
Il Nord ospita il 23% della popolazione planetaria e consuma 84% del prodotto lordo mondiale. Il Sud ospita il 77% della popolazione planetaria e consuma 16% del prodotto lordo mondiale.
Situazione meteo nel terzo girone: pessima! Un’incessante gelida scura grandine che precipita dall’alto e inzuppa la terra di una brodaglia fetida.
Piove così sui golosi, puniti per la loro ingordigia. Essi in vita non hanno fatto ad altro che ingozzarsi di ogni ben di Dio e il peggio di Dio ora gli viene vomitato addosso, senza che gli sia concesso – naturalmente – un attimo di tregua. Hanno passato la vita a riempirsi lo stomaco, trinciando pezzi di carne, masticando il lesso, succhiando ossa, scolandosi la broda, preda di una bulimia cieca, e ora è come se fossero sotto un enorme deretano che gli defeca addosso pioggia mista a neve nera.
Non si muovono. A differenza degli altri dannati (che corrono, vagano, volano) essi stanno riversi sul fango, proni, mentre le granaglie gli crollano addosso. Come non bastasse, Cerbero, il gigantesco cane a tre teste, si aggira in mezzo a loro e li graffia, scuoiandoli e squartandoli. Il solo loro movimento è una sorta di disperata difesa: si dondolano sui fianchi per proteggersi alternativamente ora un lato ora l’altro.
Sembrano la rappresentazione di una società ricca e ottusa, che si è arraffata tutto… tutto senza valutare le conseguenze, e ora è oppressa dal peso dello stesso essere che ha partorito: un mostro insaziabile di vendetta. Come maiali si rotolano in terra, come cani urlano di dolore e alle loro urla si mischia l’assordante latrato di Cerbero, che ha tre teste e quindi tre gole. Dante ce lo descrive come un enorme mostro, dai tratti tra l’umano e il bestiale: occhi rossi, barba unta e nera, mani unghiute. Appena vede Dante e Virgilio, gli si fa incontro minaccioso. Virgilio raccoglie una manciata di melma e gliela getta nelle fauci, e Cerbero si placa masticando.
L’atmosfera del cerchio dei golosi è dominata da un clima plumbeo, dalla confusione, dallo strepito. Sembra un’abbuffata senza ritegno, dove ad essere servite sul piatto, dilaniate, sono le anime. Esse rimangono stese in terra e sono privati quindi anche della dignità di potersi mantenere erette. Trovandosi in questa posizione, oltretutto, formano una specie di tappeto di corpi (ma non sono altro che la parvenza di corpi, essendo simili a involucri vuoti) e vengono calpestate da Dante e Virgilio, che gli camminano sopra passando.
Una simile condanna sembra forse esagerata a noi… che siamo abituati a colazione, pranzo, merenda, cena, con contorno, dolce e frutta, più le opzioni di brunch, spuntino, aperitivo e varie; noi che, quando rinunciamo, è per mantenere la linea. Ma parliamo di un epoca in cui il pasto completo era un lusso. Vista con gli occhi di chi crepa di miseria, forse, la condanna dei golosi appare più chiara. Non viene qui punita la fame o il piacere del gusto o semplicemente l’appetito, ma la voracità. In una prospettiva di panoramica sul reale (di cui l’irreale non è altro che un’allegoria) la voracità rappresenta uno dei mali più infimi.
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Domanda: “C'è un peccato che porta dritto all'inferno?” Risposta: “Tanti, ma in particolare il sesso inteso come gioco. Se io passo il tempo da una persona all'altra mi trascino tutti gli spiriti immondi di questo e di quello.”
Intervista all'esorcista padre Gabriele Amorth – Resto del Carlino del 30 aprile 2012
Col secondo cerchio ci si addentra nella vero e proprio inferno. Dante ci avvisa: “Or cominciano le dolenti note a farmisi sentire”… Si discende la scalinata della degradazione peccaminosa e, tra i peccati, il primo in ordine (e quindi il meno grave) è la lussuria.
Finora Dante ha incontrato le anime dannate per una mancanza: quelle nell’anti-inferno sono punite per mancanza di scelta, quelle nel limbo sono punite per mancanza di battesimo. Ora si trova di fronte a delle anime che si caratterizzano per la loro sfrenata passione all’erotismo. Non è propriamente il sesso il loro peccato, ma l’aver sottomesso ad esso tutto il resto. Perché punirli? Non hanno in fondo fatto nulla di male, hanno solo mirato alla soddisfazione dei loro desideri intimi.
Il problema evidentemente (per quanto si deduce dai personaggi incontrati) è che la libidine li ha portati alla rovina. Il loro errore consiste nell’aver fatto sì che fosse l’amore a guidare le loro scelte più radicali.
Semiramide, per esempio (regina degli Assiri) fu così lasciva da legittimare il proprio vizio nel regno su cui governava, e poi Cleopatra, Elena di Troia, Achille, Paride, Tristano (Virgilio ne addita e nomina solo alcuni, ma la turba pullula di ombre) tutta gente il cui desiderio d’amore fu causa della propria morte o della morte di altri. Molti di loro si suicidarono per amore, altri per amore furono uccisi. Due in particolare spiccano, e diventano infatti i protagonisti del canto: sono Paolo e Francesca, amanti colti in fallo dal marito tradito (Gianciotto, fratello di Paolo) e da lui assassinati lì dov’erano, com’erano. Un delitto d’onore, diremmo forse noi, che non rimane tuttavia giustificato, infatti Gianciotto è condannato in uno dei gironi più bassi dell’inferno.
Il cerchio dei lussuriosi si presenta come una voragine in cui soffia una bufera che scaraventa in ogni direzione i dannati. Il vento li trascina in un continuo vortice e nell’aria buia non si sente altro che grida, pianti, lamenti, bestemmie. Per essi non si prospetta possibilità di quiete: sono eternamente travolti da un turbine che non gli concede tregua. La pena a cui sono sottoposti è una sorta di proiezione ingigantita della loro colpa: non seppero frenare le loro passioni e sono quindi condannati ad essere travolti da una spirale vorticosa. È una condanna che non spicca per particolare crudezza; non c’è spargimento di sangue, carne o viscere: sono sbattuti in un incessante movimento ondulatorio, simile all’amplesso.
L’ambientazione naturale a cui sono accostati è aerea, e Dante utilizza similitudini con volatili: stormi di ali, gru, colombe, tutti simboli della leggerezza. Essi si librano nell’aria, ma non ascendono, rimangono prigionieri di un gorgo.
A Paolo e Francesca spetta una sorte particolare: come tutti gli altri sono presi dal vortice, ma rimangono uniti. A quanto pare, il loro amore ha avuto la meglio anche sulla morte. Fanno parte dell’orgia dei lussuriosi, ma ad essi è concesso un briciolo di pietà.
Dante li nota e chiede di poter parlare con loro. I due si fermano, ed è Francesca a parlare, mentre Paolo rimane avvinghiato a lei, in silenzio, piangendo. Francesca parla e racconta la loro storia d’amore. Il tutto si racchiude in una trentina di versi tra i più potenti della Divina Commedia.
Si capisce, dalla reazione di Dante e dalle sue parole, la compassione che egli prova per gli amanti. Non tradisce bigottismo, anzi… Il suo atteggiamento rimane in bilico tra l’accettazione della legge e la solidarietà umana. Egli si mostra quasi rispettoso, di certo pietoso nei loro confronti. Tanto che, ascoltata la loro storia, per la seconda volta (ma per una diversa ragione) sviene.
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Nell’era del capitalismo l’uomo è una merce. Ha un prezzo, si compra, si vende, a scadenza avvenuta, viene impacchettato e selezionato per i due principali indirizzi (a seconda delle qualità di produzione): paradiso (depurazione e marchiatura d.o.c.) o inferno (disintegrazione). Dante viaggia in questa immensa discarica che è l’Aldilà.
Il settore Inferno è organizzato in una efficiente catena di smaltimento. Una volta deceduto, il corpo dell’uomo si decompone, la sua anima viene estirpata e inviata alla macerazione.
Primo passaggio: Caronte (trasportatore) carica una certa quantità di merci e le scarica all’interno del magazzino.
Secondo passaggio: Minosse (spedizioniere) accoglie le merci appena giunte, le esamina e le invia nel settore di competenza, a seconda del tipo di macerazione necessaria.
Terzo passaggio: vari mostri (manager) e diavoli (capi-reparto e operai specializzati). I primi organizzano si occupano della promozione e organizzano il lavoro da svolgere, i secondi svolgono: assemblano le merci e le sottopongono a una catena di montaggio di torture, che ha come unico fine l’infinita distruzione. Queste merci non otterranno mai la promozione nel settore vendita dei centri commerciali, ovvero il Paradiso.
Canto Quinto: Dante scende nel secondo cerchio (accompagnato da Virgilio, che gli fa da cicerone e promoter aziendale). Essendo l’Inferno un luogo di disgregazione a struttura conica, man mano che si scende, si stringono i cerchi e diminuisce il numero della anime-merci.
Nella mitologia greca, Minosse era re di Creta, giudice e legislatore. Ha quindi un ottimo curriculum ed è stato assunto all’Inferno con un contratto garantito per l’eterno. In vita era un uomo, ma all’inferno si è immostruosito. Dante non ci offre di lui una particolare descrizione; a suo riguardo usa semplicemente l’avverbio “orribilmente” e il verbo “ringhia”. Il che è bastante a figurarcelo tremendo. Ci offre inoltre un dettaglio fisico: ha una lunghissima coda.
La sua funzione è inviare i dannati al cerchio deputato. Come svolge la propria mansione? Non parla, non chiede, non approfondisce; semplicemente ascolta. Ascolta, seleziona e invia. Davanti a lui infatti l’anima si confessa naturalmente. A questo punto, Minosse avvolge l’anima con la propria coda e, in base al numero dei giri, la assegna al concordante cerchio. Tre giri=terzo cerchio… e così via.
Minosse è spaventoso, oltre che per quei dettagli brutali, per la muta solerzia con cui opera. Se ne sta lì, immobile, per l’eterno. Pare soddisfatto del proprio zelo infallibile, della meticolosità con cui lavora, come un burocrate scorbutico, costretto alla propria scrivania, in un angolo in ombra in un ufficio in un corridoio sperduto nei bassifondi aziendali: accoglie le anime-merci, le esamina, le timbra, le spedisce.
Dante ci descrive una continua ressa di anime in attesa del suo responso: una per volta, mostrano i propri peccati, subiscono la sentenza e vengono poi gettate nel cerchio, girone o bolgia di competenza.
Quando Minosse nota Dante (che è vivo), così come ha fatto Caronte, lo frena e lo redarguisce a non procedere. Si comporta come un guardiano, il buttafuori di una discoteca. Come nel caso di Caronte, interviene Virgilio con il suo lasciapassare, la frase magica: “vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare”.
Minosse tace e Dante può procedere.
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Vi capita mai questo stato mentale fastidioso? io a volte mi sento così... perso bloccato in un limbo, confuso e non so cosa pensare, fare, fatico a distrarmi e automaticamente mi sconcentro, al tutto si accompagna quell'odiosa sensazione di testa vuota. Non sempre, anzi quasi mai mi dà agitazione, però mi fa stare male e con la preoccupazione che non passi, in attesa soltanto che un qualcosa, un evento magari, possa sbloccarmi e farmi stare meglio. Questa sensazione è così strana che mi angoscia, mi viene sempre la paura che se rimane, e non riesco a descriverla bene, automaticamente nessuno potrebbe riuscire a capirmi e aiutarmi. (citazione dal sito www.psycoforumfree.org)
Il canto quarto è il canto del limbo, il primo dei cerchi infernali. Il termine deriva dal latino limbus (lembo, orlo, margine estremo) e indica quindi una zona al limite, una linea di sfumatura. Nell’inferno dantesco, il limbo rappresenta il confine tra i salvati e i sommersi. Sono qui i non battezzati.
Il canto terzo e quarto sono spazialmente separati dal fiume Acheronte, la cui traversata è stata compiuta da Dante in uno stato di incoscienza.
Egli è svenuto al baluginare di un lampo e si risveglia al rumore di un tuono: pochi secondi quindi. Come chiudere gli occhi e riaprirli… eppure è riposato.
Si guarda attorno per capire dove si trova e vede un’immensa distesa di nebbia.
Al suo fianco c’è Virgilio; gli suggerisce di prepararsi a seguirlo: la discesa ha inizio. Dante nota che il suo maestro è improvvisamente impallidito, e chiede: “Come posso seguirti se tu stesso, che sei la mia guida, hai paura?”
È l’angoscia della gente di quel luogo a impietosirlo, spiega Virgilio. Non lo dice chiaramente, sebbene sia chiaro che quell’angoscia gli è particolarmente intima, infatti quello è il suo luogo di condanna. Virgilio è in quel momento come un carcerato che torna dall’ora d’aria e verifica con smarrimento la propria condizione.
Dante lo ascolta e tace, ma Virgilio sembra irritato dal suo silenzio. “Perché non mi chiedi chi sono questi?” chiede, e subito precisa che chi si trova in quel girone non è per una colpa, ma per una mancanza. Pare quasi volersi giustificare: non per un peccato, insiste, ma per un difetto, questi sono costretti a un eterno desiderio di fede senza speranza. Si trovano sospesi in quella fitta nebbia dove, ridotti a ombre, vagano sospirando. La loro condanna è puramente psichica: anelano a una verità che non possono conoscere.
Non peccarono, e non sono infatti puniti; ma non conobbero la fede, e ora vagano in una nebbia che preclude loro di vedere.
Dante associa il loro stato a una condizione meteoropatica: così come la nebbia rende spettrale la realtà, essi sono immersi in un’atmosfera di eterno irreale. Ciò che li circonda si presenta sotto forma di sfumatura, ed è quindi inconsistente, impalpabile.
Si può ipotizzare che vi sia qualcosa oltre, una luce che li liberi da quello stato mentale di noia, di perenne ansia. Ora sanno che esiste, ma non riescono a vederla.
L’idea cristiana di fondo è che l’uomo nasce macchiato dal peccato, di cui si libera solo col Battesimo.
Il papa Pio IX dichiarò (intorno al 1930) che “i bambini morti senza Battesimo vanno al Limbo, dove non è premio soprannaturale né pena; perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il Paradiso, ma neppure l’Inferno e il Purgatorio.”
Nel 1984, l’attuale papa (allora cardinale Ratzinger) si espresse in merito così: “il limbo non è mai stato una verità definita di fede. Personalmente lascerei cadere quella che è sempre state a soltanto un’ipotesi teologica.”
Dante si domanda (e domanda a Virgilio) se chi si trova nel limbo potrà mai uscirne. La risposta c’è, sebbene rimanga velata, come la nebbia, di misteri: qualcuno (molti personaggi noti dell’epopea biblica) è stato da Gesù stesso liberato. Virgilio – e gli altri – nutrono ancora una speranza.
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Caronte… Notare l’effetto che crea solo pronunciarlo: il suono si chiude in gola sulla K, vibra passando per la R, si stringe sulla NT. È una fusione di fonemi aspri, in cui la lingua si fionda dalla cima dell’esofago ai denti, muovendosi in una rapida serie di torsioni. Lo si può pronunciare a mascelle serrate, simile a “carogna”.
Caronte è il traghettatore delle anime morte. Spinge la propria imbarcazione solcando le acque fetide del fiume Acheronte in un’atmosfera cupa avanza meccanicamente, compiendo lo stesso percorso da sempre per sempre, avanti e indietro. Sbarca su una riva, riunisce i dannati che si ammucchiano e lo seguono, spinti da un segreto istinto, salgono sulla sua barca e vengono condotti sull’altra sponda, in un viaggio di sola andata.
Lo sguardo di Dante si sposta dalla folla dei dannati per ignavia a quella delle anime appena morte, che attendono la propria condanna. Queste si accalcano sulla riva dell’Acheronte. Non capisce chi siano, e chiede spiegazioni a Virgilio, il quale rimanda la risposta, lievemente stizzito. Dante abbassa vergognoso lo sguardo. Quando lo rialza vede Caronte: arriva su una barca, manovrandola con un lungo remo: è un vecchio (di una vecchiaia mitologica; non ottanta, non novant’anni, ma millenni) di certo fisicamente decrepito, ma carico di un’energia feroce. Di lui sappiamo che ha una lunga barba bianca e due occhi come palle di fuoco.
È al servizio dell’Inferno. Svolge la propria mansione con solerzia. È brutale nei modi. Appena arriva, grida ai dannati di scordarsi la salvezza, nient’altro che sofferenza li attende. Si direbbe che questa frase sia la sua formula usuale di accoglienza. Poi nota Dante e gli chiede che ci fa tra i morti, lui che è vivo; attraverso altre acque gli tocca passare, dice (è questo un riferimento al fiume del Purgatorio… quindi Dante si auto-assolve dall’Inferno).
Dante non si muove, tace. Interviene allora Virgilio, il quale zittisce a sua volta Caronte con una formula che userà diverse volte: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.”
Il vecchio traghettatore quindi si zittisce. Non ribatte, non chiede altro. Si piega supinamente alla Legge (in questo denota una sorta di mentalità burocratica, che non ammette sfumature) e torna al proprio lavoro: i dannati.
I dannati, sconvolti e nudi, appena capiscono che è il loro turno, impallidiscono, battono i denti, bestemmiano Dio, i loro genitori, l’intera razza umana, bestemmiano il luogo e il momento in cui sono stati generati, e il seme della propria stirpe, da cui sono stati generati.
Poi si accalcano tutti assieme sulla riva, piangendo a dirotto, mentre Caronte – con occhi di brace (dettaglio da brivido) – li sorveglia. Con un cenno li raccoglie, li accorpa. Appena uno di loro mostra cedimento, lo prende a bastonate. Così uno ad uno salgono sulla barca, che si appresta a salpare tra le acque nere dell’Acheronte.
E mentre questi vanno verso l’altra riva, una nuova folla si addensa sulla prima.
Il canto si chiude in un boato, qualcosa di molto simile a una scossa sismica: la terra trema e da essa si solleva una folata di vento, mentre una luce rossa in un lampo si accende. È come un segno dall’alto, che scuote in un attimo ogni cosa.
E Dante? Crolla a terra: svenuto.
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Il generale Videla, alla guida della dittatura militare in Argentina dal 1976 al 1981 (oltre 30.000 vittime), una volta al potere dichiarò: “Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, i loro simpatizzanti, quelli che rimarranno indifferenti e, infine, gli indecisi.”
Quelli per cui una cosa o l’altra è uguale, tanto non cambia niente. Quelli che preferiscono non scegliere e che, non scegliendo, fanno sì che gli eventi, il caso, gli altri scelgano per loro. Quelli che si fanno trascinare per inerzia, simili ad amebe. Quelli che non vogliono farsi carico della responsabilità che ogni scelta, anche la più piccola, comporta, e che si accontentano di subire sperando di stare in piedi in qualche modo, e magari vigliaccamente riescono a stare in piedi, indifferenti a tutto, agli altri, a sé stessi comunque.
Questi, secondo Dante, sono destinati all’anti-inferno: così come in vita non seppero scegliere, ora sono costretti a correre inseguendo un’insegna. Non importa cosa vi sia scritto o cosa rappresenti. Appunto, così come non gli è importato in vita, ora non importa: ciò che conta è che corrano dietro qualcosa. Ma ciechi, poiché non hanno saputo guardare, e immersi nel buio, poiché non hanno saputo far luce intorno a sé stessi.
Oltrepassata la porta per l’inferno, Dante si trova in una zona di buio completo, dove si sentono sospiri, pianti, grida in tutte le lingue. Virgilio gli spiega che in questa condizione si trovano coloro che vissero senza infamia e senza lode. Queste anime non sono degne di andare in cielo, ma neppure di essere accettati all’inferno. La loro sorte è così misera da invidiare quelli che sono condannati più in basso La sentenza con cui Virgilio chiude il proprio discorso è esemplare: “non ragioniam di loro, ma guarda e passa”. Così come sono stati indifferenti, meritano indifferenza.
Dante, come gli ha suggerito Virgilio, guarda. La prima cosa che vede è un’insegna (una bandiera, un cartello, uno straccio, un simbolo privo di significato – qualcosa comunque che evidenzi la beffa a cui sono condannati). Questa insegna vola rapidamente nell’aria, ed è inafferrabile, non si ferma mai, mentre una baraonda di persone la insegue.
Quanti sono? La schiera è incredibilmente numerosa, talmente numerosa da non immaginare fosse morta così tanta gente. Tra questi, egli riconosce qualcuno. Non ci dice però il nome (forse perché non meritano neppure di essere nominati). Ci offre vaghi indizi, di uno in particolare “colui che fece per viltade il gran rifiuto”.
È una turba, una moltitudine impressionante, e tutti corrono come dei pazzi dietro quell’insegna che fugge.
La scena avrebbe del comico: sono nudi, si affannano, piangono, gridano, scalpitano all’inseguimento del nulla. Viene quasi da ridere a immaginarli, non fosse per il particolare che segue: essi sono pungolati da un immenso sciame di mosconi e vespe che li torturano pungendoli, e i loro volti trasudano sangue mischiato a lacrime che cola tra i loro piedi, dove un tappeto di vermi ristagna, e se ne nutre.
Vespe e vermi… Dante ha associato gli ignavi a una tipologia bestiale tra le più fastidiose e infime. Gli occhi e i piedi sono la parte del corpo in cui è concentrata la tortura, proprio negli organi con cui non hanno voluto guardare e non hanno saputo muoversi. La loro punizione consiste in un aspetto atroce e insieme sarcastico: devono soffrire, ma la loro sofferenza è ridicola, così come è ridicolo chi cerca di scacciare una mosca.
C’è del sadismo in tutto questo, ma un sadismo che corrisponde alla regola dai denti aguzzi del contrappasso.
Attenzione, pare suggerirci Dante: vivere significa scegliere. Chi non sceglie, subirà la propria non scelta. La realtà ci stringe, volenti o nolenti, nella sua morsa. Tentare di esimersi è una vigliaccata che in qualche modo si pagherà.
Quelli del PD sono avvertiti.
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Per me si va ne la città dolente
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e ‘l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate.
Evidentemente, i lettori del tempo di Dante non aveva un’idea visiva della narrazione, come abbiamo noi oggi, nipoti del cinema, figli della televisione, globalizzati da internet.
Ora, dovessimo rappresentare con un fotogramma l’inizio del terzo canto (dove inizia il vero baratro infernale) inquadreremmo una porta.
La porta è la prima visione che ci viene offerta. È una porta priva di connotazioni fisiche. Non sappiamo se sia di legno o di pietra o di fuoco o cosa. L’unica caratteristica di questa porta, che conduce all’inferno, è una scritta. Anche qui, volendo, c’è un gioco metaletterario: la porta, come una pagina, parla per mezzo di parole scritte. Quindi questa porta è fatta di parole. Nove versi di una chiarezza e di una forza indimenticabili, di cui i primi tre (non sfugge mai a Dante la forza simbolica del numero) ripetono in anafora ipnotica la stessa frase: per me si va… per me si va… per me si va…
Per mezzo di essa si penetra nel meccanismo allucinatorio dell’inferno. È qui scolpito tutto il concetto terrifico della punizione, siglata in coppie di parole come “città dolente” “etterno dolore” “perduta gente”, rese ancora più aspre dai versi successivi, con i quali viene spiegata la motivazione della sua esistenza: giustizia.
Chi la fece (Dio, che rimane per tutta l’opera nominato solo indirettamente, qui è definito come “alto fattore” “divina podestate” “somma sapienza” “primo amore”) fu mosso da un principio che domina la creazione e giustifica la sentenza irrevocabile a cui si aspira la condanna eterna. La punizione a cui devono sottostare i dannati è resa doppiamente atroce, sia per la durezza della condanna sia per la giustezza della condanna. Salta agli occhi il contrasto: “etterno dolore” e “primo amore”. Dio ha reso possibile un luogo di punizione senza fine. L’aggettivo “etterno” è la parola che tuona nel modo più spaventoso, sottolineato oltretutto da una tripla ripetizione.
Non si delinea prospettiva di salvezza, per chi supera questa porta. Con l’ultimo verso, la porta dichiara la propria doppia funzione: essa apre al dolore e chiude alla speranza.
Immaginati di trovarti di fronte a questa porta… Non riesco a immaginare prospettiva peggiore di una sofferenza privata di speranza, di una sofferenza senza fine, non solo nel senso di eternità, ma anche nel senso di una sofferenza che non porterà mai a niente, né alla crescita né alla saggezza né alla consapevolezza. A niente. Senza fine, senza senso.
Ma con una giustificazione: ciò che provi è giusto. È voluto da Dio. I dannati nell’inferno quindi pagano – per sempre – il loro debito con la giustizia divina. Sono colpevoli e, pagando per la loro colpa, assolvono al meccanismo della giustizia.
Mi chiedo, ti chiedo: può qualcuno essere colpevole di qualcosa senza essere consapevole di quel qualcosa?
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Tra il primo e il secondo canto c’è un inspiegato e inspiegabile salto cronologico. Nel primo, Dante era perso nella selva oscura ed era il momento più profondo della notte, poco prima dell’alba. Il secondo canto inizia con una descrizione di tramonto. Si passa quindi da un’oscurità all’altra, evitando completamente tutta la fase diurna. La contraddizione è evidente, ma Dante non ci offre spiegazioni. Questo accade perché, evidentemente, egli non si rifà a uno schema logico-narrativo che a noi, lettori del XXI secolo, risulterebbe necessario. Semplicemente, non dice. Risulta più importante far sì che domini un’atmosfera di tenebra, allegoria di una condizione psicologica e umana. Potremmo supporre che Dante e Virgilio abbiano passato la giornata insieme, vagando e chiacchierando, ma l’ipotesi risulterebbe priva di fondamento, infatti, da quanto si dicono, pare proprio che il loro dialogo riprenda giusto da dove lo hanno lasciato nel primo canto: Dante segue il cammino di Virgilio, e si incamminano verso l’inferno.
La scena descritta in questo canto è statica, ed è formata quasi completamente di dialogo. La sua funzione è duplice: da un lato crea una sospensione prima dell’entrata vera e propria nell’inferno; dall’altra offre una spiegazione al viaggio che seguirà.
Dante è assalito di nuovo dall’angoscia. Si chiede: “Perché proprio io?”
È come se di colpo si rendesse conto che sta per compiere qualcosa, non solo di pericoloso ma folle, e di essere solo (“e io sol uno/ mi apparecchiava a sostener la guerra”). Vuole insomma farci intendere la drammaticità della propria condizione: sta andando all’inferno. È all’altezza di una simile impresa? Non capisce perché proprio a lui si concesso un tale privilegio.
Egli esplicita i propri dubbi a Virgilio, precisando che due uomini hanno avuto questa possibilità, ma due uomini speciali: Enea (da cui si fonda l’impero romano) e San Paolo (da cui si fonda il cristianesimo).
Virgilio lo consola. Gli dice che non deve aver paura perché c’è stato in suo favore un intervento divino. Viene inserita qui, narrativamente, una catena di flashback. Virgilio dice che, mentre era nel limbo (dove si trova essendo un non battezzato) una donna è andata a fargli visita. Questa donna è Beatrice, la quale è scesa direttamente dal paradiso per soccorrere Dante (il quale era intanto perso nella selva oscura). A sua volta, Virgilio chiede a Beatrice come sia possibile che un’anima dei cieli sia scesa all’inferno e Beatrice, per rispondere, utilizza un altro flashback: Sant’Anna è andata da lei per dirle che il suo amico Dante era in pericolo. Sant’Anna, a sua volta, era stata contattata direttamente dalla Vergine Maria.
Si ritorna quindi alla simbologia del numero tre (le tre donne del cielo), per spiegare quell’intervento divino che procede in una sorta di scansione gerarchica. Riassumendo: Dante è perso nella selva oscura, la Madonna è presa da pietà per lui e avverte Sant’Anna; Sant’Anna va da Beatrice e le dice di far qualcosa per aiutare Dante; Beatrice si precipita dal cielo all’inferno (immune, lei, dai pericoli del male) per sollecitare l’intervento di Virgilio. Virgilio corre in soccorso a Dante. L’apparizione di Virgilio non è quindi casuale, ma voluta dal cielo (di questo aspetto è importante tener conto, giacché comparirà più volte in seguito).
Il meccanismo di questo passaggio di consegne – dal cielo alla terra – è piuttosto bizzarro, e volendo comico. Risulta però più chiaro se guardiamo ogni figura come una pedina allegorica che compone lo schema di contrapposizione Bene contro Male, e tutto in una prospettiva di gerarchie speculari e contrapposte: da una parte Dio, dall’altra Lucifero; da una parte le tre fiere (lussuria, avarizia, invidia), dall’altra le tre donne (grazia, speranza, fede). L’uomo-Dante è rappresentato in un continuo bilico tra queste due tensioni, ma la scelta intima e definitiva spetta a lui. Infatti, solo dopo la spiegazione di Virgilio, egli acquisirà sicurezza e si sentirà pronto a seguirlo, consapevole che qualcuno dall’alto lo protegge.
Potremmo maliziosamente osservare che Dante può permettersi il viaggio nell’oltretomba perché è un raccomandato (ma gli faremmo un torto, sapendo ciò che in realtà ha dovuto subire). Eppure è inevitabile sospettare che la logica della raccomandazione sia profondamente radicata nella nostra cultura italiana – e cattolica.
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Pubblico (in versione PDF scaricabile) gli atti della presentazione del libro “Le passioni dell’anima” di Raffaele Simone, organizzato dal Centro EDUCACI di Milano il 30 gennaio 2012, con interventi di Vincenzo Cutolo, Gennaro Carillo e dello stesso autore.
Presentazione di “Le passioni dell’anima” di Raffaele Simone
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L’apparizione di Virgilio – sebbene rappresenti la salvezza – è inquietante. Dante è in preda al panico: le sue speranze di salvezza, con la comparsa delle tre bestie, sono svanite e lui è costretto ad arretrare. Sta rovinando verso il basso, quando vede poco lontano una figura misteriosa e ambigua: non si capisce se ombra o uomo.
C’è da dire che la lonza, il leone e la lupa, per quanto pericolosi, sono reali, vivi. Virgilio invece viene dal regno dei morti. In questo senso, egli rappresenta il passaggio verso una dimensione che non è più terrena, ma sfuma verso qualcosa che è altro.
Scenario onirico… Solo nei sogni possiamo prendere contatto con i defunti, giacché nel sogno il confine tra vita e morte è molto sottile, quasi annullato. Anzi, nei sogni, l’apparizione di un defunto diventa spaventosa solo nel momento in cui ci rendiamo conto che egli è defunto, ovvero quando diventiamo consapevoli che stiamo sognando e la ragione irrompe svegliandoci. La bellezza del sogno consiste proprio nella possibilità di vivere una dimensione in cui non regna la logica razionale, ma una logica sotterranea, che non ha bisogno di prove o di spiegazioni. Eppure sappiamo che quella logica sotterranea ci suggerisce qualcosa di ben più profondo. Noi sappiamo (ma logicamente non possiamo accettarlo) che i defunti vivono ancora in qualche anfratto inesplorabile della realtà.
Dante dà questo per assodato e non ci offre spiegazioni logico-narrative alla comparsa di Virgilio. In effetti, tutta la Divina Commedia è destinata a crollare se analizzata con sguardo logico. Essa si regge su un presupposto letterario che esclude una certa logica e stabilisce invece con il lettore un patto che prevede altre regole.
Virgilio si presenta con un lungo discorso. La sua persona viene introdotta con le caratteristiche che rimarranno immutate per tutta la narrazione: è cupo, severo, ammonitore. Il suo comportamento nei confronti di Dante è rigido e per certi versi continuamente stizzito. Raramente si rivelerà affettuoso; egli è infatti portatore di un paternalismo inflessibile, che poco tollera le debolezze di Dante. Forse questo è perché Virgilio sa che l’unico modo per affrontare l’inferno è una incrollabile saldezza etica. Si può affrontare il maligno solo avendo ben chiara la propria fede nella verità.
Virgilio non è simpatico; i suoi interventi però celano una sorta di sarcasmo pungente. Dopo essersi presentato, infatti chiede a Dante la ragione del suo arretrare. Viene da subito definito un rapporto subalterno tra i due. Dante non fa altro che abbassare la fronte con vergogna e inchinarsi davanti a quello che apertamente dichiara proprio maestro. Vi è un aperto segno di umiltà da parte sua. Indicandogli la lupa, mette a nudo tutto il proprio spavento, quindi comincia a piangere.
A questo punto, Virgilio fa un secondo lungo discorso, incentrato su due elementi: la lupa e il viaggio attraverso i tre regni.
Riguardo la lupa, Virgilio mostra di comprendere i timori di Dante e, anzi, sottolinea i pericoli di cui quella bestia è portatrice, facendo chiaramente intendere che la lupa rappresenta l’invidia, compagna di molti altri peccati (fu l’invidia di molti che portò alle false accuse e all’ingiusta incarcerazione di Enzo Tortora). Virgilio però profetizza che essa sarà sconfitta da un altro animale: il veltro, ovvero un cane da caccia (evidentemente, allegoria di qualcos’altro o qualcun altro).
Riguardo il viaggio, Virgilio spiega a Dante che, se vuole arrivare alla Luce, dovrà seguire un altro percorso, attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.
Virgilio quindi funge, oltre che da accompagnatore, da presentatore dell’intero percorso narrativo e offre al lettore (e a Dante, con cui meccanicamente – essendo il racconto in prima persona – il lettore si identifica) la proposta di un percorso da compiere. Dante accetta e segue Virgilio. Il lettore si traveste da Dante (abito rosso, cuffia in testa e naso posticcio) e gira pagina.
Dante e Virgilio camminano verso l’inferno chiacchierando.
Dante: “Senti: ho un dubbio… Con l’allegoria di prima, quella del veltro… Intendevi forse Veltroni?”
Virgilio: “Per favore, non cominciamo col dire ‘ste cazzate o ti lascio nella selva oscura.”
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