La nostra è l’epoca della velocità. I futuristi lo avevano intuito, infatti l’arte futurista era tesa a esprimere il movimento fulmineo, la forza della macchina e, indirettamente, lo spregio della lentezza e di ogni retorica romantica.
Ma i futuristi sono archeologia. La più lenta delle nostre macchine è più rapida della più rapida dei loro anni. La velocità è diventato il nostro valore fondante. Tutto per noi è teso all’immediatezza, all’abbreviazione dei tempi, dei percorsi.
Spostarci a piedi è per noi una pratica hobbystica: lo si fa per svago, per attività sportiva, per tenerci in forma, per illuderci di ristabilire un contatto con la natura. Restiamo comunque vincolati alla religione della nostra epoca, tesa al fulmineo.
Ci spostiamo da un punto all’altro del mondo in poche ore. Possiamo farlo, sappiamo di poterlo fare e oggi, con i voli low-cost, è una possibilità allargata enormemente. Con pochi euro possiamo andare a Londra o a Parigi o dove vogliamo, visitare i principali monumenti, tornare a casa. Possiamo così dire di essere stati in quel tal posto, senza sostanzialmente saperne nulla.
Similmente avviene per la nostra conoscenza, che è amplificata a raggio globale e polverizzata in centinaia di piccole nozioni che ci attraversano la mente come lampi.
Siamo informati in tempo reale, bombardati ogni istante di notizie. Sappiamo tutto, ma ci sfugge sempre e comunque il nocciolo della questione.
C’è una regola che sostanzialmente ci interessa: non perdere tempo, accorciare le distanze che ci separano dal mondo e dai nostri simili. Sapere tutto e subito. Non tolleriamo i ritardi.
Anni fa, nella mia preistoria, scrivevo lettere, anche cartoline. Mi armavo di penna e le compilavo, soffermandomi sui dettagli. Le lettere le scrivevo in brutta copia, poi le ricopiavo, appiccicavo un francobollo e le spedivo. Arrivavano a destinazione in un vago arco cronologico. Poi, dopo settimane, se non mesi, ricevevo la risposta. Non conoscevo – per quanto ricordi – l’ansia della risposta. Oggi invio s.m.s. o e-mail e mi aspetto la risposta nel giro di non oltre poche ore. Se non ottengo risposta in un giorno, ritengo che il destinatario mi tenga di poco conto. Se qualcuno mi scrive, specularmente, vivo l’ansia della risposta. So che debbo farlo in tempi stretti, e questo non mi esimerà tuttavia dall’ansia, perché mi troverò nella nuova ansia di chi attende una risposta. Insomma: i tempi incalzano e con essi aumenta a dismisura il numero dei messaggi. I rapporti vivono così di una sottile e oscura ombra dettata dalla frustrazione di voler comunicare ma non riuscire realmente a farlo.
Il problema è che il nostro organismo richiede lentezza ed è connaturato a spostamenti minimi, a variazioni sottili che cozzano con l’immediatezza a cui lo forziamo. In qualche modo, noi paghiamo l’imperativo della rapidità; lo paghiamo sostanzialmente con una pressante, continua ansia. Incapaci però di ascoltarci, tendiamo a sopprimere anche i nostri sintomi con l’impellente bisogno di reprimerli. A questo funzione sono adibite le medicine, con le quali neghiamo il campanello di allarme del sintomo, facendo in modo di zittirlo. Sappiamo per esempio che una semplice malattia come l’influenza richiede nient’altro che fermarci e riposare. Noi però usiamo vari agenti chimici per superare rapidamente il problema, senza viverlo. Da qualche parte, necessariamente, quel problema riapparirà, trasformato e nuovo, e prima o poi ci obbligherà a fermarci.
Tempi stretti
gennaio 18th, 2012 · No Comments
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Datemi una donna e solleverò il mondo
gennaio 10th, 2012 · No Comments
Aprendo la mia casella di posta elettronica ho notato uno spot, ai lati della pagina: era la foto di una donna con un sorriso e uno sguardo fitti di intendimenti, e con una scritta a fianco che diceva qualcosa come: Sono sola. Ti andrebbe di incontrarmi?
Nella posta, poi, ogni tanto trovo la mail di una tale Tania o Zora o Verena, nomi dell’est Europa, di solito, che mi scrivono. Sono mail stereotipate, indirizzate a un utente anonimo, con la quale mi si chiede se sono interessato a conoscerle.
Non ho mai risposto. Mi chiedo però come fanno ad avere la mia mail e, soprattutto, come sanno che appartengo alla categoria maschile, di una certa età, eterosessuale.
Un mio amico sostiene che internet è sostanzialmente pornografia. Dice che la radice di internet è questo e che tutto il resto è puro contorno. Per essere precisi, lo sosteneva un po’ di anni fa. Non so ora come la pensi. Internet è di certo cambiato e i suoi tentacoli si sono enormemente moltiplicati. Credo però che non sbagliasse più di tanto.
Internet, tutto sommato, rimane anche un mezzo per conoscersi. In parte per conoscere sé stessi, in parte per conoscere altra gente o farsi conoscere da altra gente. Non a caso pullula di social network e di chat. Uno può, in teoria, rimanere a casa con una tazza di caffè tra le mani e stabilire contatti col mondo. È molto comodo, e probabilmente anche remunerativo. Conosco uomini che fanno strage di donne on line, e so di un tizio francese che ha scritto un libro sulle proprie conquiste (una marea) ottenute via chat.
È un modo, discutibile o meno, ma a quanto pare funzionale. È un modo come altri.
D’altronde, conoscere donne è stato un tema fisso, assillante, motore di buona parte della mia esistenza, come penso di molti altri maschi. A un certo punto della mia vita, e non saprei precisamente dire quando, si è posto in me e nei miei amici l’imperativo categorico di trovare una donna. Si diceva “beccare”… “Andiamo a beccare”… “tacchinare”… “filare”. Tutti verbi che prevedevano un movimento da gallinacei.
Andavamo in giro, in vacanza, in discoteca, ovunque con quell’obiettivo. E mai una porca volta che ci siamo riusciti. Se ti invitavano a una festa chiedevi: “Com’è?” Ed era chiaro che la domanda stava per “Ce n’è fica?” Infatti, a tutte le feste, in tutti i locali la caratteristica era una deprimente sproporzione tra il numero di uomini e di donne.
Ma questa è preistoria. Ora siamo nell’epoca della funzionalità e della produzione in serie, anche di fica. Basta un clic, e non sei più solo.
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Da Natale a Capodanno
gennaio 2nd, 2012 · No Comments
Nessuna festa è blasfema quanto il Natale. Proprio nel giorno in cui si celebra la nascita di Cristo (ed è quindi indizio della sostanziale ambiguità del cristianesimo), il paese precipita in qualcosa di vagamente allucinatorio, che comincia col Natale e finisce con Capodanno, quando si rientra a casa – sgomenti.
Dicembre è un mese strano, in cui ogni tensione o progetto si allentano: la realtà comincia a cedere già a inizio mese, appena si configura all’orizzonte lo spettro del 25 dicembre. Le strade si trasformano, si illuminano, cominciano a riempirsi di gente che corre in preda a una sorta di panico dettato dall’obbligo di sacrificarsi al rito dell’acquisto e di un abulico ingozzarsi. Tutti i media (ovvero la voce dei padroni) ci ordinano sorridendo di spendere, di comprare, di votarci alla trasparente alienazione che si cela dietro questa ipocrita ricorrenza. Solo la divina ingenuità infantile può seriamente godere di questa porca cerimonia. Dopo il decimo anno, si è già abbastanza sgamati e cinici da trovarla insopportabile. Unico vero piacere è che non si lavora. Apparentemente… dato che allo sbattimento del lavoro si sostituisce un altro tipo di sbattimento, dettato da un crescente stress da godimento. Nessuno ne è escluso. Anche chi se ne frega, subirà comunque, direttamente o indirettamente, il clima falsamente dorato che infesta le vie sotto Natale.
È nota come festività della gioia, ma può esserci una gioia più ripugnante di una gioia obbligata? Bene o male lo sappiamo, eppure insistiamo a subirla per come ci viene confezionata: un inno al delirio.
Comincia a inizio dicembre – si diceva – e scivola, come se i giorni si piegassero sempre più verso una discesa ripida, verso il 25. Allora si dà il via a un gigantesco spacchettamento da cui fuoriesce di tutto: un accalcarsi di scatole di regali di panettoni di frutta secca di ingorghi stradali di gente che si abboffa, rutta, scoreggia, prega. Questa è la parvenza, diciamo, allegra. Dietro vi è una specie di angosciante inerzia, quando le strade sono di colpo vuote e sono tutti in casa storditi, inebetiti.
Così per una settimana, giusto il tempo di andare in bagno e liberare lo stomaco, pronti ad affrontare il cenone di Capodanno, quando il delirio religioso si fonde col delirio laico.
Per Natale si è obbligati alla bontà; per Capodanno allo spasso.
Tutto sommato, lo si potrebbe semplicemente definire un glorioso spreco. E non solo di soldi e di piaceri (e quindi per questo altamente blafemo), ma spreco di un’occasione. Natale dovrebbe essere quieto, affettuoso, meditativo, ma rimane così solo nelle illustrazioni, nelle quali si vede una casetta di legno coperta di neve e qualche tremula luce. In realtà è apertamente truce, gozzovigliante, orbo. Forse la sua essenza è pacifica, ma è stata trasformata in qualcosa di aberrante. Che ci segnala sostanzialmente una cosa: la nostra società, votata al piacere, è (forse irrimediabilmente) estranea al piacere.
P.S.: pare che quest’ultimo Natale sia stato mediamente più contenuto nei consumi. C’è qualcosa evidentemente di positivo in questa crisi economica. Magari ci insegnerà qualcosa.
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Vantaggi e limiti della comunicazione virtuale
dicembre 20th, 2011 · No Comments
La tecnologia dovrebbe semplificarci la vita. Io ho la netta impressione che ce la stia enormemente complicando e che se continuiamo su questa strada diventeremo tutti quanti pazzi. Pazzi perché finiremo col perdere completamente il contatto con la realtà. I rapporti con noi stessi e con gli altri stanno diventando sempre più mediati da mezzi di comunicazione. Questi mezzi hanno però preso sopravvento, a scapito appunto della comunicazione. Noi comunichiamo con gli oggetti, ma non attraverso di essi, ma proprio con essi, e siamo irrimediabilmente soli.
Quando mandi un messaggino, ti sei messo in comunicazione con un coso fatto di plastica e microchip. Sei in stretto, carnale, intimo contatto con un coso. Che poi il messaggio scritto (il segnale astratto e comunicativo) giunga a un altro, il quale fa la stessa cosa per mettersi, idealmente, in contatto con te, non significa propriamente che stai comunicando con quel tale, ma semplicemente che vi siete sfiorati mentre eravate in contatto con un pezzo di plastica.
Mi rendo conto che quanto sto scrivendo sia paradossale, dal momento che lo sto scrivendo attraverso una tastiera collegata un computer collegato a un router collegato a sistema collegato a internet, il quale è un magma impalpabile che partorisce tanti piccoli mezzi di impalpabile comunicazione, tra cui un blog. Tutto questo è abbastanza illogico o, se volete, incoerente. Sappiamo anche però che questi mezzi di comunicazione sono ormai normalizzati alla nostra esistenza e in qualche modo necessari. Questo non significa che dobbiamo sottovalutare l’evidenza dei loro limiti (più difficile da notare, essendo offuscato da un evidente vantaggio) o, meglio, del loro lato oscuro, del lato che ci sfugge e con cui dobbiamo imparare a fare i conti. Comunichiamo più rapidamente, comunichiamo maggiormente, ma il prezzo da pagare è una sostanziale riduzione del reale peso della nostra comunicazione. In sostanza, io credo che siamo (con internet e compagnia bella) tutti più vicini ma simmetricamente tutti più lontani, in diretta inversione proporzionale.
Voglio fare un esempio concreto e forse chiaro: abitando lontano dalla mia città di nascita, ho molti amici lontani. Li sento, anche spesso, con vari strumenti (telefono, messaggi, mail), ma il nostro rapporto inevitabilmente ne risente. Non possiamo guardarci negli occhi mentre parliamo. Viene a mancare semplicemente quel contatto totale che richiede una profonda comunicazione.
Sono indubbiamente disposto a rinunciare a mille telefonate con amico, per avere in cambio un’ora di sane chiacchiere, faccia a faccia, magari davanti al mare, e con una bottiglia di vino da scolarci.
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Letture da toilette
dicembre 13th, 2011 · No Comments
Lettore, ti chiedo scusa se l’argomento di cui mi occupo in questo post irrita la tua sensibilità, ma si tratta comunque di una materia, per quanto bassa, ampiamente diffusa, oltreché fenomeno di globalizzazione: la lettura da cesso.
Essendo materia vile, la eludono gli accademici e non è oggetto plausibile di tesi o dottorati, non si tengono convegni né specifiche recensioni né vi sono (per quanto ne sappia) collane editoriali. I letterati la trascurano e gli scrittori, anche i più temerari, non dedicano le loro opere al lettore in questione.
Questa lettura (che non è forse degna di essere definita letteratura) si pratica solitamente con le braghe e le mutande calate fino ai polpacci. In posizione seduta, leggermente china, i gomiti appoggiati alle ginocchia. Tutto il corpo è impegnato in un’operazione il cui sforzo può variare da seduta a seduta, e anche da momento a momento. Vi può essere addirittura una fase di tale concentrazione che il dedicarsi alla lettura, anche minima, risulta aspra. Molti negano di farlo, molti ridono all’idea, eppure posso testimoniare (nella mia esperienza di bagni privati visitati) che la maggior parte delle persone tiene in un angolo, vicino alla regale coppa defecatoria, qualche copia di rivista o giornale o libro. Pronti ad ogni evenienza.
Ricordo in particolare un bagno (che ebbi la fortuna di visitare), in cui regnava il lindore della ceramica e la postazione era particolarmente agevole, spaziosa, ottimamente riscaldata. In un angolo (che si poteva facilmente raggiungere solo allungando una mano) era disponibile una serie di riviste (L’Espresso, Panorama, National Geographic), veramente ottime e adattissime.
Era chiaro che lì si praticava un’evacuazione di tipo colto. Si potevano leggere articoli di politica, di scienza, di moda, di geografia. E subito liberarsene. Nello specifico, bisogna ammettere che L’Espresso o Panorama (che uno può preferire a seconda delle tensioni ideologiche) sono veramente dei fiori all’occhiello per la letteratura defecatoria. Gli articoli sono della lunghezza giusta e vi sono belle immagini, con ottime fotografie e una gradevole grafica. Si potrebbe addirittura sostenere che tali riviste siano nate con questo preciso scopo. Anche National Geographic è ottimo in tal senso, anche se gli articoli sono molto lunghi e a volte complessi, le immagini in compenso sono davvero deliziose. Anche la rivista Focus è una degna concorrente di questi. Ma ve ne sono molte altre. Qui mi limito alle più note.
I quotidiani, invece, non mi sembrano sinceramente adatti: hanno un formato troppo complicato da gestire, difficilissimo girare pagina.
Una particolare menzione va data alle riviste regine di ogni rispettabile cesso: quelle di gossip. Hanno tantissime immagini e i testi mantengono una leggerezza e un livello intellettivo così basso che anche il culo più refrattario alla lettura può adattarvisi. Inutile citarle, sono ben più note di Manzoni o Verga.
I cagatori più edotti leggono anche libri, a volte anche impegnativi. Personalmente li sconsiglio. Ho provato una volta a leggere l’Etica di Hegel, e devo ammettere che mi richiedeva troppo sforzo (mentale), e ho quindi rinunciato.
Insomma, la conclusione a cui voglio giungere è questa: cagare è un atto sano, piacevole, allegro, solitario. Essendo una pratica liberatoria, ha bisogno di grande dedizione ed è quindi da escludere accompagnarla con letture complicate. In particolare, ritengo che necessiti di letture giocose, tendenzialmente idiote e totalmente inattendibili.
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Esterofilia, parole straniere e misteri di pronuncia
dicembre 6th, 2011 · 2 Comments
Come si pronuncia puzzle? Immagino che la questione risulti effimera e che per molti esista una semplice risposta: si pronuncia “pasel,” all’americana, con la punta della lingua che rimane intrappolata contro il palato, dopo aver compiuto manovre kamasutresche.
Io (non per moti nazionalistici) tendo a evitare parole straniere, se non costretto. D’accordo! Ammetto che puzzle detto all’italiana abbia un suono, oltreché sputacchiante, complicato. La cosa fa storcere il naso, perché è ampiamente diffuso l’uso di parole straniere e col suono di origine.
Tempo fa, parlando con una tale, ho detto: “Sono andato al negozio H & M (acca e emme).” Non capiva. “Quello grande, in centro, in via Venti Settembre” ho precisato. “Aaah!” ha commentato lei ridendo “H & M (eichem)!” Un caso emblematico, questo: pronunciando all’italiana non ci capivamo.
Vogliamo usare le pronunce originali? E sia! Il problema è: qual è la pronuncia originale? Ogni volta che mi sono trovato a proferire parole in lingue estranee davanti ai legittimi detentori, questi mi guardavano con aria stupefatta, senza capire che diavolo stessi dicendo. Eppure mi sembrava chiaro.
Altro esempio. Pochi giorni fa ho detto (al cospetto di un madrelingua inglese) “Meridiano di Greenwich (Grinuic).” Questo mi ha corretto: “Si dice Grenc!” (non ho onestamente capito bene, ma sembrava qualcosa di molto simile a uno scaracchio).
Vi sfido a dire keebab davanti a un arabo o wurstel davanti a un tedesco. Rideranno, garantito. Per cui c’è poco da fare i sapientoni: la nostra pronuncia risulterà sempre italianizzata e scomposta, almeno che non siate dei perfetti conoscitori di quella lingua. Tanto vale arrenderci al nostro provincialismo e parlare come mamma Italia ci ha insegnato.
Oppure usare semplicemente le parole italiane, senza fare i fighetti esterofili a tutti i costi. Certo, nello specifico, per la parola puzzle non esiste un degno sostituto, e siamo costretti a usare quella strana parola. Si potrebbe dire mosaico, ma il mosaico è un’altra cosa. In spagnolo, per dire puzzle, dicono rompescabeza.
Il problema è alla radice: in Italia c’è la diffusa tendenza a importare parole senza tentare la fantasiosa strada dell’invenzione, senza cercare di trovare dei degni sostituti, magari più simpatici e assonanti alle nostre corde vocali italiche.
Forse la radice è da scovare nel fatto che, sotto il fascismo, usare parole straniere era in qualche modo proibito. Quindi, forse per gioco forza, importiamo parole senza freno. Questo però tende necessariamente a impoverirci, a reprimere la nostra fantasia. C’è da annotare che i dialetti mantengono maggior inventiva e simpatia. Nella zona dell’astigiano, per esempio, c’è una stupenda parola per indicare i soprammobili, quegli oggettini così fittamente presenti nelle mensole delle vecchie zie: ciapapüe (prendi polvere). Questa sì che è una parola parlante.
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Induzione al consumo
novembre 29th, 2011 · No Comments
Una mia parente, politicamente agnostica e morigerata nel bere, mi ha confidato di aver avuto una strana proposta dalla propria compagnia telefonica, con cui a quanto pare ella intrattiene rapporti saltuari: usa poco il cellulare e solo per strette necessità, si esime da sms e mms, non ha la wap, ignora il bluetooth e l’umts, non scarica né canzoni né giochi né suonerie e ritiene che il blackberry sia un cantante di disco dance. Insomma, non è una cellularomane. Questo naturalmente non è una nota di merito, non almeno agli occhi della sua compagnia telefonica.
L’azienda, a quanto pare, ha stilato un elenco dei birichini, ovvero di quei clienti che contribuiscono scarsamente al benessere dei propri azionisti, e ha riunito in segreta conferenza fior fior di psicologi per esaminare i casi dei suddetti clienti e capire come spillargli meglio denari. Come fare? Si sono detti questi sapientoni del marketing.
La formula l’hanno attinta pari pari dagli spacciatori: offrire una dose.
Ecco: le è arrivata la seguente proposta, via telefono, con voce amichevole e allegra, le hanno comunicato che per tre mesi avrebbe potuto inviare messaggini gratis. Dieci sms e un mms al giorno. La mia parente è rimasta all’inizio piuttosto disorientata. Non sapeva che dire. Essendo persona educata, ha tuttavia ringraziato.
Subito non sapeva che farsene di questo omaggio, dato che lei, non solo non inviava messaggi, ma neppure li leggeva. Poi però, in un momento di vuoto cosmico (capita!) ha cominciato a provare. Ha inforcato gli occhiali e si è messa ad esaminare la conformazione della tastiera. All’inizio non capiva bene e si perdeva d’animo. Ma un giorno è riuscita a formare un abbozzo di parola. La cosa le sembrava anche divertente. Sentiva di avere una mezza vena poetica abbandonata da qualche parte, e così ha cominciato a formulare frasette, prima semplici, poi via via più complesse, imparando anche a inserire la punteggiatura e le maiuscole. Con quotidiano allenamento ha scoperto il lato ludico e socievole della faccenda. Tutto sommato era semplice e comodo comunicare con le amiche con brevi osservazioni o commenti o domande o considerazioni, anche più articolate e magari profonde.
Ha imparato a usare le emoticon, a destreggiarsi con le dita sui pulsanti con rapidità crescente, a scattare foto, allegarla e inviarla qua e là.
Anche lei è finalmente aggregata alla categoria dell’homo digitalis e potrà, una volta che l’offerta sarà conclusa e il nuovo bisogno sarà radicato profondamente in lei, spensieratamente messaggiare e pagare.
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Davanti a una mendicante
novembre 21st, 2011 · 1 Comment
Tempo fa mi è capitato di assistere a questo piccolo squarcio di mondo.
Ero seduto in auto davanti all’ingresso di un supermercato. A un certo punto è arrivata una coppia di rom: una donna e un uomo. Sono rimasti a confabulare per pochi secondi, poi lui si è allontanato. La donna si è sistemata sul marciapiede, rannicchiandosi in un angolo, giusto poco oltre l’uscita del supermercato. Teneva le ginocchia piegate contro il petto e una mano aperta, tesa in elemosina.
Giovane, dimostrava poco più di vent’anni. Era magra, un bel viso ovale. Un leggero strabismo conferiva tenerezza al suo sguardo.
C’era una particolare compostezza e calma nel suo atteggiamento, come se quello che stava facendo le riuscisse naturale. Non si lamentava. Non aveva un cartello né un neonato in grembo. Semplicemente stava lì nel suo angolo, con la mano aperta. Quando qualcuno usciva dal supermercato, lei gli rivolgeva lo sguardo e porgeva il palmo. Scene di questo tipo sono abbastanza comuni.
Ciò che ho trovato interessante era la reazione della gente, che potrei dividere i tre tipologie: gli infastiditi, gli indifferenti, i pietosi.
Gli infastiditi erano in buona rappresentanza. Diciamo un 30%. Per lo più erano donne, signore di una certa età. Quando passavano e la vedevano il loro volto si induriva e guardavano la ragazza con chiara espressione di disprezzo. Molti di loro emettevano una specie di commento, del tipo: Ma guarda questa qua! Vergognati! Va a lavorare!
Le frasi erano spesso pronunciate in dialetto. Era una sorta di monologo a denti stretti, come se la sola visione di quella giovane destasse in loro indignazione. Si indovinava qualcosa di molto simile all’insulto tra le loro parole. Un’anziana signora si è addirittura fermata e l’ha fissata dicendo: “Ma non ti vergogni, alla tua età?”
La mendicante non reagiva, rimaneva impassibile. Sembrava che neppure capisse ciò che dicevano o che fosse del tutto indifferente. La sua espressione era la medesima con tutti, che fossero irritati, gentili o aggressivi.
Gli indifferenti erano la maggioranza. Passavano facendo finta di niente. Mantenevano lo sguardo fisso avanti, fingendo apertamente di non essersi accorti di lei. Tiravano diritto, accelerando leggermente il passo.
Poi c’erano i pietosi, pochi debbo dire, ma anch’essi curiosi. Questi tradivano un certo imbarazzo. Rallentavano, concedevano un democratico sguardo alla ragazza. Alcuni si tastavano le tasche e facevano un segno vago, quasi a scusarsi, facendo capire che non avevano monete o che non potevano. Non si esimevano da un sorriso di generica solidarietà. Una signora era passata così. Poi si è fermata poco oltre, ha frugato nella borsetta e ha tirato fuori una moneta, tornando indietro e porgendola alla ragazza. Ha dato un’occhiata a me e mi ha confidato: “Se no, mi sento in colpa.”
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Ho sognato che Silvio Berlusconi
novembre 14th, 2011 · No Comments
Ho sognato che Silvio Berlusconi
È morto è mai possibile
Certe cose accadono solo in sogno
Ho riprovato il sogno
Berlusconi è risorto un grande shock
Ho pensato sarà la digestione
Ho bevuto Brioschi
L’effervescente non ha funzionato
Ho rifatto lo stesso
Sogno lo stesso personaggio morto
Poi risorto ho provato
Con la Citrosodina la Magnesia
Berlusconi è tornato dentro il sogno
Mi ha parlato appoggiato
Una tiepida mano sullo stomaco
Ho provato una bella sensazione
Tasse abbassate un lavoro per sempre
Una bella casetta
Per la famiglia Signor Presidente
Sono single fa niente
Ha detto lui penseremo a ogni cosa
Noi noi chi ho domandato
Noi mi ha risposto con un bel sorriso
Mi ha condotto nel sonno
Ho fatto un nuovo sogno ho digerito
Un sogno di salute di chi sogna
Il Premier sempre in tiro
Questo sì che è un gran sogno Berlusconi
Vivo per sempre evviva l’Italia.
Silvio è vivo è viva l’Italia.
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Scimmia da borsa
novembre 7th, 2011 · No Comments
Un amico doveva prestarmi un libro. “Passa da me” mi ha detto, dettandomi l’indirizzo al telefono. Parto e vado. Posteggio la bici, mi avvio verso il portone, individuo il citofono e suono. La voce è la sua: “Sali sali” mi dice.
Arrivo su ma davanti alla porta non c’è nessuno. “Permesso” dico ponendo un piede dentro casa. “Entra pure, sono di qua.”
Seguo il suono della voce e mi appropinquo. Lo trovo davanti al computer. Intorno a lui un casino tremendo di libri impilati, fogli, penne sparse, una pantofola, qualche pupazzo e altri oggetti non identificati. Lui è immerso nella penombra, davanti al computer, con la luce diafana dello schermo sparata in faccia.
È seduto in una posizione scomoda, almeno a vederlo: la schiena piegata in avanti, una gamba di lato, una mano sulla tastiera, l’altra a indicarmi la sedia accanto alla sua. “Siedi siedi” mi dice “Arrivo subito.”
Io eseguo e rimango lì, leggermente imbarazzato. Lo guardo e lui sorride mantenendo gli occhi fissi sullo schermo. “Tutto bene?” mi chiede come se si rivolgesse al computer. Dico che non c’è male. Intanto mi guardo attorno e poi torno su di lui, cercando di capire che stia facendo. Nel monitor c’è una pagina piena di numeri, tabelle e grafici. Alcuni numeri sono indicati in rosso, altri in verde, altri in blu.
La sua mano sinistra è puntata verso di me, con un indice alzato, a chiedermi di pazientare ancora un poco. L’altra mano, la destra, pendola tra il suo mento e il mouse, dove ogni tanto si appoggia per impartire il comando al cursore, dopo averlo spostato su un numero o sull’altro.
Dopo qualche minuto, si distende sullo schienale della sedia e unisce le mani in grembo. Io guardo lo schermo, guardo lui e chiedo: “Che è?”
“Trading on line, risponde. Sai cos’è?”
“Bah, più o meno. Giochi in borsa?”
“Già” mormora stringendo le labbra e puntando di nuovo l’attenzione al monitor.
Quindi solleva di nuovo la mano sinistra verso me, come prima, e con la destra sposta il mouse, e clicca. Ha un’espressione preoccupata.
“E… lo fai da molto?”
“Un annetto.”
“Giochi parecchio?”
Lui farfuglia qualcosa. Ho l’impressione che non voglia rispondermi o che forse non sappia valutare quanto possa essere attendibile una qualunque risposta. Noto che, alla mia domanda, il suo sguardo si è come volatilizzato. Ha l’identica espressione sorniona che avevo colto una volta in un giocatore di poker.
Rimango allora zitto e mi guardo attorno. Dopo un po’, lui si alza, mi dà una pacca sulla spalle e mi dice se voglio da bere.
Mentre sorseggiamo una grappetta, mi spiega all’incirca cos’è quel coso là.
“È tutto piuttosto semplice” mi dice. “Se hai un conto on line, chiedi alla tua banca il permesso di accedere alla piattaforma per giocare in borsa. A quel punto, puoi investire quanti soldi vuoi in azioni o giocare sul cambio di valuta. Il cambio di valuta è il più semplice. Mettiamo che compri 1.000 euro di dollari, coll’euro a 1,45 dollari. Hai 1.450 dollari. Giusto?”
“Giusto!”
“Beh, a quel punto dipende da che succede al cambio euro/dollaro. Chiaro no?”
“Se sale il dollaro, li vendi e guadagni.”
“No! Se scende il dollaro guadagni.”
“Come se scende?”
“Se scende. Se scende il cambio vuol dire che il dollaro vale più di prima, quindi guadagni.”
“Mica ho capito. E le azioni?”
“Beh, tu compri 1.000 euro di una certa azione. Se il suo valore sale, vendi e guadagni.”
“E come fai a sapere se salgono o scendono?”
“Eh… questo è il problema! È imprevedibile! Ci sono una marea di fattori incontrollabili che faranno salire o scendere il valore di un’azione.”
“Va beh, quando è il valore è basso, prima o poi salirà.”
“O scenderà ancora.”
“Fammi capire: se uno si mette lì ed esamina tutti i giorni i movimenti in borsa, li studia, segue i programmi specifici, ha maggiori probabilità di guadagnare.”
“Direi proprio di no. Uno potrebbe investire alla cazzo e vincere, essere un esperto e perdere.”
“Allora è come scommettere col calcio o comprare un Gratta e Vinci?”
“Più o meno.”
Intanto mi ha prestato il libro promesso e mi accompagna alla porta.
Sulla soglia chiedo: “Ma, con questa borsa, tu c’hai più perso o guadagnato?”
“Diciamo che sono in pari.” Lo dice abbassando le pupille.
Ci salutiamo e via.
Sono andato via con la sensazione netta che mentisse (a sé stesso, chiaro). Però mi sentivo in qualche modo attratto da quell’universo di cifre che salgono e scendono e possono tradursi in guadagno facile. Senza faticare. Da casa. Con un semplice clic.
Era come se uno stano virus si fosse insidiato in me e cominciasse a lavorarmi piano. Un virus formato scimmia sghignazzante, che con una mano ti mostra una mazzetta di soldi mentre nasconde l’altra dietro la schiena.



