
"L'Italia d'oro" di Luciano Fabro
Cosa c’è di meglio di un caffè al bar la domenica mattina, seduti all’aperto, leggendo il giornale e fumando?
Molte cose, di certo, ma, nella sua modesta pretesa, anche questo ha un suo perché. Ognuno poi ha i propri riti, ognuno ha un proprio modo di affrontare l’abisso domenicale. Io ho fatto così: ho preso la bici, ho comprato il giornale, sono andato al bar e mi sono bevuto un caffè. Poi mi sono seduto fuori, ho acceso una sigaretta e ho cominciato a leggere. Vediamo un po’: Borsellino ucciso dalla trattativa… Dalla loggia P2 alla loggia P3… La solitudine dei cassintegrati…
Ero lì tranquillo, immerso in queste spassose notizie, quando si siede vicino a me un signore sulla settantina, camicia arancione e braghe bianche. Abbronzato. Sul paonazzo.
“Disturbo?” mi fa. “Prego… si figuri.” Sorrido e mi rimetto a leggere.
Il giudice colpito perché disse no a una tregua con la mafia…
“Caldo eh?” dice rivolgendosi evidentemente a me, sebbene guardasse per l’aria. Io sollevo un attimo gli occhi, lo guardo e dico: “Eh!”
… Diciotto anni di continui interventi per evitare d’arrivare alla verità sulle stragi di mafia… una trattativa inconfessabile…
“Però oggi c’è meno afa” mi fa osservare, sempre con gli occhi in un punto impreciso. “Uhm!” confermo io.
…Una lettera inedita di Vito Ciancimino…
“Certo che anche il tempo è cambiato!” sento affermare.
Ma non dico nulla, neanche un “già”, neanche un cenno col capo. Nulla. Continuo a leggere, come se non esistesse.
PDL dilaniato dalle inchieste…
“Mah!” bofonchia. E sento il suo sguardo addosso. Lo vedo con la coda dell’occhio, soprattutto quando mi sposto sulla parte sinistra del testo. Il paragone con il ’92, in realtà, regge fino a un certo punto… Leggo ma ho difficoltà a intendere. Qualcosa mi deconcentra.
“Lei legge il giornale, eh?” mi chiede, ed è chiaramente una domanda retorica. Lo guardo e annuisco. Poi riabbasso gli occhi, ma lui non molla.
“Chissà quante se ne inventano!”
Alzo lo sguardo, approfittandone per spegnere la sigaretta.
“Anch’io un tempo leggevo il giornale” mi fa “E fumavo. Poi ho smesso. Mica fa bene, sa?”
“Cosa?” gli ho chiesto, in un ardito tentativo di contropiede.
“Come cosa? Fumare! Ti fa venire dei bei cancri ai polmoni… infarti… di tutto. Sa quanti ne ho visti morire io? Uuuh! E io ho smesso. Io me la voglio godere… Smetta anche lei, mi dia retta.”
“Ci penserò” ho detto sorridendo, ma con una smorfia scocciata. Poi ho ripreso a leggere. Cosa ne pensa Berlusconi?…
Niente. Lui ha ripreso come niente fosse.
“Tutti uguali!” dice “Tutti ladri dal primo all’ultimo!” dice scrutando il mio giornale. “La politica è tutto un ladreria. Mi dia retta, che ne ho viste di ladrerie. Mica bisogna credergli alle cose che dicono. Si fanno i loro affari. Normale, no?”
Intanto io ho chiuso il giornale e sono rimasto, inerte, ad ascoltarlo. Chissà chi votava? mi chiedevo osservando la sua camicia arancione. Ho provato a fissarlo negli occhi, ma sembrava privo di sguardo. Qualcosa sfuggiva in quelle pupille. Forse era pazzo.
“I giornali” ha detto alzando lievemente il tono e indicando con un dito il mio giornale “si inventano poi un mucchio di balle. Dicono quello che gli fa comodo a loro.”
O forse il pazzo ero io? Per un attimo ho avuto l’impulso di spaccargli il tavolino in testa. Ma mi sono trattenuto, avvertendo un lieve stordimento. Il silenzio della domenica estiva si stava facendo spazio in me, mentre quello continuava a parlare e la sua voce mi raggiungeva simile a un ronzio.
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Anni fa, mentre viaggiavo in treno direzione Roma, immerso nella lettura di un libro, entrò nel mio scompartimento una ragazza. Alzai due secondi gli occhi: non era bella né brutta, aveva però qualcosa di maliziosamente folle nello sguardo.
Non aveva bagagli, niente con sé. Sedette pochi minuti, poi se ne andò. Poi ritornò, questa volta con una borsa. La sistemò e rimase lì per il resto del viaggio. Ci vollero pochi minuti per presentarci. Il pretesto era stato il mio libro. Parlammo del più e del meno. Giunti a Roma, mi lasciò il suo numero.
Ero totalmente, come si dice, disimpegnato. Anzi, ero in una fase della vita in cui non riuscivo, non solo a stabilirmi con una persona, ma nemmeno in un luogo. Avevo un impellente e continuo bisogno di fuga, e di novità quindi.
Dopo qualche settimana la richiamai, e ci sentimmo diverse volte. Un giorno ci decidemmo per un incontro. Abitava ad Aulla. Io a Genova. Non era lontana, e allora partii.
Partii una domenica mattina, in macchina. Avevo le idee abbastanza chiare di cosa potesse accadere e di cosa avrei voluto accadesse. Forse anche lei. Tutto lasciava supporre un certo seguito.
Mi dette appuntamento all’uscita dell’autostrada, e fu anche puntuale. Chiacchierammo un poco, giusto per sciogliere il disagio, poi, siccome era ora di pranzo, andammo in un ristorantino scelto da lei.
Ci stavamo divertendo. Parlavamo bene, senza grossi disagi. All’antipasto, mantenevamo una certa forma. Al primo ci eravamo già addentrati in narrazioni intime. Al secondo, i nostri piedi si sfioravano con una frequenza ben oltre il casuale.
Poi arrivò il sorbetto. Io mi ero scolato - praticamente solo – una bottiglia di vino. Il sorbetto era contenuto in un lungo e stretto calice, colmo della cremosità liquida sorbettesca, con una cannuccia che spuntava. Lei, fissandomi dritto negli occhi, prese a (come posso dire se non) succhiare.
Il livello del suo sorbetto calava e lei mi fissava e io pensavo: oh! Giunta alla fine, tirò fuori la cannuccia e si lasciò cadere le gocce di sorbetto sulla lingua. Fissandomi. E io pensavo: esagerata!
In effetti era tutto un po’ troppo esasperato. Avessi avuto ancora un minimo di ragione funzionante, mi sarei reso conto che la situazione, nella sua chiarezza, era oscura.
Bene, dissi, e… perché non mi fai vedere casa tua? Lei disse: E perché no?
Quindi ci alzammo e via. Pagai l’intero conto con somma leggiadria.
Ora, dovete sapere che Aulla è un posto divenuto noto alla cronaca italica per un monumento a Bettino Craxi. Io non lo sapevo. Lo scoprii mentre ci avviavamo a casa sua. Mi trovai, infoiato e sbronzo, a fissare esterrefatto la statua di Craxi. Lì mi venne il sospetto che stessi sognando. O che fossi capitato in un posto di pazzi completi.
Mi affrettai comunque a seguirla a casa. Lì dove, entrati e seduti comodi sul divano, spalla a spalla, levati gli ormeggi, con un guizzo felino mi lanciai su di lei.
Per tutta risposta, lei mi mise una manco in faccia, bloccandomi, mentre si divincolava dalle mie grinfie, a guisa di Madre Teresa di Calcutta.
Non so come dire: è come vedere un giocatore che si scarta tutti, portiere compreso, arriva davanti alla porta vuota, tira e prende palo. Subito non rimane che la sorpresa.
Rimasi a bocca aperta e asciutta. Lì sul divano, ad Aulla, dove c’è la statua di Craxi.
“Per chi mi hai preso?!” disse. Credo di non aver neppure risposto.
Andammo a farci un giro, per sciogliere il tremendo disagio. Ci facemmo una bella sana passeggiata. Mangiammo anche il gelato.
Il gelato… e lei riprese con la nota tiritera. Sleccazzava quel cazzo di gelato fissandomi e sorridendo. Forse, pensai, ho solo sbagliato i tempi.
Che babbeo! Insomma, giunti a un panchina, ci sedemmo… Lei mi si premeva addosso. E io ci riprovai. E cozzai di nuovo contro un secco rifiuto.
Ma non finì lì… Arrivammo a sera con quello stesso tira-molla incredibile, che si ripeté in svariate forme, sempre più allusive e infingarde.
Quando, alla fine della giornata, le chiesi sfinito di riaccompagnarmi alla macchina, il viaggio di ritorno fu pesantissimo. Prima di scendere, mi sussurrò: “Perché vai via così presto?”
Avevo già la mano sulla leva d’apertura. “Come perché?” dissi.
“Beh… ho solo bisogno di tempo…” mi precisò fissandomi negli occhi, con quel solito sorriso ambiguo.
La guardai. Guardai fuori. Pensai alla statua di Craxi e dissi, aprendo la porta: “Ma vattene affanculo!” E tornai a Genova fottuto e fiero.
Sapete che lavoro faceva?
La psicologa! Occhio di chi ti fidi… amico lettore.
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luglio 6th, 2010 · 1 Comment
Ne uscivo da una brutta nottata e stavo guidando lungo la tangenziale fumante di afa. Il fondale del rettilineo sembrava liquido e in strada non c’era nessuno, a parte me (anche se non ero sicuro di esserci). Tutti, a quanto pare, erano rintanati in casa, chiusi nel frigorifero a bersi una birra.
Ero in riserva. E mentre con un occhio noto la spia arancio accesa, con l’altro vedo un distributore emergere dalla strada. Rallento, accosto e mi fermo. Nessuno. Scendo, mi guardo attorno, nessuno.
Per un attimo ho pensato fosse self-service e stavo già calcolando di puntare al prossimo. Non avevo la forza necessaria per farmi il pieno. Anzi, in realtà non avevo la forza necessaria per fermarmi, e stavo già valutando la possibilità di ripartire, quando vedo arrivare verso me, avvolta dai vapori estivi, una figura.
Una figura indecifrabile, dal punto di vista sessuale. Poteva essere un uomo fatto strano o una donna fatta strana. Poi, guardandola meglio, capisco che è una donna. Una donna che ha preso tutta la propria femminilità e l’ha lanciata via. Rimaneva una tuta spessa, occhiali grossi e quadrati, un berrettino a visiera e una sigaretta tra le labbra.
Inespressiva, senza un sorriso, senza un accenno di minima cordialità, mi guarda come se non mi vedesse. Sembrava proprio una che se ne fotteva completamente di tutto. E questo, debbo precisare, le dava un certo fascino.
Dico io: il pieno, grazie.
Lei afferra la cicca tra la punta del pollice e dell’indice e le fa fare un volo, di due metri circa, non troppo lontano dalla pompa del gasolio. Ho visto precisamente la parabola del mozzicone, partire dalla sua mano e planare sull’asfalto. E sono rimasto a fissarla.
E ho pensato: oh cazzo… Non osavo dire niente (perché mi sembrava, come dire, da paranoico), però qualcosa nel mio cervello aveva fatto la somma caldo+sigaretta+benzina e, insomma, non mi sentivo propriamente tranquillo. Intanto la benzinara aveva inserito il manicotto per il pieno automatico. Vedendo forse la mia faccia perplessa, ha fatto tre passi ed è andata a piazzarsi sopra il mozzicone con un piede. Senza far gesto di spegnerla. L’ha fatto come se fosse arrivata lì per caso, facendosi un giretto. Se n’è quindi rimasta lì tutto il tempo necessario per il pieno, con i pugni sui fianchi, fissando la pianura di palazzi e niente. Sembrava un generale in ispezione.
Certo che il benzinaro è un lavoro da duri. Te ne stai lì, tutto il porco giorno, ad aspettare gente che passa e se ne va. Magari a qualcuno gonfi le gomme, cambi l’olio, scambi due parole, ma, per il resto, è attesa… in quelle baracchette di alluminio. Che sia pioggia, sole rovente, freddo cane, te ne devi star lì ad aspettare, più avere a che fare con qualsiasi testa di cazzo ti capiti come cliente. Ho visto tanti benzinari in vita mia, ma ne ricordo pochi allegri, pochissimi. È un mestiere, credo, logorante. Mi auguro che renda bene, a soldi; anche se non credo: gestisci in subappalto un marchingegno non tuo, e ti prendi una percentuale, probabilmente bassa. Intanto i petrolieri si fumano dei sigari alle Bahamas.
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Italia-Slovacchia
Proverò a ragionare per assurdo… può servire in questo paese. E preciso che non voglio arrivare a nessuna conclusione, semplicemente tirare fuori una serie di sensazioni e aneddoti raccattati in giro.
Quando ero davanti al televisore a fissare esterrefatto l’ultima partita italiana di questo mondiale, una partita senza dubbio straordinaria per noia e bruttezza, di fronte agli errori clamorosi della difesa mi sono detto: “Ma lo fanno apposta!”
Due giorni prima, Umberto Bossi aveva dichiarato che, questa partita, l’Italia se la sarebbe comprata. La sua frase aveva creato una serie di polemiche, con relative vaghe ritrattazioni. Il risultato, come è noto, era andato in tutt’altra direzione. Il punto è: come mai Bossi ha fatto una dichiarazione simile?
Cosa voleva insinuare? Qual era il suo scopo?
Il giorno dopo questa dichiarazione, un mio collega (esperto sportivo) mi aveva detto: “Visto che ha detto Bossi? Che ti dicevo?”
Con quel “che ti dicevo” egli (oltre che dichiararsi simpatizzante di Bossi) voleva avvalorare una propria tesi: lo sport, ad alti livelli, è totalmente nelle mani degli sponsor… Sono gli sponsor a determinare il risultato, non le capacità sportive. Se non direttamente gli sponsor, pesano interessi di altro tipo, politico-economico.
Questa sua tesi mi ha sempre affascinato per l’esagerata dietrologia. In sostanza, è come se ogni avvenimento sportivo a cui assistiamo fosse predeterminato. Il risultato è deciso a priori. Chi vincerà è già stabilito.
Visto così, un evento sportivo non è altro che uno spettacolo ben recitato.
Se questo è vero, qualsiasi idea di brutto o bel gioco o fortuna o altro ancora sono considerazioni totalmente prive di fondamento. È già tutto scritto. Come se ci fosse un grande regista dietro, il quale stabilisce come deve andare lo spettacolo. Se questa tesi ha un barlume di vero, è uno spiraglio sul terrificante, giacché spinge a pensare che viviamo una sorta di Truman Show.
Quando l’Italia ha preso il terzo incredibile gol, ho gridato: “E ora che cazzo mi dici, Bossi?” Il giorno dopo, Bossi ha dichiarato che non era andato troppo lontano dal vero…
Un altro mio collega, che si dichiara di estrema sinistra, mi ha detto che, a lui, di questa sconfitta dell’Italia non gliene frega niente, perché lui non sta con l’Italia, perché lui si vergogna di essere italiano. “Troppo facile!” gli ho messo lì. E me ne sono andato.
Sono andato nei bar, a prendermi dei caffè e a sentire i vari commenti sullo smacco azzurro. C’ero rimasto così male, da aver bisogno di parlarne, di discutere, in una sorta di psicoanalisi da bar.
Dappertutto si parlava della batosta calcistica. Mezz’ora dopo la partita, la gente sembrava aver preso degli schiaffi in piena faccia. Vagavano smarriti. Le bandiere venivano intanto risucchiate dalle finestre. Alcuni si fingevano slovacchi…
Sul sito di Grillo ho letto un post in cui di dice che quella partita è stata venduta, per una questione di centrali nucleari ( index.html ). Che sia vero… Allora forse lo facevano veramente apposta i giocatori? Eppure, quella che vedevo nella faccia di Buffon era senza dubbio angoscia. Eppure Quagliarella piangeva di cuore. No, l’unico dato certo è che hanno giocato da schifo.
Rimane da chiedersi, tuttavia, a chi possa far comodo questa spaccatura che taglia gli italiani in destra e sinistra, in berlusconiani e antiberlusconiani, in tifosi e anti-tifosi, in conservatori e progressisti e quanto altro? Come se qualcosa, a livello mediatico, ci volesse convincere del fatto che siamo scissi in due grosse categorie. Evidentemente, qualcuno sta spingendo in questa direzione. E Bossi ce ne ha dato prova.
Due dati per finire…
Europei 2000: l’Italia arriva in finale e perde con la Francia (governo Amato).
Mondiali 2002: l’Italia viene eliminata dalla Corea del Sud agli ottavi di finale (governo Berlusconi)
Europei 2004: l’Italia non supera il primo girone (governo Berlusconi)
Mondiali 2006: l’Italia vince la coppa del mondo (governo Prodi)
Europei 2008: Italia è eliminata agli ottavi dalla Spagna (governo Berlusconi)
Mondiali 2010: l’Italia arriva ultima del proprio girone e non passa agli ottavi (governo Berlusconi).
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giugno 21st, 2010 · 1 Comment

Dal 1 febbraio al 31 luglio presso tutto le Coop Estense il mercoledì, per ogni euro di spesa, si otterranno 3 punti. C’era un enorme 3 che campeggiava in rosso su un cartellone due metri per uno. Era la prima cosa che si notava entrando: il cartellone era piazzato in mezzo al corridoio. Impossibile non vederlo e difficile evitarlo. Quel 3 appariva come la soluzione a tutti i problemi italiani.
C’era forse qualcosa di teologico dietro? Aveva a che fare, forse, con la triade divina? Di certo si poteva dedurne che il mercoledì ci sarebbe stata la ressa di clienti, perché i punti fanno gola più di qualsiasi sconto. Sono diventati qualcosa di diffusissimo e che ha alle spalle, evidentemente, studi di psicologia del consumatore. Si attiene a un principio inconscio, che è quello di essere premiati. Non importa con quale premio. Ciò che conta è far punti, che rappresentano simbolicamente una conquista. Non a caso, tutte le aziende tessono il gioco dei punti, e stabiliscono un premio a seconda dei punti raggiunti. Naturalmente, poi, questi premi sono inezie.
Personalmente, solo una volta mi sono intestardito a raccogliere punti: era legato ai pieni di benzina, tanti litri tanti punti. Miravo a vincere un un giubbotto che, nella fotografia pubblicitaria, sembrava di gran fattura. Ci credo, era indossato da un modello bellissimo e iperatletico – e probabilmente il giubbotto era fatto su misura. Quando l’ho indossato io (perché l’avevo ottenuto) sembravo l’omino Michelin. Mi cadeva dalle spalle, eppure la taglia era giusta.
L’ho usato un giorno solo, sentendomi goffissimo. Poi ho cominciato ad appenderlo all’attaccapanni, quindi è finito in un armadio, in un angolo, dove fiorivano ragnatele. Ogni volta che mi capitava sott’occhio mi dava sui nervi. Dovevo liberarmene e l’ho fatto: è finito in uno di quei raccoglitori di abiti usati. Gettato via… e dubito di aver mai speso tanti soldi per un capo d’abbigliamento. A calcoli fatti, ci avevo lasciato qualcosa come 1.500 euro di benzina. Bell’affare!
Insomma, si sa che la storia dei punti è un simpatico modo per farci incastrare, tant’è ci caschiamo. Chi lo fa si giustifica dicendo che, in ogni caso, deve comprare. Tanto vale comprare lì dove ti danno i punti o la marca che ti dà punti. Il fatto è che ci sfugge sempre il meccanismo subdolo in cui siamo incappati: stiamo al gioco di un’azienda, ci facciamo imbambolare da quattro cinici studiosi di marketing. Per loro non siamo altro che pesci, e devono solo indovinare l’esca giusta.
L’idea che, con i punti, si ottenga un premio o un regalo (perché così viene spesso definito) è l’evidenza di un miraggio: stai pagando un certo prodotto a prezzo maggiorato (perché, con quel prezzo, finanzi il meccanismo pubblicitario), e la stessa maggiorazione che hai subito si trasforma in un regalo che l’azienda dice di farti (quando, in realtà, al limite, è un regalo che ti sei fatto da te, ma un regalo che solo apparentemente hai scelto). Il miraggio di libertà nella scelta si trasforma in un obbligo di scelta, da te stesso convenuto e accettato. E quella scelta che tu, con il miraggio della libertà, hai fatto, diventa una delle tue tante piccole prigioni (prigionia di essere fedele a un certo prodotto o a una certa azienda, oltre che perdita di preziosissimo tempo).
Insomma, direi che il mercato in genere (e la politica, come proliferazione marcia del mercato) ci sta perfettamente addestrando a farci abbindolare privi di qualsiasi consapevolezza. Come girarselo da sé stessi in culo, con l’illusione di averlo messo, e la delusione di averlo preso. Ha dello schizofrenico…
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giugno 14th, 2010 · 1 Comment

Dopo mesi di atteggiamento evasivo, teso a sdrammatizzare, eludere e negare, la Chiesa Cattolica ha finalmente preso una posizione netta sulla questione preti pedofili: l’inferno sarà per loro più duro!
La sentenza è stata esternata da monsignor Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Non fosse che la Chiesa Cattolica è una delle congreghe più potenti al mondo, la cosa farebbe sbellicare dal ridere. Invece no! Pare sia una cosa seria.
D’accordo che il comico nasce solitamente dal serio e, tanto più qualcosa vanta serietà, tanto è più tendenzialmente risibile. Io ho letto questa notizia su La Repubblica (30/5/2010), giornale non dichiaratamente filo-cattolico, anzi, giornale forse di eredità illuministica. Eppure, La Repubblica così scrive: “L’anatema della Chiesa contro i preti pedofili risulta forte in fondo alla navata della Basilica di San Pietro”.
Ci vorrebbero due o tre note cupe di organo, per rendere meglio l’effetto.
Io, lì per lì leggendolo, mi aspettavo un guizzo umoristico, ma non l’ho trovato. L’articolo presentava la questione come seria e degna di rispetto. Come se la Chiesa avesse, che so, compiuto un’evidente svolta progressista. L’articolo si chiude così: “il monito è apparso a tutti gli astanti ancor più chiaro.”
Forse si trattava di un umorismo così sottile che andava scovato tra le righe.
No no, questa del Vaticano, è una decisione di tutto rispetto.
L’inferno sarà per loro più duro… Benissimo! Provo a interpretare la frase seriamente, e il primo pensiero che ne consegue è voglia di maggior chiarezza.
Due sono i particolari che mi saltano agli occhi: 1) l’evocazione terrifica dell’inferno; 2) la gradazione delle pene.
Si sa che l’inferno, dal punto di vista letterario, cinematografico, spettacolare in genere, trova più consensi del paradiso. In effetti (almeno per lo spettatore), l’inferno è più divertente: meglio uno squartato tra le fiamme che uno in ascesi mistica. Il fatto è che, a livello di immaginario collettivo, l’idea di inferno dominante rimane quella dantesca. Anche l’inferno delle barzellette rimanda a quello: vasche di fuoco, distese ghiacciate, immersione nella merda eccetera. Inoltre, l’inferno dantesco è di immediata comprensione: i dannati sono divisi per categorie, in vari gironi, con differenti punizioni. Però non prevede un girone per pedofili, né tantomeno uno per preti pedofili. Forse ne istituiranno uno apposito. E la pena: come sarà?
C’è il girone dei “violenti contro natura”, nel quale, volendo, potrebbero finire. Qui i dannati sono condannati a camminare sulla sabbia rovente, colpiti da una pioggia di fuoco. Mi sembra una cosa abbastanza severa. Ma come la mettiamo con la gradazione? Se il Vaticano afferma che l’inferno sarà più doloroso, come dobbiamo intenderlo? Controlla forse, il papa, una manopola per aumentare le pene ai dannati? Oppure è in diretto contatto con Dio? Le pene non sono però di diretta competenza divina, ma luciferina. Quindi, forse, il papa possiede il numero di Lucifero, e gli può proporre di aumentare, su certi dannati, il livello di sofferenza? E come si attua? Più pioggia di fuoco? Più sabbia rovente? Più ferocia da parte dei diavoli addetti al controllo?
Non si sa. Su questi misteri, la Chiesa non si è ancora pronunciata.
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Qualche giorno fa mi è accaduto questo: avevo comprato un materasso in lattice… c’era un’offerta alla Coop, un buon prezzo. Previa consulenza famigliare, calcoli, paragoni con altri prezzi, ci siamo decisi: e materasso sia! D’altronde, il letto è alla base di una sana esistenza.
La consegna era prevista entro venti giorni. Ne sono passati trenta ma il materasso non è arrivato. Sono passati due mesi… niente ancora. Tre mesi: niente da fare. Attualmente siamo al quarto mese, e dormo sempre sulle solite molle sbilenche. Per ogni notte insonne, so precisamente dove rivolgere i miei insulti.
Durante questo periodo, a ritmi regolari (considerando che uno avrebbe anche altro da fare) sono andato alla Coop a protestare.
L’impiegata, la prima volta, mi ha detto di avere pazienza, la seconda ha telefonato per informarsi, la terza ha mandato un fax di reclamo, la quarta un fax di sollecito, la quinta mi ha dato delle spiegazioni vaghe (d’altronde, lei non poteva fare altro). Qualche giorno fa mi sono svegliato col mal di schiena e sono partito, arruffato e sgangherato com’ero, sono entrato in Coop, ho alzato un dito verso l’impiegata e ho detto: “Voglio il materasso che ho pagato sono quattro mesi che aspetto! Se non arriva entro una settimana, vado dritto dal mio avvocato.”
Naturalmente non ho un avvocato né saprei minimamente a chi rivolgermi. Ai carabinieri? A qualche assessore? All’associazione consumatori? Naa, non ripongo la minima speranza in nessuno di questi. Però, ecco, posso garantirvi che, dopo un’ora, ho ricevuto la telefonata dall’impiegata, la quale mi diceva (scusandosi per l’imprevisto e precisando che la ditta aveva numerose consegne da soddisfare, pochi dipendenti eccetera) che il materasso mi sarebbe stato consegnato entro una settimana. L’evocazione dell’avvocato ha sortito qualche effetto, a quanto pare.
A me, ma forse sbaglio, pare che, in questo paese, per ottenere ciò che semplicemente ci spetta, bisogna alzare la voce. La via ragionevole, educata, tollerante non funziona. Viene schiacciata con un’alzata di spalle. Alzare la voce, incazzarsi, minacciare, prevaricare: questa è la via praticabile, oggi, in Italia. In tutto, con tutti. Se abbassi la testa, sarai puntualmente fregato. È necessario mostrare i denti, per avere ragione. In sostanza, avere ragione non serve. Bisogna prendersela. E prendersela con la forza.
Questo pone però un problema di tipo gastritico-duodenale, dato che, per far valere un proprio diritto, anche minimo, bisogna lasciarci un po’ di bile. Una persona è in Italia costretta continuamente di fronte a questo bivio: sopporto o mi incazzo?
Si può constatare quotidianamente che il pensiero attualmente dominante in Italia è “fottere il prossimo tuo”. La questione è: come si fa a essere onesti in un paese in cui la disonestà è divenuto modello cardine? L’onestà, nel vocabolario italico attuale, è sinonimo di dabbenaggine. Certo, non è che uno sia onesto a priori, lo è perché è costretto ad esserlo. Costretto col terrore.
Gira per esempio la leggenda metropolitana che, se non paghi una multa e arriva la raccomandata e la butti, e butti quella dopo fregandotene, e pure quella dopo e quella dopo ancora, e ancora così temerariamente, quella multa evaporerà dalla memoria della burocrazia, magari con un condono. Se ti senti di mettere alla prova questa leggenda, devi avere una certa propensione al furto. Se no, paghi subito e via.
Ora, attenzione, questo paese è pieno zeppo di gente che pensa sia giusto rubacchiare, poiché tanto tutti rubacchiano, e quindi, insomma, io rubacchio a te che rubacchi a un altro, il quale, a sua volta, ha rubacchiato a un tale che aveva rubato a me: il giro si chiude perfettamente, e la legge della disonestà diffusa porta necessariamente onestà.
Ma non è così. Qualcuno viene puntualmente, deliberatamente, beffardamente sempre derubato. Se quel qualcuno (in un giorno di straordinario giramento di coglioni) provasse a rubare, pagherebbe per tutti anzi: verrebbe giustamente linciato, come il coglione che si è fatto beccare.
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Qualche giorno fa, il dottor commercialista Giorgio Rosario Costa, in arte senatore PDL, ha fatto questa proposta di legge: “E perché non cominciamo le scuole a fine settembre?” Si tratta di uno dei più brevi provvedimenti che la storia della legislazione repubblicana ricordi. Il d.d.l. infatti eccelle in sintesi, essendo composto di sole 16 parole: “Per le scuole di ogni ordine e grado l’anno scolastico ha inizio dopo il 30 settembre“. Secondo l’amico Costa, questo servirebbe a dare un aiuto al turismo: la gente avrebbe modo di godersi più vacanze. Chi può.
Chi non può schiatta. Tanto schiatta tutto l’anno, è abituato. Ci ha fatto il callo al patimento… Anzi, non sapendo dove piazzare i figli, dato che le scuole sarebbero chiuse, a settembre schiatterebbe il doppio. Alla faccia degli altri, quelli belli e ricchi, che possono dare un’ulteriore ripassata all’abbronzatura.
Questa idea è parsa così astrusa che perfino il PD si è opposto. E pure la Lega. E pure i sindacati CGIL. Quelli della CISL-UIL hanno dato, come sempre, segni di possibili convergenze. Tanto i cazzi convergono tra le solite natiche.
La Gelmini si è invece dichiarata “molto aperta”. “Io sono molto aperta” ha affermato “su questo. Il nostro paese vive di turismo e a settembre si possono avere migliori opportunità economiche per le vacanze.”
Ma sì! L’istruzione è roba noiosa. Tutti al mare! E i prof? I prof si diano da fare: facciano i bagnini.
Il punto è che questo governo è così fornito di megafoni mediatici che ogni cazzata viene diffusa per ogni giornale radio o televisione, e di conseguenza se ne discute. E i polli dell’opposizione puntualmente ci cascano.
La tattica è una, ripetuta puntualmente: deviare il discorso, buttare fumo negli occhi, dimenticare, nello specifico, la distruzione che si sta operando sul sistema scolastico. I giornali ne parlano? Poco, quasi niente. E le televisioni? Figuriamoci! E i partiti di opposizione se ne sono occupati? En passant. Si conoscono i dati dei tagli ufficiali alle scuole? No!
Le mazzate saranno chiare solo dopo che saranno piovute. Io, per me, posso dirvi che il prossimo anno avrò, anziché una classe, due. Questo significa che una cattedra salterà. E così accadrà per molti, moltissimi altri. E il numero limite degli alunni per classe, oltretutto, è stato alzato; di quanto non si sa ancora, ma di certo alzato. E questo significa un ulteriore taglio di posti. Oltre che una didattica più ridotta, per forza di cose. Oltre che una minor possibilità di occuparsi di quegli studenti problematici.
Tutto questo alle scuole medie. Per le elementari, pare che le sforbiciate siano ancora più feroci. Ma, al solito, vaghe. Alle superiori sono state ridotte le ore per alcune materie, e aumentato il numero di alunni per classe.
Il fatto che non esistono dati ufficiali, cambiando di provincia in provincia, di regione in regione ma, soprattutto, perché c’è una precisa volontà di vaghezza. I dirigenti scolastici sono stati diffidati dal Dirigente Regionale a comunicare i tagli ai genitori. Questo accade in Emilia-Romagna. L’ho saputo a un’assemblea sindacale, una settimana fa, circa. Dove ho appreso i seguenti dati, relativi alla provincia di Modena: scuola primaria, -38 posti; scuola media, -47 (alunni +340); scuola superiore, -128 (alunni +450); personale ATA, -641.
Questi dati sono per ora incerti, e non per caso. Ce li hanno comunicati i rappresentanti sindacali delle varie confederazioni. Erano lì, seduti davanti al microfono, con espressione indignata e preoccupata. Ma non sono ancora riusciti a organizzare una protesta come si deve. Nulla, se non lacrime e indignazione.
Tra insegnanti e bidelli, saremo stati lì un trecento. Alcuni davano segni di particolare furia. Ad un tratto qualcuno si è messo a gridare, interrompendo gli interventi dei sindacalisti, accusandoli di essere complici del governo. Altri si sono accodati, la rabbia è cresciuta e l’assemblea si è trasformata in una rissa di parole.
Poi ognuno è tornato a casa propria, con la gastrite.
Della mia scuola, lì in assemblea, eravamo in quattro. Tre di ruolo, uno supplente. Di tutti gli altri miei colleghi, manco l’ombra. Disertano (non dico la lotta, ma almeno l’informazione) pure quelli a serio rischio di posto. Mugugnano, ma non sanno che fare. Poi, gli altri, una buona fetta, sono le professoresse, quelle perennemente deluse da questi alunni che non studiano, quelle col marito professionista (alle quali lo stipendio da insegnanti serve esclusivamente per fare shopping), quelle che fanno le insegnanti part-time (e sono appunto quelle che sputtanano la categoria), quelle torve, nevrasteniche, ignoranti lettrici di best-seller, aggiornate alla didattica del dopo-guerra e fottutamente reazionarie.
Quelle, appunto, che sono lì a discutere se sia il caso o meno di far cominciare la scuola a fine settembre.
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Probabilmente a Edoardo Sanguineti spetta un posto d’onore nella letteratura italiana. Per quanto mi riguarda, ne ha uno nel mio cuore. Egli è infatti stato per me, prima che poeta o scrittore o intellettuale, maestro e, anzi, padre culturale. Se gli affido la figura di padre, naturalmente lo faccio con tutti i sentimenti di affetto e contrapposizione che ci legano ad ogni padre. Sebbene egli fosse gentile e rispettoso di ogni opinione, non era certo una persona accomodante, ed è stato questo, forse, il suo primo grande insegnamento: mettersi sempre in una posizione dialettica con chi ti sta di fronte. E con sé stessi, in primis. Chiedetevi perché, sempre. Questo assioma, che egli ripeteva, a volte in forma aperta, altre trasversalmente, credo sia la chiave o una delle chiavi di lettura del suo pensiero. Non porsi, ovvero, mai di fronte a un’idea in un rapporto di fede cieca, ma sempre in una posizione critica e consapevole di sfumature. Se dovessi trovare il distillato dei suoi insegnamenti, lo racchiuderei decisamente in questo concetto chiave: perché? Se tengo un blog, se voto quel che voto o non voto, se mi metto la cravatta, se mi indigno, se tifo questa o quella squadra… Ogni nostra scelta o tendenza o pensiero celano una ragione che spesso ci sfugge. In un certo senso noi siamo soggiogati dalle stesse nostre idee, che vanno a volte in collisione con il nostro sentire o pensare. Abbiamo una tendenza innata a trasformarci in fanatici delle nostre idee, tanto da non essere più capaci di metterle in dubbio. È invece fondamentale un’operazione di presa di coscienza del come si è costruita la nostra coscienza, ovvero attuare in noi stessi una rivoluzione.
Questo metodo va in perfetto contrasto con il berlusconismo dominante (che agisce anche in chi non vota Berlusconi): scegliere di pancia, che è poi la pietra filosofale della persuasione pubblicitaria.
Troppo facilmente, a mio avviso, si è appiccicata addosso a Sanguineti l’etichetta del marxista. Non perché non lo fosse, ma perché le etichette sono sempre e comunque delle trappole. Sicuramente la lettura di Marx aveva influito il suo pensiero, come Gramsci, Freud, Groddeck e tanti altri. E di certo non si è mai comportato da banderuola. Sanguineti ha dimostrato un atteggiamento lineare nella propria ideologia, anche quando la storia è parsa prendere tutt’altra direzione.Aveva, in effetti, un atteggiamento fermo, su certe posizioni. Questo è l’aspetto con cui spesso dissentivo da lui, non solo perché rifuggo le ideologie categoriche, ma per una pura questione psicologica: Sanguineti sapeva essere tanto accogliente e burlone, quanto rigido e, in qualche modo, severo. Se è stato per me, e per tanti altri, un padre intellettuale, non era di certo accogliente, come ci si potrebbe aspettare da un padre. Io ho sempre avuto l’impressione che egli si ponesse, rispetto a una persona, in una posizione di individuo davanti a individuo. Intendo dire che non ho mai avuto la sensazione che egli si trincerasse nella posizione di “vecchio saggio” o “intellettuale famoso” o “professore”. In questo senso, intendo dire, era un uomo che non si lasciava facilmente categorizzare. E apprezzavo moltissimo questo in lui, dato che, così, egli si dimostrava una persona profondamente libera.Rapportarsi a lui risultava slegato dalle convenzioni che poteva imporre il fatto che io fossi lo studente e lui il professore, io l’esaminato lui l’esaminatore o, semplicemente, che ci fossero 37 anni a distanziarci. Sanguineti era una di quelle persone di fronte alle quali il fattore età scompare. Anche perché non mi ha mai concesso sconti, men che meno al fatto che fossi un ventenne.
Parlando ci davamo del “lei”, come faceva con tutti gli studenti. Questo non è mai mutato. Neppure col passare degli anni e le tante conversazioni. Una sera (in occasione della cena per la mia laurea) ci ritrovammo, entrambi ubriachi, a pisciare contro un muro. Neppure in quell’occasione di discreta sbronza mi aveva dato del “tu”. Quella notte gli strinsi la mano e ci scambiammo un lungo sguardo da ciucchi, mantenendo sempre ferma la linea della formalità. Ho sempre avuto la sensazione che quello fosse un suo modo cortese, forse un po’ antiquato, per mantenere sempre e comunque le distanze. Non tanto per freddezza; piuttosto mi sembrava un modo per segnalare la reale distanza che c’è tra due persone. Eppure non mi sono mai sentito a disagio a parlare con lui. Non ho mai avvertito che ci fossero argomenti che non andassero trattati, né questioni che potessero scandalizzarlo. Un giorno mi disse che non si meravigliava più di nulla. Questo mi aveva un po’ indispettito: mi sembrava un atteggiamento troppo cinico. In effetti, Sanguineti era, forse più che cinico, profondamente amareggiato e pessimista, per quanto mai arrendevole. Spesso la sua angoscia emergeva brutalmente, e la cosa mi inquietava. Questo mi capitò anche l’ultima volta che lo vidi parlare, in un’intervista da Fazio: in quell’occasione provai un vero e proprio fastidio, quasi rabbia, per il suo pessimismo. Forse perché ci si aspetta che i padri siano gli ultimi a cedere.
Ci sono persone che fanno sentire il peso del loro sapere o della loro fama. Non ho mai avvertito supponenza in Sanguineti. Sapeva mettersi in gioco, da persona a persona, senza maschere. E aveva la qualità, rara e preziosa, di ascoltare, di farsi capire, di mettere in campo i propri dubbi.Un giorno, dopo pochi mesi che frequentavo le sue lezioni, lo incontrai all’ospedale. Eravamo entrambi lì come visitatori. Rimanemmo nell’androne per una buona oretta, a chiacchierare. Io mi sentivo, naturalmente, all’inizio in grande imbarazzo. Dopo qualche parola, gli confessai che, essere lì con lui, era come essere dentro un ascensore con una persona autorevole, e non sapere che dire. Lui rise. Forse aveva apprezzato questa mia apertura. Dopo tante parole, in cui chiacchierammo un po’ di tutto, lui, prima di congedarsi, mi strinse la mano e mi disse: “Ormai quest’ascensore precipita infinito!”Per me quella era stata una folgorazione emotiva. Era come se fosse riuscito a tratteggiare in una metafora la situazione, e l’aveva fatto con il suo tratto specifico. In quelle occasioni, e in molte altre, che sono per me i più cari ricordi, avvertii un profondissimo legame umano con lui. Mi sentii, in qualche modo, come un suo amico, ma in rispettosa distanza. Il ricordo più vivo che ho di Sanguineti sono i suoi occhi: spiritosi, profondi e arguti.Se gli devo un grazie, è per avermi fatto amare e capire la letteratura. Quando mi iscrissi a Lettere (e lo feci praticamente per caso) ero un guscio vuoto. Ero totalmente disorientato e privo di reali interessi. Però avevo un grande entusiasmo e una gran voglia di capire. Sanguineti, con le sue lezioni, ha saputo aprirmi un universo parallelo. Chiunque abbia avuto modo di sentirlo parlare, sa cosa intendo: aveva la capacità, come tutti i grandi intellettuali, di elettrizzarti il cervello e aprirti un’infinità di porte mentali.Le sue lezioni, per un buon numero di anni, si tennero in via Balbi 6, al primo piano, in una stanzetta minuscola. Stavamo accalcati in una trentina, chi seduto chi in piedi. La situazione era tutt’altro che accademica. I suoi interventi non erano lineari, espositivi, didattici, ma labirintici. Teneva il punto fermo del discorso (che poteva essere Boccaccio o Foscolo o Gozzano) e intorno ad esso tesseva una linea interpretativa che dava adito ad altri mille aperture. Erano fughe dentro cui il suo discorso si incanalava, per poi tornare all’oggetto centrale, ma sotto una nuova prospettiva. Questo metodo era ricco di stimoli, e succedeva sempre che noi studenti andassimo a cercare di un libro o un autore che egli aveva citato. Si trattava di una sorta di sguardo enciclopedico, privo però di una prospettiva stabile. La storia (anche quella della letteratura) non si presentava come un lineare succedersi di eventi o libri o autori, ma ma come un quadro confuso in cui le linee di connessione risultano invisibili. Era naturalmente difficile cogliere il sunto di quelle lezioni, trattandosi di una specie di percorso fluttuante, che poteva differenziarsi in continuazione. Ecco, forse le sue lezioni (o almeno così mi apparivano) seguivano il percorso irripetibile di un concerto jazz. La parte finale era solitamente dedicata alle domande e agli interventi, che davano adito ad altre numerose discussioni. Ho ricordi davvero felici di quegli anni.Sanguineti operava per smontaggio: l’opera letteraria diventava un codice attraverso il quale indagare il contesto in cui è sorta. La prospettiva ferma che teneva era quella storica, per cui libro non risultava mai un caso isolato, il prodotto di un genio o chissà che, ma come l’oggetto interpretativo e interpretante di un momento storico. E la letteratura non figurava mai come una materia a sé stante, ma come il risultato di una interconnessione di varie culture, arti ed eventi. In questo senso, rifuggiva naturalmente qualsiasi idea di mito dell’artista, rifiutando l’idea stessa del poeta-vate, di artista monumento, di storia della letteratura e di museo. Ritengo invece che considerasse fondamentale l’idea dell’intellettuale organico, non propriamente a un’ideologia (essendo inevitabile), ma al proprio presente storico. E quindi di intellettuale che opera per fare luce nel presente, impegnando tutti i propri sforzi per agire direttamente nel proprio presente.
Infatti, per quanto ormai ufficialmente considerato figura di rilievo culturale, mi sembra che Sanguineti abbia sempre avuto la straordinaria accortezza di non cedere alle lusinghe del potere e di non essersi accomodato sul trono delle muse. Anzi, ha continuato fino alla fine, con somma testardaggine, il proprio percorso di sana disobbedienza.
Tags: Mauro Germani · Narrazioni
maggio 16th, 2010 · 1 Comment

Vivo in Emilia da qualche anno e il mio colesterolo indica una lieve soglia di allarme. Non so se questo dipenda dall’età, da fattori ereditari, da questioni psicosomatiche o perché la soglia minima di colesterolo sia stata aumentata (per vendere più medicine eccetera) o se dipenda dal fatto che, appunto, sono venuto a vivere in Emilia, terra delle abbuffate più abbuffanti.
A riprova di ciò che dico porto un monumento. Tutte le città o i paesi italici vantano nelle loro piazze un monumento di genere patriottico risorgimentale o simili. Anche qui ci sono, ma nella piazza centrale di Castelvuovo Rangone (provincia di Modena) potete ammirare un monumento al MAIALE. Esso maiale, grufolante e notoriamente sudicio, è qui in zona considerato una divinità: onorato, pregato, temuto, ingrassato e cotto.
Trattorie e ristoranti, qui in zona, pullulano. Oggi domenica, con la mia moglie e le mie figliole, siamo partiti in missione scorpacciata. Ce ne hanno consigliato un ristorante su per i colli. Ci si prepara e si parte.
Giunti nello spiazzo davanti all’entrata, notiamo gruppi di gente che beatamente fuma. Hanno un’espressione sazia. Posteggiamo, carichiamo seggiolini borse e bimbe e ci avviamo. Una cameriera sorridente ci chiede se abbiamo prenotato… sì. Ci addentriamo quindi tra corridoi di tavoli e sedie, dove una baraonda di gente è china sui piatti. Noto sguardi voraci, bocche spalancate e tortellini.
La cameriera ci fa segno di seguirla. Avendo una bimba in braccio e due seggiolini pieghevoli in spalla, distribuisco colpi qua e là con relative scuse. Poi mi rendo conto di aver perso la moglie e una figlia. Mi volto e le inquadro un poco dietro, bloccate da un passaggio di camerieri. Gli faccio un segno… qui… Il tavolo che ci è stato affidato è circondato da una tavolata enorme, più due tavoli e tre piante (grasse).
Mi tolgo la giacca, poso la bimba, tiro fuori il seggiolino e comincio a montarlo. Mentre faccio tutto questo, sorrido a mia figlia, la quale sembra smarrita. Forse teme che si mangino anche lei. In effetti, siamo accerchiati da sguardi famelici.
Sulla mia destra c’è una donna sui cinquanta, faccia larga, taglio stile Cleopatra, debordante scollatura e una fetta di arrosto tra i denti. Vicino a lei una ragazzina, anche lei sta sbranando un pezzo di carne. Mi giro e mi cade l’occhio su una faccia paonazza che, trangugiando vino, mi fissa con sguardo assente. Poco oltre una vecchia sta risucchiando un grumo di spaghetti. E dappertutto facce che masticano con gli occhi persi nel vuoto. Alcuni sono seduti in una condizione di resa, abbandonati allo schienale, davanti a un tavolo pieno di briciole e piatti ripuliti. Intanto i camerieri stressatissimi sfrecciano portando ulteriori vassoi.
Sussurro a mia moglie: “Non ti sembrano tutti un po’ mostruosi qui dentro?” Lei accenna un sorriso e annuisce. Il particolare che li rende particolarmente mostruosi è un abbigliamento tra l’elegante e il fetido. Il trucco esagerato sui volti delle donne gli dà una parvenza plastica: la luce cade su certi visi e li rende orripilanti. Soprattutto quando spalancano la bocca per buttarci dentro una forchetta ripiena. C’è una strana luce negli occhi di tutti qui e, come mia figlia, ho un attimo di smarrimento.
Mi siedo e ordino acqua, e anche vino. Ma non posso fare a meno di guardarmi attorno. Solo in queste occasioni mi rendo conto di quanti uomini si tingano i capelli.
Come antipasto c’è il buffet… Ti alzi e ti servi da te: prendi quello che vuoi, quanto vuoi. Mi si presenta un’incredibile varietà di verdure crude e cotte, funghi, uova, l’universo vegetale sott’olio. Prendo tutto il possibile, tutto quello che riesco a far stare nel piatto.
Poi torno a tavola e attacco a sbafare e a bere. Insomma, mi butto nel vortice gastronomico. Passo al primo, al secondo, al contorno…
Dopo un’ora, riguardando la gente, mi sembrano tutti meno strani, forse perché sono un po’ brillo. Mi cade l’occhio sulla bottiglia di vino vuota. Mia moglie beve poco e le mie figlie sono ancora astemie… Ho lo stomaco gonfio e un senso di stordimento che mi avvolge. Ora mi sento molto simile a quel vecchio dall’occhio bollito, che sembra crollare sul tavolo. Che io sia passato dalla parte dei mostri?
Bisogna reagire! Chiedo alla cameriera un caffè. “Uh” mi fa ridendo “c’è tempo. Lo vuole ancora un po’ di prosciutto?”
“No… no!” le dico. Forse qui tengono i clienti prigionieri e gli danno da mangiare finché crepano. Questo pensiero mi passa rapido per la mente… è il vino.
E intanto vedo entrare una coppia, mano nella mano. Si guardano imbarazzati attorno. Nei loro occhi, mi sembra di notare lo stesso smarrimento che avevo provato io. Eppure, tra poco anche loro saranno dei nostri.
Mi raggiunge, da un tavolo, il suono di un rutto.
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