Strade Possibili

letteratura e realtà italiana

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La realtà duplicata

novembre 11th, 2013 · No Comments

 

 

La notizia è questa: in una scuola superiore di un cittadina, supponiamo nell’Emilia Romagna, è accaduto che fotografie e filmati molto piccanti si aggirassero per i telefoni degli alunni, ragazzi quindi tra i 14 e i 19 anni. Il fatto in sé fa poco clamore. Si sa, con internet tutti possiamo accedere a qualsiasi tipo di immagine. Dipende dai gusti. Ma la notizia in sé poco originale è condita da un particolare più interessante: i protagonisti non erano professionisti dell’arte kamasutresca, ma gli stessi alunni o, almeno, alcuni di loro. Fatto sta che in poche ore i filmati e le foto in questione, come un virus, si sono ramificati per i cellulari dei vari studenti. E immaginate le facce, e immaginate i commenti.
Non si sa con precisione (ma è il segreto di Pulcinella) quali scene fossero fruibili e chi ne fosse protagonista. Pare però che il menù a disposizione fosse variegato: femmine in déshabillé, primi piani di tutto l’armamentario possibile, maschio con femmina, femmina con femmina, più maschi con femmina, più femmine con maschi, più maschi e più femmine. L’immaginazione galoppi dove vuole. Ma il tutto anonimo, nel senso che si vedeva tutto ma non la faccia che, come è noto, è l’unica parte del corpo seriamente censurabile.
Pare addirittura che un tale si sia riconosciuto in una foto, non tanto per l’espressione, ma per l’arnese in questione. Cazzo… ma questo è il mio! Pare anche che alcuni fossero riconoscibili da ammennicoli come collane o braccialetti, e sarebbe questa la prova che li incastrerebbe. Pare che una delle protagoniste abbia caricato su Facebook un filmino per discolparsi e dire che non è lei, con controrisposte, commenti, dibattiti e varie. Cose di questo tipo.
Non si sa bene come sia nata la vicenda; siamo d’altronde nell’ambito della mitologia. Alcuni voci sostengono che una abbia mandato la foto di uno, foto che è poi giunta al telefono della fidanzata di quello e quindi ne sia nato un giro di vendette. Ma il problema non è questo.
Sul piano strettamente legale, il problema è che pare ne siano scaturite varie denunce e interventi delle forze dell’ordine. Mi chiedo, a quel punto, quali possano essere state le espressioni e i commenti delle forze dell’ordine.
Sul piano strettamente etico ci si può forse scandalizzare e dire: i giovani non hanno più religione.
A me, qui nello specifico, interessa annotare ciò che sta dietro tutto questo. Lasciamo perdere l’aspetto legale ed etico, e pensiamo al semplice fatto in sé: della gente, anziché godersi in santa pace il godimento erotico, si impegna nel rendere pubblico e spettacolare la propria intimità. Ciò è indizio di uno strappo psicologico: per rendere reale la mia sessualità, debbo fotografarla o filmarla. So di essere, riconosco la mia esistenza, testimonio la mia realtà solo nel momento in cui si trasforma in qualcosa di fruibile agli altri, e quindi pubblicabile.
Molte persone farebbero carte false pur di apparire in televisione, anche per un attimo. Basta un fotogramma a dirci che noi siamo. Vogliamo essere protagonisti, e non della nostra vita, ma della vita parallela, quella spettacolare.
Non ci basta, anzi, non siamo più forse capaci di assaporare l’attimo che stiamo vivendo. Stiamo diventando incapaci di vivere nella realtà, e quindi dobbiamo documentarla. Vado a Parigi e continuamente fotografo ogni monumento, scena, persona che vedo, in modo da provare a me stesso e altri che sono stato a Parigi.
Il punto è che, mentre ci sono, a Parigi, nell’attimo, nel mio presente, io in qualche modo non ci sono. So di esserci solo nel momento in cui l’ho fotografato. E poi, una volta a casa, posso finalmente sapere di essere stato a Parigi. E quindi pubblicherò le mie belle foto di Parigi su Facebook Twitter o dove volete.
Ciò che è successo (supposto che sia successo) in quella scuola, è indizio di un fenomeno che riguarda, non gli adolescenti, non alcuni depravati, non una stretta cerchia di persone, ma noi tutti: mi fotografo, quindi sono.

Maurizio Teroni

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Salutismo

ottobre 20th, 2013 · No Comments

Una signora tra i sessanta e i settanta, qualche giorno fa al lavoro, mi ha gentilmente chiesto se gradivo ‘na tazzulella ‘e cafè.
Ho detto no grazie… Ne ho già presi tre stamattina, ho precisato.
Lei ha detto: e allora?
Allora abbiamo intavolato una fulminea discussione sul fatto se il caffè facesse bene o male. Io sostenevo che troppi caffè fanno venire gastrite tachicardia nervosismo e altre cose orrende. Lei irremovibile diceva che erano tutte sciocchezze.
Ci siamo lasciati ognuno con la propria convinzione.
Io poi ho pensato che ci separava un ventennio circa: lei nonna, io genitore. Un differenza che segna due diverse generazioni, votate, da un lato, a una giovanile povertà poi esplosa in un grasso benessere (che ha vista un mare di gente andare in pensione a 40 anni o meno); l’altra, la mia, ha invece vissuto – e vive – una parabola discendente: nati nella ricchezza, invecchiati all’ombra della povertà (e la pensione è un miraggio, anche a 70 anni).
La questione del caffè mi è parsa in qualche modo sintomo di uno scarto generazionale, e storico.
Viviamo attualmente un’epoca fatta di consigli dietetici e di cibi ipocalorici. Si è propagata in questi anni, in forma più o meno evidente (la pubblicità ne è chiaro indizio), una tendenza al salutismo: cibi integrali o al kamut, annotazione sulle confezioni della quantità di di vitamine, di proteine eccetera; netto diffusione del vegetarismo, guerra al tabacco, corsi di yoga ovunque eccetera. In parallelo cresce una tendenza a una vita votata alla sobrietà consumistica, al riciclo, all’ecologismo eccetera.
La generazione dei nonni ha, all’opposto, vissuto un’esistenza dedita alla scoperta del godimento consumistico. Per loro, abbuffarsi è indizio di salute. E parliamo di cibi stracarichi di olio di burro, fritti, cotti in forno, pieni zeppi di grassi. Per loro la separazione dell’immondizia è una noia insopportabile. Hanno superato i 70 e si bevono un caffè dopo cena, fumano alla faccia dell’infarto e del tumore, vanno in gita ovunque, si iscrivono a Facebook, e mi sa che trombano pure.
Nasce il sospetto, per dirla alla Marx, che ci sia un influenza economica in tutta questa differenza culturale. Loro hanno vissuto in un Paese nettamente in crescita, che faceva dell’abbondanza un segno distintivo, per cui godersi la vita significava tradurla in un piacere immediato, dato che quel piacere era a portata di mano ed era nuovo. La moderazione non era prevista.
La generazione dei loro figli è stata, a differenza, colpita dalle conseguenze nefaste di tutto quel benessere e spreco. E si è dovuta, volente o nolente, adattare. Forse il salutismo non è altro che un adattamento della specie. Stiamo antropologicamente e culturalmente subendo il contraccolpo di un’ondata storica, per cui ci siamo convinti che “star bene” significa “non esagerare”.
Quale poi sia però il vero concetto di salute è tutto da stabilire: meglio una (eventuale) lunga vita votata all’astinenza o una breve, allegramente, spensieratamente dedita allo sfacelo?

Maurizio Teroni

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Rotatorie

ottobre 3rd, 2013 · No Comments

Pare che, per ogni rotatoria, i comuni ricevano dei finanziamenti europei perché pare che la funzione fondamentale delle rotatorie sia rendere il traffico più agevole, quindi evitare gli intasamenti, quindi limitare l’espulsione di gas di scarico. La funzione fondamentale delle rotatorie è quindi ecologica. Una cosa è certa: le rotatorie sono tante, sono ovunque, sono in aumento; stanno facendo fuori, uno ad uno, tutti i semafori.
Il semaforo, in sé, ha un retrogusto autoritario, ammettiamolo. Decide quando devi fermarti e quando puoi passare. Non va molto per il sottile. Ha una struttura elementare, fatta di sì o no. Facile.
La rotatoria invece è democratica. Si affida alla buona coscienza dell’autista e presuppone che egli conosca e rispetti le regola a cui si attiene: chi viene da destra ha il diritto di precedenza. Prevede inoltre cautela, rispetto della velocità, riguardo per il prossimo e un generico senso civico.
Certo, anche il semaforo presuppone il rispetto di una regola; si tratta tuttavia di una regola che non dà adito a grossi fraintendimenti; a differenza della rotatoria, che è più flessibile, meno chiara. Quindi fatalmente rischiosa. Eppure i dati parlano chiaro: le rotatorie hanno abbassato le percentuali degli incidenti. Per cui, ben vengano.
Ho l’impressione però, almeno per ciò che vedo, almeno per ciò che accade nel nostro Paese, che la rotatoria vada a incidere enormemente sulla norma non scritta ma dominante in Italia, e cioè che il più prepotente vince. Il più prepotente vince e schiaccia il più debole, e il più debole, nello specifico italico, è chi (per senso civico o per un generico senso del timore) si attiene alle regole. Chi si attiene alle regole passa sempre per coglione, e non passa in rotatoria. Chi passa in rotatoria è chi se ne fotte, chi se ne approfitta del coglione di turno, il quale (povero idiota) rallenta, guarda di qua e di là, si addentra con circospezione e, quando si trova per disgrazia il prepotente che sfreccia col suo carico di menefreghismo, è costretto a fermarsi, ad arrendersi. E beccarsi pure un insulto. Già, perché spesso, oltretutto, il prepotente avanza alla guida di qualcosa che non è propriamente un’auto, ma una specie di camion confezionato da auto. Per cui, alla peggio, vince lui.
Sì sì… poi prenderà una multa (che riuscirà in qualche modo a non pagare) poi gli verrà tolto qualche punto sulla patente (che scaricherà sulla patente del nonno) poi la patente gli verrà sequestrata (e continuerà a guidare). Intanto lui è passato.
Mentre l’altro, se proprio la sfiga lo ha preso di mira, si troverà sotto un metro di terra e una lapide con su scritto: Sono morto. Però avevo ragione!

Maurizio Teroni

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Il cellulare

settembre 21st, 2013 · No Comments

 

 

A guardarlo lì sul tavolo – muto, immobile – il cellulare (questo coso figlio del telefono, del telegrafo, del tam tam, dei segnali di fumo) è terribile.
Ma apparentemente è innocuo; anzi utile. Anzi servile. Ci serve e ci domina. Come un cane rimane qui con noi sempre, sempre in attesa. È il nostro piccolo ponte per metterci in comunicazione con gli altri. Ci porta notizie, saluti, chiacchiere, informazioni. Ci fa compagnia. Quando siamo soli, lo maneggiamo, lo guardiamo, lo accarezziamo. Controlliamo se qualche novità ci è venuta in soccorso.
Si è impossessato, senza che quasi ce ne accorgessimo, della nostra esistenza.
C’è chi lo tiene acceso anche di notte, perché non si sa mai.
La sua utilità è inopinabile: puoi chiamare chi vuoi dove vuoi quando vuoi. Puoi essere intercettato ovunque. Ovunque o quasi: ci sono ancora zone, poche, in cui il suo dominio rimane intaccato. E sembrano zone fuori dal mondo, ostili, terribilmente cocciute, per quanto anch’esse stiano cedendo, di metro in metro, all’inarrestabile onda.
La sua utilità è inopinabile. Già. Sorge però il sospetto che questo suo servirci chieda qualcosa in cambio. Nessuno e niente dà senza avere. Cosa ci chiede, quindi, in cambio?
Per capirlo dovremmo risalire alle sue origini e ricordarci in che modo è avvenuta la sua penetrazione. Inizialmente era un oggetto di lusso, raro, costosissimo, qualcosa che pochi potevano permettersi. Quei pochi rappresentavano a modo loro un’élite. La sua comparsa è stata caratterizzata non dall’utilità, ma da qualcos’altro: era un simbolo. La sua utilità era marginale. Lentamente la sua vera essenza simbolica è stata sostituita dalla sua essenza apparente: è diventato indispensabile. Il prezzo del suo uso, che era esorbitante, si è andato gradualmente riducendo, così tanto che ora tutti hanno il cellulare, ma non tutti il telefono in casa.
Il telefono di casa aveva però grossi limiti (e vantaggi): era immobilizzato in un angolo, legato da un filo, piantato al muro. Poi si è evoluto in cordless (senza corda) e ha preso a seguirci per casa, col proposito subdolo di facilitarci la vita. Aveva però un raggio ridotto di azione. Ma poi si è evoluto in cellulare, e poteva finalmente stare con noi sempre, ovunque.
Infatti ora non ci dà scampo. Dove siamo noi c’è il cellulare; dove c’è il cellulare siamo noi. Non caso, una delle tipiche domande che si fa telefonando è: “Dove sei?” Ci colloca, ci individua. È una specie di bersaglio mobile dei nostri spostamenti. Se lo dimentichi a casa o da qualsiasi parte, ti senti di colpo perduto. Qualcuno potrebbe cercarti e tu non sei raggiungibile. Sostanzialmente si è accaparrato della nostra possibilità di essere soli e in pace.
Certo: puoi spegnerlo. Così come puoi spegnere la televisione. Ma non puoi liberarti della sua presenza. E poi chi lo fa? Tutti sanno che potrebbero essere chiamati, per cui è bene essere pronti. Tutti dobbiamo sempre essere pronti.
Ecco cosa ci chiede in cambio: la capacità di stare soli, la forza di accettare la solitudine e il vuoto, per cui il vuoto si alimenta di nuove ansie continuamente alimentate di ulteriori ansie, perché il cellulare ci ha inchiodati in una perenne attesa di qualcuno o di qualcosa.

Maurizio Teroni

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Storie sentite n°3 – Il nullatenente

settembre 6th, 2013 · No Comments

Dice che andava in motorino e i carabinieri, due, l’hanno fermato perché era passato col rosso ma era giallo, dice. Dice che i Comuni devono far su soldi allora fan multe per ogni cazzata.
Gli hanno chiesto i documenti. Lui ha tirato fuori la carta d’identità. E la patente? Non aveva la patente, mai avuta. Allora gli hanno chiesto il libretto di circolazione: non lo aveva. L’assicurazione? Niente assicurazione. Manco il casco aveva. Allora quelli si sono messi a controllare la moto: copertoni lisci, faro anteriore che non funzionava, marmitta fuori norma. Ma stiamo scherzando! Gli ha fatto uno dei due carabinieri.
Lui s’è scusato e gli ha dato ragione. Dice che bisogna sempre dargli ragione ai carabinieri. Gli ha detto che il motorino non lo usava mai ed era uscito così per fare un giro per andare a comprare i pannolini per il bambino. Poi l’avrebbe rimesso in garage. Mentiva, chiaro. I carabinieri non se la sono bevuta: gli hanno sequestrato il motorino senza “se” e senza “ma”.
E mentre mi raccontava tutto questo eravamo seduti al bar con una birra davanti. Lui se la rideva. Ha due figli, una moglie, non ha lavoro e se la rideva. Io non capivo come facesse… Io, se sono in ritardo con una bolletta della luce, già mi preoccupo.
Gli ho chiesto: ma come fai a essere così tranquillo?
Dice che non c’è niente da preoccuparsi. Possono arrivargli tutte le multe che vogliono. Non le pagherà. Le butterà tutte via. Tanto non possono fargli nulla. Non ha una sola cosa intestata a lui, niente di niente. Lui è ufficialmente disoccupato, non possono fargli niente e possono andare a farsi fottere. Tutto intestato a sua moglie, ha precisato ingoiando l’ultimo sorso di birra e ordinandone un’altra.

Maurizio Teroni

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Storie sentite – n° 2 (I bar dei cinesi)

agosto 9th, 2013 · No Comments

Com’è possibile che in Italia i bar, con crescente evidenza, siano gestiti dai cinesi?
I dati li danno al 33% a Milano e non credo si discostino troppo nelle altre città italiche.
Nulla di male, chiaro, che a servirti caffè e cornetto sia un cinese. Figuriamoci! Siamo in democrazia, grazie a Dio. Siamo in regime di libero mercato. Anzi, è arricchente questo scambio culturale. E i bar sono il luogo ideale per conoscere gente nuova e diversa.
Nulla di male, quindi. Solo curioso. Curioso che, uno ad uno, con un effetto a domino, le gestione dei bar si stia così trasformando.
Scambio due chiacchiere con un amico che gestisce un bar. Nemmeno lui sa spiegarselo. Mi racconta però che, da anni, a scadenza periodica e con una certa puntualità, viene a fargli visita una signora cinese. Si presenta gentile, tranquilla e, senza girarci troppo attorno, gli fa la sua proposta: «Quanto vuoi per questo locale?»
Lui non ha intenzione di cedere. È orgoglioso del suo bar. Ci ha messo anni a organizzarlo come voleva lui e a farlo funzionare. Non ha fatto i milioni. Tra l’altro, in questi tempi di crisi, è sempre più difficile far tornare i conti. Semplicemente, gli piace ciò che fa.
Però, così, quasi per curiosità, lancia la sua proposta e butta lì una cifra. Alta. Ogni volta più alta. Ben superiore al valore stimabile del locale. Qualcosa come il doppio.
La signora cinese, senza innervosirsi o protestare, con cortesia anzi, gli fa notare che l’anno passato la cifra era ben più bassa.
Lui fa spallucce. A dire: è così. La signora cinese allora si assenta per qualche minuto, poi torna e dice che va bene. Propone semplicemente un leggero sconto. E lui dice che ci penserà, poi rifiuta di nuovo.
Ma non sa dire ancora per quanto resisterà. La proposta comincia a fargli decisamente gola. Solo non si spiega da dove vengano tutti qui soldi, secchi, in contanti, a pacchetti di banconote, senza fidi, mutui, cambiali.
C’è chi dice che i cinesi siano estremamente solidali tra loro, e si aiutino con tanti piccoli prestiti, una sorta di catena di Sant’Antonio. C’è che dice che quelli siano soldi riciclati e chi prende in gestione un bar sia semplicemente un debitore. C’è chi dice che il governo cinese conceda grossi prestiti a bassi interessi per investimenti considerati discretamente fruttuosi. C’è chi dice che non sa né si possa sapere né si saprà mai. Per quanto lampante, rimane un enigma.
Sia chiaro tuttavia che tutte le illazioni dietrologiche che si possono fare puzzano di meschinità. Mai dimenticarci che la propaganda del Partito Nazionalsocialista, guidato da Hitler, ha fondato il proprio successo esattamente su questioni simili, mirando, in quel caso, non sui cinesi, ma sugli ebrei. È facile, è carognesco, è vile sobillare contro un popolo, qualunque esso sia. È pericoloso. È un pensiero da prendere con tutte le dovute cautele nell’attimo stesso in cui affiora nella nostra mente.
Anni fa ebbi occasione di passare una serata con un cinese. Simpaticissimo. Bevemmo e fumammo insieme. Gli ho chiesi che idea si fosse fatto degli italiani. Lui, molto garbatamente, disse che gli sembravamo persone a cui piace prendersela comoda.
E non gli si può dar torto. A noi italiani piace stare al bar, sorseggiare una birra leggendo la Gazzetta dello Sport o il Corriere della Sera, e intanto disquisire di calcio o di politica. Ci piace anche parlare di rivoluzione, fermo restando che rimandiamo il tutto a domani. E i cinesi hanno forse semplicemente capito che i bar in Italia funzionano. Buon per loro che hanno voglia di darsi da fare.

Maurizio Teroni

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Storie sentite n°1 – Carne macellata

luglio 30th, 2013 · No Comments

 

 

Mi ha invitato per una grigliata a casa sua e ho accettato con piacere. Sebbene stia cercando di mangiare esclusivamente vegetariano, gli confesso mentre butto giù un altro gotto di vino e riprendo a rosicchiare la costaiola che mi ha appena servito. Lui intanto affronta la sua e mi dice ridendo che non ci pensa proprio a rinunciare alla carne, anche se…
Anche se, precisa, sarebbe mica una brutta idea. Quando mangi un pezzo di animale macellato, non sai di preciso cosa ti metti nello stomaco.
Mi racconta che una trentina d’anni fa lavorava presso una fabbrica di lavorazione carni. Si occupava del disossamento. Coltello in pugno: piantare, squartare, ripulire fino all’osso. Non dovevi lasciarci un briciolo di carne su quelle carcasse. Un lavoro del cazzo, dice, ma pagavano bene. Mi ha mostrato il palmo della mano destra: aveva ancora un piccolo callo sul dorso.
Quando una bestia aveva un tumore, dovevi tagliare via la parte malata. La riconoscevi a occhio: era una macchia scura. Incidevi intorno alla macchia e la strappavi via. Lo scarto andava buttato dentro a delle grosse conche, e non si sa dove finivano. Dovevi però stare attento a non ritagliare troppo.
Il padrone passava ogni tanto a controllare. Buttava un occhio dentro il cumulo di ossa nelle conche, prendeva dei pezzi e se li rigirava tra le mani. Stessa cosa coi tronchi di tumore asportati. Era milionario con le lire e ora è milionario con gli euro.
Se si accorgeva che avevi tirati via troppo, ti dava una multa di 50.000 lire. Stessa multa se le ossa non erano grattate a puntino. Dovevano essere pulite, bianche come il latte. Considerando che ci guadagnavi circa 40.000 al giorno, era un bel rischio. La paga era legata alla quantità di carne che facevi. Più ci davi dentro, più portavi a casa. E puoi capire che c’era da andare poco per il sottile: levavi il grosso, ma qualcosa di malato, tra quella carne, rimaneva. E dove finiva, finiva.

Maurizio Teroni

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Verso la luce (Inferno – Canto XXXIV)

luglio 22nd, 2013 · No Comments

È il sabato santo dell’anno 1300 e sono circa le sei di sera.
Il sole sta tramontando su Gerusalemme. Uomini e donne si avviano verso casa. Presto farà notte.
Sotto la crosta terrestre, nelle profondità del mondo, precisamente nel suo centro, Dante e Virgilio sono al cospetto di Lucifero. Hanno superato la porta dell’inferno 24 ore prima e hanno insieme percorso l’intero tragitto infernale, visitando ogni cerchio, ogni girone, ogni bolgia. Ora che sono giunti al fondo, devono uscire.
Virgilio avverte Dante: è momento di andarcene.
L’uscita naturalmente non prevede un percorso a ritroso. Per farlo, dovranno addentrarsi ancora più in basso.
Dante intende immediatamente il segnale di Virgilio e si aggrappa alle sue spalle. A quel punto, il maestro deve compiere un balzo sul corpo di Lucifero, e per farlo deve cogliere il momento giusto: aspettare che le grandi ali di pipistrello siano nel momento di massima apertura. Qui Virgilio dimostra notevoli qualità atletiche: si lancia sul fianco di Lucifero e comincia a scendere lungo quella montagna di carne, usando ciuffi dei suoi peli come appigli, e scende fino al punto di apertura in cui quell’immenso corpo è piantato, tra la sua carne e la distesa di ghiaccio. E il tutto con Dante appesa alla sua schiena.
L’operazione che Virgilio sta compiendo è decisamente dura, oltreché pericolosa: lo sforzo è evidente. Ansima, geme per la fatica. È completamente concentrato in ciò che fa.
Poi, superata la soglia della spaccatura, avviene qualcosa di strano: Virgilio volge gli occhi verso i piedi di Lucifero. Il suo sguardo è quindi rivolto verso il basso, eppure ora sale.
È avvenuta una sorta di capovolgimento: è come se, oltre quel centro del mondo, finisse la discesa per cominciare la ascesa. Infatti Virgilio si sta ora arrampicando. Dopo essersi addentrato all’interno della fessura, si ferma e appoggia Dante su uno spuntone di roccia. Dante solleva lo sguardo e vede (o crede di vedere) le gambe di Lucifero sopra di sé, rivolte verso l’alto. Com’è possibile? La prospettiva è stata completamente ribaltata.
Dante è disorientato e non capisce. Vorrebbe forse chiedere spiegazioni a Virgilio, ma non gli viene dato il tempo, infatti il maestro lo sprona immediatamente ad alzarsi e procedere: un lungo e duro percorso li attende, e precisa che il sole presto sorgerà.
Non si capisce bene perché sia così importante rispettare un certo limite cronologico. È come ci fossero dei limiti precisi a cui i due devono attenersi.
Insieme si avviano lungo un percorso strettissimo, una sorta di cunicolo, dove la luce è fioca. Avanzano lungo un percorso spiraliforme che li conduce verso l’alto.
Durante il tragitto, ora che Virgilio sembra più disponibile al dialogo, Dante chiede spiegazioni: dov’è finita la ghiacciaia? Perché Lucifero era rovesciato? E come è possibile che, se poco prima era quasi il tramonto, ora sia quasi l’alba?
Virgilio, camminando, spiega: tutto è capovolto perché hanno superato il centro del mondo e ora si trovano, sì nelle profondità, ma nella parte opposta all’inferno. Stanno viaggiando verso l’altra estremità, dove sorge il monte del Purgatorio, alla cima del quale si trova l’Eden.
La spiegazione di Virgilio è in accordo con la visione geografica dell’epoca. Si riteneva che il mondo fosse una sfera nella cui metà superiore c’erano le terre emerse, il mondo allora conosciuto. Oltre i confini terrestri iniziava una distesa di mare (quella in cui si è avventurato Ulisse) che copriva interamente l’emisfero inferiore. E sulla punta opposta di questo emisfero (ovvero esattamente simmetrica rispetto a Gerusalemme, dove visse e morì Cristo) si trova il Paradiso terrestre (dove vissero Adamo ed Eva).
Geografia, cosmologia e teologia sono sintonizzate sulla stessa linea d’onda, e tutto ha una propria corrispondenza, che si attiene a una logica concentrica per cui scienza e fede non si contraddicono. La razionalità umana coincide con quella divina, essendone specchio. L’uomo è in diretta linea con Dio, da una parte, così come è in diretta linea con Lucifero, dall’altra, e vive di due contrapposte tensioni: una mirante al Bene, l’altra al Male.
La narrazione di Dante si attiene fedelmente a questa logica, e tutto ciò che viene raccontato risponde a spiegazioni e giustificazioni che non conoscono sbavature, e neppure contraddizioni. Tutto si incastra in un disegno tanto semplice quanto enigmatico. L’abisso infernale si è creato con la caduta dai cieli di Lucifero: alla sua vista l’Eden si è ritratto formando dall’altra parte il monte del Purgatorio, che corrisponde quindi per dimensione e forma al cono rovesciato dell’Inferno, e potrebbe quindi ipoteticamente fungere da tappo. La stessa divisione del Purgatorio è simile e simmetrica all’Inferno: una divisione quasi identica di peccati, ma con una gradazione di inferiore gravità.
Si potrebbe vedere il tutto come una favola per bambini. Dante però ha precisato che la lettura della sua opera viaggia su diversi canali di lettura, come una serie di strati di interpretazione per cui il racconto può essere approcciato sul piano letterale, sul piano allegorico, sul piano teologico. Ciò che dice ha quindi un fascino narrativo, dietro il quale si configura un significato più nascosto, dietro il quale aleggia un altro significato. Tutto va guardato in un’ottica di piani di lettura multipli.
La stessa logica dell’opera, che può apparire illogica, è indizio di un’allegoria. Tutto va letto come il segno che rimanda ad altro, e nel riflesso effimero del segno si rispecchia la verità di Dio: fondamento di ogni parola scritta da Dante.
Giunti al termine del lungo e ombroso cunicolo, seguendo il suono di un ruscello che da su discende (probabilmente il fiume Leté, che con le sue acque ha formato quella natural burella), Virgilio per primo e poi Dante approdano verso la luce: da un foro tondo, dove il cunicolo sbocca, la prima cosa che vedono è il cielo stellato, rischiarato dalla prima luce dell’aurora.
La prima cantica della Divina Commedia comincia nell’oscurità e finisce nella luce. Comincia nel male e finisce nel bene, come una commedia, appunto.

Maurizio Teroni

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Lucifero (Inferno – Canto XXXIV)

luglio 9th, 2013 · No Comments

C’è un indiscusso protagonista nell’ultimo canto dell’Inferno, ed è Lucifero. Su lui si regge tutto l’impianto teatrale di lacrime e grida, e su di lui si chiude. Come apoteosi, figura inquietante, enigmatico burattino e burattinaio.
La sua presenza è stata più volte, più o meno direttamente, annunciata. Virgilio ne introduce la visione con un verso: Vexilia regis prodeunt inferni (Si avanzano i vessilli del re dell’inferno), parole che riprendono la formula introduttiva di un inno in onore di Cristo (composto da Venanzio Fortunato, secolo VI) e che suona quindi come una parodia e un rovesciamento del sacro.
Lucifero appare sì come re, ma esclusivamente della notte; re e prigioniero. D’altronde, tutta la simbologia infernica si regge fondamentalmente su un’opposizione: il Male si contrappone al Bene, ne rifiuta i valori e ne rovescia i segni.
Dopo che ha ascoltato le parole di Virgilio, Dante alza gli occhi. Sa di essere arrivato al termine del suo viaggio nella notte: in una nebbia crepuscolare, il soffio di quella brezza gelida che sentiva crescere via via che avanzava lungo il lago Cocito, si fa ora più impetuosa, tanto che egli deve ripararsi dietro la sua guida.
È l’indizio di un timore che si fa improvvisamente spazio in lui e che richiede conforto. Finalmente vede. Prima qualcosa di vago, simile a un edificio, un gigantesco mulino. Poi abbassa gli occhi e inquadra, sotto la superficie del ghiaccio, la sterminata distesa di dannati, gli ultimi tra gli ultimi, quelli concentricamente più vicini al centro del Male, ovvero i traditori di chi fece il Bene, collocati nella zona più estrema di Cocito, la Giudecca.
Se i traditori di Caina sono immersi nel ghiaccio fino al collo, quelli di Antenòra in modo simile, e quelli di Tolomea distesi supinamente, questi sono ibernati per intero nella profondità del lago, bloccati in varie posizioni: chi in orizzontale, chi in verticale, chi sottosopra, chi inarcato in modo che la testa tocchi i piedi. Tutte strane figure, simili a fossili cenozoici, esseri disumanizzati e cristallizzati in forme sul cui significato si può solo fantasticare.
Ma questa è solamente una fulminante istantanea, a cui sono dedicati pochi versi, e che dà l’idea di una panoramica sconcertante, che quasi paralizza Dante e lo inchioda per un momento, mentre avanza in quella sorta di cimitero vitreo. Qui i dannati non si possono muovere né parlare. Formano un contorno lugubre su cui spiccano l’immobilità e il silenzio. Domina su tutto la gigantografia immane di Lucifero.
“Ecco Dite” esclama Virgilio, come un presentatore da circo che espone, alla fine del lungo catalogo di mostruosità, la più abnorme.
Me lo immagino con un braccio disteso in direzione del fondale oscuro: Signore e Signori, ecco a voi sua maestà Lucifero!
Dante basisce. Annota che non esistono le esatte parole per descrivere ciò che prova. Raggela. Afferma di non essere morto, ma di non essere neppure rimasto vivo. Solo un ossimoro emotivo può esprimere il suo stato in quel momento.
Lo ‘mperador del doloroso regno emerge dalla metà superiore del petto in su, il resto è piantato dentro al ghiaccio. Simile ai giganti, quindi, ma di dimensioni ben più vaste: il rapporto che c’è tra un uomo e un gigante è paragonabile al rapporto tra un gigante e un braccio di Lucifero. Quindi un essere colossale. Dante e Virgilio devono essere qualcosa di simile a due formiche, al suo cospetto.
L’autore usa un complicato assioma per descriverci l’essenza di Lucifero, l’angelo prediletto che si scagliò contro il Padre: se fu tanto bello (quand’era angelo, prima di ribellarsi) quanto ora è brutto (ed era quindi di una bellezza abbacinante), e nonostante tutto si ribellò a Dio (e quindi al Bene e al Bello supremi), deve necessariamente essere l’origine di ogni male. Dev’essere lì, nel nocciolo di quel rifiuto, il senso del suo abbruttimento. Dentro quel nocciolo covano i germi dell’invidia e del tradimento.
Così come tutta la Divina Commedia si architetta e snoda, anche nell’impianto metrico della terzina, intorno al numero 3, simbolo della Santa Trinità, numero che continuamente riappare come triade o come multiplo della triade (tre le cantiche, le fiere allegoriche e così via), la figura deforme di Lucifero si compone di tre facce: una, la centrale, di colore vermiglio (rosso di rabbia); quella a destra di color giallastro (che rimanda alla bile dell’odio o dell’invidia); quella di sinistra nera (come l’ignoranza). Tre volti che rappresentano i tre peccati base di tutti i peccati e che si contrappongono simmetricamente alla potenza, sapienza e amore di Dio. Sul retro di ogni faccia spuntano una coppia di ali, sei in tutto, enormi. Ali di pipistrello, che sbattendo creano le folate d’aria che raggelano l’intero Cocito.
Sei ali, tre facce, e quindi sei occhi. Da ogni occhio colano continuamente lacrime, segno della sua inappagata acrimonia. Lucifero non ride, anzi piange, piange e digrigna i denti. Lungo i suoi tre menti gocciolano lacrime e si mischiano alla bava di sangue che fuoriesce dalle sue tre bocche. In ogni bocca mastica i rappresentanti massimi del tradimento: Giuda, Bruto e Cassio. Tutti e tre colpevoli del più esecrabile dei tradimenti, il primo verso Cristo, gli altri due verso Cesare, autorità, una religiosa, l’altra politica, emanazioni del potere divino. Tutti quindi indiretti traditori dell’autorità paterna per eccellenza.
Nelle fauci centrali divora e graffia Giuda Iscariota, immerso di testa e con le gambe che si dimenano all’estero. Gli altri due dannai penzolano invece a faccia avanti. Nella bocca sinistra viene maciullato Bruto, che si contorce senza emettere un lamento; nella destra è Cassio.
Lucifero non emette un suono, non un grido, non una parola. Sembra sprofondato in una specie di noia, qualcosa di simile a un’angoscia che non conosce pace. Sembra confortarlo solo la tensione a propagare il proprio dolore e a far sì che tutti intorno a lui soffrano, e tanto più gli sono vicini più propaghino il male e la sofferenza.

Maurizio Teroni

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Tolomea: traditori degli ospiti (Inferno – Canto XXXIII)

giugno 24th, 2013 · No Comments

Ascoltata la storia di Ugolino, ecco cosa Dante augura a Pisa: che le isole di Capraia e Gorgona si spostino fino ad otturare le foci dell’Arno, che le acque del fiume straripino, che inondino e affoghino ogni cittadino di quella città, vergogna d’Italia per aver consentito un’atrocità simile.
Si aggiunge così Pisa al catalogo di città maledette dal poeta.
Quindi riprende il cammino. L’atmosfera che aleggia nel nono cerchio è siderale. Eppure Dante si accorge di essersi ormai abituato al freddo, come se si fosse formato un callo sulla sua pelle, che l’ha indurita. È un indurimento non solo fisico, ma più precisamente emotivo. L’atteggiamento di Dante è infatti sempre più gelido, del tutto indifferente alla condizione dei dannati.
Avverte una brezza fredda e non capisce da dove provenga. Chiede spiegazione a Virgilio, il quale risponde che più avanti la ragione gli sarà chiara. Passano così nella terza sezione del lago Cocito, chiamata Tolomea.
Il nome deriva probabilmente da Tolomeo, biblico governatore di Gerico, il quale invitò a un banchetto Simone Macabeo e figli, per sterminarli. Dante lo pone come antesignano emblema del peccato qui punito. In questa zona sono infatti dannati i traditori degli ospiti.
La tortura che spetta a questi è, come per gli altri traditori, l’immersione eterna nel ghiaccio. A differenza dei precedenti, ficcati in verticale, essi però sono sdraiati a faccia in su. Avviene così che il loro stesso pianto (unica valvola di sfogo) si trasformi da minima consolazione in ulteriore fonte di dolore. Le lacrime che sgorgano dai loro occhi infatti si fermano sulla superficie dei bulbi, formando uno strato di ghiaccio che gli ricopre lentamente gli occhi, poi le guance, poi il viso, sotterrandoli via via sotto il loro stesso pianto.
Due sono i dannati nominati tra i traditori degli ospiti: frate Alberigo e Branca Doria.
Il primo, guelfo di Faenza, ebbe un litigio, per una questione di gelosia, con due suoi parenti, Manfredo e Alberghetto dei Manfredi. Un giorno, col proposito ufficiale di far pace, li invitò a pranzo. Era il 2 maggio del 1285.
Probabile che, dopo un iniziale imbarazzo, man mano che gustavano qualche manicaretto, i due si sentissero sempre più rilassati. Magari sorrisero. Magari fecero qualche battuta, e anche un brindisi. E chissà che luce scintillava negli occhi di Alberigo, mentre li guardava. Bisogna avere qualcosa di profondamente lurido nell’animo, per fare qualcosa di simile.
A pranzo quasi terminato, frate Alberigo ordinò di portare la frutta. Era il segnale convenuto. Anziché albicocche o pesche, gli fece servire un coltello in gola.
Pare che l’episodio fece così scalpore da far nascere il detto “frutta di Alberigo”, per intendere chi ti invita a mangiare per farti fuori. È una pratica che chissà quanti bastardi hanno utilizzato.
L’altro farabutto citato è Branca Doria. Questo era genovese, ghibellino. D’accordo col nipote, invitò il suocero Michele Zanche (per la cronaca, questo è nella quinta di Malebolge, nella pece bollente, tra i barattieri). Gli aveva fatto il torto di non concedergli alcuni diritti terrieri nel Logudoro, in Sardegna, dove Zanche era giudice. Gli tese la trappola del banchetto per trucidarlo, insieme al suo seguito. Il fatto avvenne forse nel 1290. Ma non se ne hanno notizie certe.
Che Doria fosse genovese, serve, comunque, in chiusura di canto, ad aggiungere anche Genova nella lista nera di Dante. Gente, questi genovesi, che non conosce cortesia ma solo vizi, una feccia che sarebbe meglio estirpare dal mondo.
Ai dannati della Tolomea, sono dedicati pochi versi, una sessantina circa, che bastano tuttavia a delineare uno spaccato particolare dell’inferno. Solo uno dei due citati ha uno scambio di parole con l’altro, frate Alberigo. Branca Doria viene semplicemente citato.
Appena Alberigo nota i due passare, li chiama e chiede una cortesia: che gli sia ripulito lo strato di ghiaccio dagli occhi.
Qui Dante dà ulteriore prova di cinismo, a testimoniare quanto si sia ormai assuefatto al clima di Cocito: offre al dannato la stessa moneta che usò in vita, l’inganno. E lo fa senza mentire, ma giocando con le parole. Gli propone infatti uno scambio, un piccolo infido ricatto: ti pulirò gli occhi a patto che tu mi dica chi sei; se non lo farò, andrò al fondo di questa ghiacciaia.
Egli sa che arriverà comunque al fondo. Si sta quindi beffando del suo interlocutore. Il quale infatti subito parla, presentandosi.
A sentire il nome di Alberigo, Dante si stupisce: sa che quell’uomo è ancora vivo: come fa ad essere all’inferno, se non è ancora morto?
Alberigo spiega. Ignora cosa ne sia del proprio corpo, ma sa che la sezione di Tolomea ha una particolarità: un uomo può essere vivo ma la sua anima già morta. Ed è così che avviene: nel momento stesso in cui un uomo compie l’infame atto di tradire il sacro vincolo dell’ospitalità, la sua anima (o la sua ombra o il nocciolo del suo essere, come vogliamo chiamarlo) sprofonda lì, nell’ultimo cerchio dell’inferno, dove rimane, per quanto l’uomo sia ancora vivo. O apparentemente vivo. In realtà, a quel punto, non è altro che un fantoccio, un involucro svuotato di esistenza. Si muove, vive, respira, parla, ma è già morto. Un demonio si è impossessato del suo corpo e lo manovra, senza che l’uomo ne sia consapevole: è già dannato e non ha speranza di rimpianto, conforto o remissione.
Frate Alberigo sta raccontando tutto questo, convinto che Dante sia, come lui, un dannato. Egli ignora che sta parlando con un vivo, perché è accecato, e non si può quindi accorgere della beffa che gli sta per essere servita. Finito di parlare, infatti, chiede che gli venga concesso il favore patteggiato. “Allunga la tua mano qui, ora: aprimi gli occhi.”
Ma Dante non glieli apre. Precisando che quella bastardata fu un atto di cortesia.

Maurizio Teroni

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