una sinistra solo di facciata. Non sta facendo nulla per l’Argentina” ha aggiunto.
Altri invece difendono questo governo. Dopo il crollo economico del 2002, d’altra parte, non era possibile fare miracoli. La situazione è quella che è, ma qualcosa sta cambiando. Alcuni, se ho ben inteso, criticano la Kirchner per i rapporti troppo stretti con Chavez; altri per i rapporti troppo stretti con gli U.S.A. La cosa che mi è parsa più paradossale è che, il vicepresidente della Kirchner, è anche il suo principale avversario politico.
Una cosa su cui gli argentini mi sembrano però d’accordo è che questa nazione è ricca di tutti i beni naturali possibili, ma continua a venderli al miglior offerente straniero: terre, petrolio, acqua eccetera. In effetti, è una terra immensamente generosa. Potenzialmente, può nutrire 300 milioni di persone. E gli argentini non sono nemmeno 40 milioni, di cui un 45% in miseria. C’è una discreta fetta che sta benone; c’è poi una fettina che nuota nell’oro. Il governo di Menem (quello che era al potere al tempo del grande crollo economico) ha dato una mazzata tremenda a questa nazione. Le conseguenze sono ancora ben evidenti. “Ma cosa ha combinato Menem per creare quella situazione?” ho chiesto.
“Niente…” mi hanno risposto “… Aveva un totale potere mediatico e raccontava un mucchio di balle, facendo credere quello che voleva. Ha creato un enorme debito pubblico. Allora ha svenduto la compagnia aerea nazionale, ha svenduta la compagnia telefonica nazionale… Cose così… Intanto diceva che andava tutto bene. Poi, un giorno è crollato tutto!”
Camminiamo nel centro di Lomas de Zamora (altra città a sud della provincia di Buenos Aires). Traffico alto, gran quantità di gente che cazzeggia, musica ovunque e tanti colori. Le facciate dei negozi sono in prevalenza di tipo sudamericano, altri in stile europeo, un po’ fighetto.
Diego si piega sul bordo della strada e raccoglie un chiodo. Mi spiega che le strade ne sono piene. Qualcuno (evidentemente qualcuno che ha interesse a far bucare gli pneumatici) riempie apposta le strade. “Ma la polizia non li vede?” chiedo. “Come fai a vedere uno che passa in macchina e butta un mucchio di chiodi ogni tanto?”
“Porca la mierda!” ho commentato “Questa in Italia ci manca, almeno credo.”
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Sono seduto davanti al computer che la signora Chichita, zia di Victoria, mi ha gentilmente messo a disposizione. Dalla grande finestra alla mia sinistra vedo il patio, con piscina annessa e, nel fondo, una grande taverna per le mangiate di gruppo, il tutto circondato da un muro di piante, fiori e alberi.
Sono in costume da bagno, fresco di una nuotata. Gradi 35, cielo limpido. Le bimbe giocano tranquille sul prato e c’è un continuo andirivieni di parenti e amici. Sono le 5 del pomeriggio; lì le 9 di sera.
Ho saputo che a Roma nevica. È la differenza climatica a darmi il senso più preciso della mia distanza dall’Italia. Ho letto degli attacchi all’ambasciata italiana in Iran, del caso Bertolaso, delle continue manovre governative, tese a negare tutto. E intanto valuto la possibilità di non tornare. Sebbene anche qui, in quanto a corruzione e schifezze politiche, non si scherzi.
Eravamo scesi all’aeroporto di Buenos Aires distrutti dalla stanchezza. All’interno, essendoci l’aria condizionata, non mi ero ancora reso conto che fosse estate. Le stagioni, qui, sono esattamente all’opposto che da noi: quando comincia la nostra primavera, qui comincia l’autunno, e così via. Qui si festeggia il Natale in maniche corte. Babbo Natale è però rappresentato identico al nostro, con pelliccia e renne. L’inverno non è comunque rigido, non almeno a Buenos Aires. Diciamo che non hanno bisogno di cappotti. Ma l’Argentina è immensa, e vi sono zone dove c’è neve tutto l’anno.
L’estensione spaziale è la prima impressione che ho avuto di questo paese. Viaggiando in macchina, verso sud, sulla sinistra ho fissato una fila profondissima di boschi per una buona mezz’ora. Gli spazi sono enormi, le strade a quattro o cinque corsie per ogni senso.
All’aeroporto sono venuti ad accoglierci una ventina di parenti. Tutta gente che io conoscevo bene o male per foto. Sono stato accolto con grande affetto. Qui si usa dare un bacio sulla guancia per salutarsi. Da noi due. In Francia, tre. In Russia ci si bacia in bocca. Gli esquimesi, se non sbaglio, si baciano col naso e chissà che varietà a me ignota esiste.
Qui comunque un bacio solo, ma si usa darlo ogni volta che ci si vede. Diciamo, per lo meno, uno al giorno. Mi ha sorpreso questa costanza nel salutarsi. Eravamo, per farvi capire, a tavola, ed eravamo tanti. Un cugino è arrivato e si è baciato tutti passando per ogni sedia, con una costanza di labbra invidiabile.
Dato che però in Italia, quando ce li diamo, ce ne diamo due, io rimanevo all’inizio sempre sospeso nel passaggio di guancia. Ora ho imparato. Però, loro, che hanno inteso che da noi ce ne diamo due, tendono a darmi il secondo. E si crea quindi una breve indecisione nel saluto.
Insomma: un’oretta al giorno la sto passando a baciare cugini zie nonne amici vicini di casa. E non si fa distinzione di sesso o età. Certo, non tutti qui sono così propensi alle effusioni. Per esempio, c’è uno zio (uomo riservato e distinto, sempre in cravatta nonostante l’afa), il quale m’è sembrato mantenersi a una semplcie stretta di mano. Io, comunque, preso dalla foga e per non apparire maleducato, me lo bacio ogni volta che lo vedo. Giusto per mantenere vivi usi e costumi.
Non ho ancora visto Buenos Aires. Il posto in cui mi trovo si chiama Banfield (fa parte della provincia della capitale, nella zona a sud) e conta circa 300.000 abitanti. Per la cronaca, lo scorso campionato di calcio, il Banfield ha vinto lo scudetto.
La cosa straordinaria di questa zona (ma mi hanno detto che è una caratteristica di gran parte dei comuni argentini) è la bellezza e la singolarità delle case. Non ce n’è uguale all’altra. Percorrendo le vie si possono ammirare, a destra e a sinistra, le loro facciate singolari, ognuna costruita secondo uno stile diverso. È quindi un continuo mutare di forme, materiali e colori. Ogni casa ha la propria originalità e vi è uno spiccato senso del gusto.
Dove sono io, come dicevo, c’è il giardino e la piscina, ma non si tratta di un lusso eccezionale. La maggior parte delle abitazioni di provincia ha sul retro quello che qui chiamano patio, ovvero un giardino, in certi casi coperto. Alcune hanno anche la piscina. Quindi, non solo le case hanno quasi tutte una splendida facciata, il bello rimane nascosto.
Il semplice passeggiare e ammirare case è piacevole.
È una zona in cui vive una classe media/medio-alta. Non ricchi. La zona dei veri ricchi, mi hanno precisato, è incredibile, e forse mi ci porterà.
A questa bellezza, fa da contraltare una miseria impressionante. Viaggiando dall’aeroporto verso sud, d’un tratto mi è apparso sulla destra una fila chilometrica di baracche. Baracche di legno e lamiere o plastica e lamiere. Alcune avevano come muri esterni dei pezzi di cartone. Qui abitano persone che definire povere è un eufemismo. Vivono in queste baraccopoli chiamate villes (si pronuncia qualcosa come “viscies”), e sono la corrispondenza argentina delle più note favelas brasiliane. In queste zone la criminalità di bassa lega (ci si ammazza per una bicicletta) è la norma. La diffusione di droga o alcool endemica. Per un turista o un argentino di altre zone, frequentarle di giorno è rischioso, m’hanno detto. Di notte, fatale.
Ebbene, questa villa che stavo ammirando era nata da pochi mesi. È stata costruita e si è propagata in uno spazio di almeno dieci chilometri quadrati senza che il governo potesse o riuscisse o comunque progettasse di fare qualcosa per frenarla. In queste zone, neppure l’esercito si addentra.
L’esempio di un abitante delle villes l’ho colta nell’immagine istantanea di uomo, stravaccato sul lato della strada, in pieno asfalto rovente, con una bottiglia in mano. Era lì, tra la ghiaia e gli sterpi, in una posizione assurda. Per certi aspetti ricordava la poesia “Mereggiare pallido e assorto”, anche se mi sembrava avere un’altra idea del Nulla rispetto a Montale.
Sono seduto davanti al computer che la signora Chichita, zia di Victoria, mi ha gentilmente messo a disposizione. Dalla grande finestra alla mia sinistra vedo il patio, con piscina annessa e, nel fondo, una grande taverna per le mangiate di gruppo, il tutto circondato da un muro di piante, fiori e alberi.
Sono in costume da bagno, fresco di una nuotata. Gradi 35, cielo limpido. Le bimbe giocano tranquille sul prato e c’è un continuo andirivieni di parenti e amici. Sono le 5 del pomeriggio; lì le 9 di sera.
Ho saputo che a Roma nevica. È la differenza climatica a darmi il senso più preciso della mia distanza dall’Italia. Ho letto degli attacchi all’ambasciata italiana in Iran, del caso Bertolaso, delle continue manovre governative, tese a negare tutto. E intanto valuto la possibilità di non tornare. Sebbene anche qui, in quanto a corruzione e schifezze politiche, non si scherzi.
Eravamo scesi all’aeroporto di Buonos Aires distrutti dalla stanchezza. All’interno, essendoci l’aria condizionata, non mi ero ancora reso conto che fosse estate. Le stagioni, qui, sono esattamente all’opposto che da noi: quando comincia la nostra primavera, qui comincia l’autunno, e così via. Qui si festeggia il Natale in maniche corte. Babbo Natale è però rappresentato identico al nostro, con pelliccia e renne. L’inverno non è comunque rigido, non almeno a Buenos Aires. Diciamo che non hanno bisogno di cappotti. Ma l’Argentina è immensa, e vi sono zone dove c’è neve tutto l’anno.
L’estensione spaziale è la prima impressione che ho avuto di questo paese. Viaggiando in macchina, verso sud, sulla sinistra ho fissato una fila profondissima di boschi per una buona mezz’ora. Gli spazi sono enormi, le strade a quattro o cinque corsie per ogni senso.
All’aeroporto sono venuti ad accoglierci una ventina di parenti. Tutta gente che io conoscevo bene o male per foto. Sono stato accolto con grande affetto. Qui si usa dare un bacio sulla guancia per salutarsi. Da noi due. In Francia, tre. In Russia ci si bacia in bocca. Gli esquimesi, se non sbaglio, si baciano col naso e chissà che varietà a me ignota esiste.
Qui comunque un bacio solo, ma si usa darlo ogni volta che ci si vede. Diciamo, per lo meno, uno al giorno. Mi ha sorpreso questa costanza nel salutarsi. Eravamo, per farvi capire, a tavola, ed eravamo tanti. Un cugino è arrivato e si è baciato tutti passando per ogni sedia, con una costanza di labbra invidiabile.
Dato che però in Italia, quando ce li diamo, ce ne diamo due, io rimanevo all’inizio sempre sospeso nel passaggio di guancia. Ora ho imparato. Però, loro, che hanno inteso che da noi ce ne diamo due, tendono a darmi il secondo. E si crea quindi una breve indecisione nel saluto.
Insomma: un’oretta al giorno la sto passando a baciare cugini zie nonne amici vicini di casa. E non si fa distinzione di sesso o età. Certo, non tutti qui sono così propensi alle effusioni. Per esempio, c’è uno zio (uomo riservato e distinto, sempre in cravatta nonostante l’afa), il quale m’è sembrato mantenersi a una semplcie stretta di mano. Io, comunque, preso dalla foga e per non apparire maleducato, me lo bacio ogni volta che lo vedo. Giusto per mantenere vivi usi e costumi.
Non ho ancora visto Buenos Aires. Il posto in cui mi trovo si chiama Banfield (fa parte della provincia della capitale, nella zona a sud) e conta circa 300.000 abitanti. Per la cronaca, lo scorso campionato di calcio, il Banfield ha vinto lo scudetto.
La cosa straordinaria di questa zona (ma mi hanno detto che è una caratteristica di gran parte dei comuni argentini) è la bellezza e la singolarità delle case. Non ce n’è uguale all’altra. Percorrendo le vie si possono ammirare, a destra e a sinistra, le loro facciate singolari, ognuna costruita secondo uno stile diverso. È quindi un continuo mutare di forme, materiali e colori. Ogni casa ha la propria originalità e vi è uno spiccato senso del gusto.
Dove sono io, come dicevo, c’è il giardino e la piscina, ma non si tratta di un lusso eccezionale. La maggior parte delle abitazioni di provincia ha sul retro quello che qui chiamano patio, ovvero un giardino, in certi casi coperto. Alcune hanno anche la piscina. Quindi, non solo le case hanno quasi tutte una splendida facciata, il bello rimane nascosto.
Il semplice passeggiare e ammirare case è piacevole.
È una zona in cui vive una classe media/medio-alta. Non ricchi. La zona dei veri ricchi, mi hanno precisato, è incredibile, e forse mi ci porterà.
A questa bellezza, fa da contraltare una miseria impressionante. Viaggiando dall’aeroporto verso sud, d’un tratto mi è apparso sulla destra una fila chilometrica di baracche. Baracche di legno e lamiere o plastica e lamiere. Alcune avevano come muri esterni dei pezzi di cartone. Qui abitano persone che definire povere è un eufemismo. Vivono in queste baraccopoli chiamate villes (si pronuncia qualcosa come “viscies”), e sono la corrispondenza argentina delle più note favelas brasiliane. In queste zone la criminalità di bassa lega (ci si ammazza per una bicicletta) è la norma. La diffusione di droga o alcool endemica. Per un turista o un argentino di altre zone, frequentarle di giorno è rischioso, m’hanno detto. Di notte, fatale.
Ebbene, questa villa che stavo ammirando era nata da pochi mesi. È stata costruita e si è propagata in uno spazio di almeno dieci chilometri quadrati senza che il governo potesse o riuscisse o comunque progettasse di fare qualcosa per frenarla. In queste zone, neppure l’esercito si addentra.
L’esempio di un abitante delle villes l’ho colta nell’immagine istantanea di uomo, stravaccato sul lato della strada, in pieno asfalto rovente, con una bottiglia in mano. Era lì, tra la ghiaia e gli sterpi, in una posizione assurda. Per certi aspetti ricordava la poesia “Mereggiare pallido e assorto”, anche se mi sembrava avere un’altra idea del Nulla rispetto a Montale.
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Viaggiare ha attinenza col sogno. Le coordinate a cui sei abituato si sfaldano e ti ritrovi in una dimensione altra, dove tu diventi sosia di te stesso.
Come quando appoggi la faccia sul cuscino, chiudi gli occhi e ti trovi in una zona mediana, così sono i luoghi di passaggio: strade, stazioni, aeroporti.
L’aereo partiva da Bologna alle 18,45.
Siamo arrivati, come da regolamento, tre ore prima, anche se ne sarebbero bastate due. Abbiamo aspettato vagando tra bar e vetrine. Quindi abbiamo superato il check-in e abbiamo aspettato ancora, bevendo birra.
Con un ritardo di 25 minuti, l’areo – linea Iberia – è decollato. Direzione Madrid. Due ore. Tagliava gli Appennini e il Mediterraneo puntando al centro della Spagna. Si trattava di un aereo piuttosto piccolo. Quando l’ho visto, la paura (che da giorni mi stuzzicava) mi ha preso allo stomaco.
Mi sono seduto con mia figlia in braccio, l’altra la teneva Victoria. Ci hanno fornito di una cintura di sicurezza extra, da passare nella mia e quindi allacciarla intorno alla bambina. Pensavo di rassicurarla, così, stringendola tra le mani, ma non sembrava neppure accorgersi di dove fossimo. Era lei rassicurare me.
I motori hanno cominciato a rombare, l’aereo ha fatto una serie di manovre, poi ha mirato la pista illuminata ed è partito.
Ho stretto le chiappe e le mascelle, soprattutto quando s’è staccato da terra e ho sentito l’accelerazione farsi più forte, il rumore aumentare e la pista allontanarsi sempre più. Non è la prima volta che prendo un aereo, ma ho le mie paure, molto simili a un rituale. L’hostess (tipici occhi da spagnola) se ne stava seduta davanti a noi passeggeri, impassibile, con le mani sulle ginocchia. Cercavo di cogliere qualcosa in quello sguardo. Pensavo: se noto della preoccupazione in lei, allora sono cazzi amari.
Ma lei era impenetrabile. Fissava un punto vuoto, priva di espressione.
Questo è durato tutto il tempo di salire e salire, fino a che al posto di strade, al mio fianco, c’erano nuvole. Allora l’aereo si è rimesso apparentemente in orizzontale e volava. Era più o meno come essere in treno.
Scesi a Madrid (tralascio le paure dell’atterraggio), abbiamo caricato le bimbe nel passeggino e ci siamo diretti verso la zona d’imbarco del prossimo aereo.
L’aeroporto di Madrid è immenso. Il soffitto è costruito con listelle di legno chiaro messe in fila, a formare una serie continua di onde. Le strutture a cui si reggono cambiano di sfumatura e di colore man mano che ci si muove. Le pareti, alte qualcosa come venti metri, sono tutte in vetro. Alluminio, quindi, legno e vetro.
Sulle pareti ci sono le indicazioni per le varie zone di imbarco. Ogni indicazione ti dice quanto tempo manca. Trenta minuti per la nostra. Abbiamo preso un ascensore, poi una metropolitana interna (tutto in vetro), quindi altri due o tre ascensori, più un buon numero di corridoi. Per ogni passaggio, c’era l’indicazione di quanto tempo mancava.
Arrivati, abbiamo realizzato di aver sbagliato zona d’imbarco. Ma di poco. Poi abbiamo mangiato un bocadillo al prosciutto (caro come l’oro), abbiamo fatto un cambio di pannolini e quindi un po’ di jogging inseguendo le bambine che correvano da tutte le parti, ridendo alla faccia nostra.
Quando più tardi, era circa l’1,45, mi sono seduto sul secondo aereo, ero così stanco da trascurare le mie paure. Questo era sicuramente più grosso (ma non come speravo, io speravo in una cosa gigantesca). Doveva attraversare tutto l’Atlantico, arrivare in Brasile, costeggiarlo e tirare fino a Buenos Aires. Insomma, non si trattava di una passeggiata. E il tutto in 12 ore. Per oltre 11.000 km, a un’altezza di 10.000 metri. Partiva in piena notte e arrivava a Buenos Aires alle 10 circa, ovvero le 14 in Italia.
Questa cosa del fuso-orario, io non me la so spiegare. Ho provato a ragionarci, ma non c’è niente da fare… non la capisco. Per un attimo, m’era sembrato di capirla, ma poi ho ho capito che qualcosa non tornava nella mia soluzione. La accetto per come è, e basta. E questo rafforza la mia teoria del sogno.
Comunque, salito in questo aereo che doveva portarmi dall’altra parte del mondo, ho realizzato che non mi aspettava uno spasso. Il concetto di comodità, lì dentro, era topolinesco. Saremmo stati in cento/centocinquanta, e non tutti mingherlini. Per ogni fila orizzontale, c’erano 8 posti; quelli in verticale non li ho contati. Fatto sta che non c’era un posto libero.
Non c’era un diavolo di posto libero. Tutti i sedili erano stretti l’uno all’altro. Per darvi l’idea: i sedili del cinema sono molto più comodi. Il poggiagomito era uno, da dividersi col vicino. Quindi si consideri un 12 ore di piccole lotte di avambraccio. Con l’omaggio della bambina che si scatenava con tutto quello che aveva sottomano.
Un tramestio notevole per mettere a posto borse, cinture di sicurezza, mutande tra le natiche. Poi, dopo che eravamo bene o male tutti quanti sistemati, le hostess hanno cominciato a spiegarci cosa fare in caso di guai (esercitazione che mi rilassava ampiamente). Infine il bestione è decollato.
Aveva un rombo decisamente più tenace del primo. Quando ha preso a salire e i motori a spingere seriamente, mi sembrava di sentirne la forza nella schiena. Non avevo nessuna coordinata fuori, essendo buio totale. Ma la salita è durata a lungo, e non capivo più se eravamo in obliquo o come.
In ogni caso, a un certo punto eravamo decisamente in alto. Ci si poteva ora slacciare le cinture e sistemarsi alla meglio. È cominciato il viavai dal bagno, le hostess che ci portavano da bere, la puzza di piedi. Dopo nemmeno due ore, tra rifiuti vari, scarpe, cuscini, coperte, libri, giocattoli delle bimbe, avevo tra i piedi una mescolanza ibrida. Cercavo di dormire ma la bimba mi pungolava le narici. Il film proiettato era obbrobrioso, e per di più in spagnolo. O in inglese… Leggere era praticamente impossibile. Poi la bimba s’è addormentata e io sono scivolato in una sorta di ebetudine. Riaprendo gli occhi, ho visto oltre il finestrino una striscia rossa di aurora. Sotto di me c’era l’Atlantico. L’orologio segnava le otto. Ancora due ore e saremmo arrivati, ho pensato. Ma mi sbagliavo: si doveva arrivare alle 10, ma orario argentino. Il mio orologio era ancora in Italia. Insomma, mancavano sei ore.
In ogni caso, tra cena spiluccata alle 3 di notte, colazione divorata alle 12 (ora italiana sempre), pannolini cambiati in condizione disastrosa, siamo arrivati. L’aereo ha cominciato a discendere. Lo schermo segnalava l’altitudine che calava e la temperatura esterna che saliva. Lì sotto, in Buenos Aires, mi aspettavano 35 gradi e mi sembrava francamente una barzelletta, venendo dall’inverno emiliano.
Invece era davvero estate lì, anzi qui, da dove scrivo. Miracoli della scienza onirica.
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Narrazione storica n° 3: Glorie e miserie del fascismo.
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Così potrete fare gli esperti con qualche amica o con chi diavolo volete, la prossima estate. E, se vi capitasse di perdervi col canotto e finire alla deriva, potrete avere un’idea di quale sia la Stella Polare.
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Ecco la seconda narrazione storica. Per ascoltarla o scaricare il file mp3 cliccate qui sotto:
Il fascismo al potere
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