Decapitazione…

Lo spettacolo della decapitazione

C’è una sorta di sottile piacere, identificabile tra il macabro e il morboso, nell’assistere all’agonia altrui.
La decapitazione, per esempio, è decisamente un crudo evento, soprattutto per chi ci lascia la testa; per chi guarda, un interessante spettacolo.
Infatti ha da sempre attirato miriadi di spettatori. Un tempo in diretta esecuzione, oggi in differita video. E i terroristi hanno saputo utilizzare sagacemente questa torbida curiosità.
La prima vittima della lama talebana fu nel 2002. Era il giornalista statunitense Daniel Pearl. La sua decapitazione fu registrata e il video messo in rete. Il Boston Phoneix lo pubblicò e da questo scaturì una corsa al link, quindi a milioni di spettatori. Il secondo americano fu Nick Berg, ingegnere ucciso nel maggio del 2004. Per una settimana, la morte di Berg fu l’oggetto più ricercato in Internet. Visto che la cosa funzionava, furono messe in rete altre decapitazioni: nel 2004 se ne contano ufficialmente 64.

Che vi serva da lezione

Dietro la vaga motivazione del “bisogna capire… bisogna vedere”, gli spettatori stanno al gioco degli aguzzini. Eppure questo meccanismo ha sempre funzionato: con lo scopo di spaventare, si mostra; con lo scopo di farsi spaventare, si guarda.
Pare che nel 1936, 20.000 persone assistettero all’ultima esecuzione pubblica negli Stati Uniti. Spettacolarizzare la condanna è un antico rituale terrorizzante.
Nel 1282, la testa di Llywelyn, principe del Galles sconfitto e condannato, fu messo sulla torre di Londra per almeno quindici anni e conservata. L’anno dopo suo fratello Dafydd, ucciso come traditore del re, fu squartato pubblicamente. Sorte simile accadde al ribelle scozzese William Wallace (narrato miticamente in Brave Heart): i pezzi del suo cadavere furono distribuiti ed esposti in quattro città del nord inglese.
Altra testa famosa è quella di Tommaso Moro, decollata il 6 luglio 1535 ed esposta in cima al London Bridge, in modo che sua figlia e i suoi amici potessero averla continuamente davanti agli occhi.

L'arte del boia

Eppure, paradossalmente, la condanna per decapitazione era (almeno in Inghilterra, in Germania e nei Pesi Bassi) una sorta di privilegio per condannati importanti, dato che era sempre meno umiliante che rimanere appesi ad una forca.
Oltretutto, il boia doveva avere una certa competenza nel mozzare la testa. È roba tutt’altro che semplice. Se un boia si dimostrava goffo o indeciso, la folla lo ingiuriava e poteva accadere che lo prendesse a sassate. Numerosi boia pagarono con la propria pelle esecuzioni riuscite male.
Per la condanna di Anna Bolena (1536) fu chiamato uno spadaccino francese, il quale fu in grado di decapitarla in modo che rimanesse a schiena dritta, evitandole così l’estremo smacco di piegare il capo.
Nel 1587 Maria Stuarda fu più sfortunata: solo al terzo colpo morì.

Per approfondire: Frances Larson Teste mozzate

Maurizio Teroni

Sono' nato a Genova nel 1967, dove mi sono laureato con Edoardo Sanguineti, con la tesi "Giorgio Manganelli: inferni linguistici". Ho pubblicato racconti per le riviste "La rosa purpurea del Cairo", "Passaggi", "Il Maltese", "Erewhon" e saggi letterari per le riviste "L'immagine riflessa" e "Studi Novecenteschi"; nel 2011 "Il limo" (romanzo); nel 2021 "Di donne e d'altri guai" (racconti). Lavoro come insegnante di Letteratura italiana e Storia.

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