L’enigma di Omero

Ecco l’enigma: due pescatori tornano dal mare a mani vuote.
Un uomo (Omero) sulla riva si avvicina e gli chiede: “Cosa avete preso?”
Uno di loro risponde: “Ciò che abbiamo preso, lo abbiamo lasciato; ciò che non abbiamo preso, lo portiamo.”
Cos’è?

Tra mito e realtà

Di Omero sappiamo davvero poco e ciò che sappiamo è frutto di ipotesi e miti. È collocato in una zona buia della storia, come il fondale di un mare profondissimo, dove per orientarci abbiamo una flebile luce. Eppure abbiamo un enorme reperto da quel buio, un meraviglioso reperto letterario: due opere immense (anzi, tre, se includiamo anche gli Inni omerici), regine indiscutibili della cultura occidentale: Iliade e Odissea.
Il creatore di questi due capolavori è chiamato Omero, il quale, si dice, fosse cieco.

Omero

Il nome Omero ha probabilmente il significato di “colui che non vede” (ho mē horōn), ma la cecità potrebbe essere una semplice indicazione metaforica, essendo considerata una caratteristica dei veggenti. Quindi Omero potrebbe essere un mito, tanto quanto lo sono i personaggi delle sue opere. Eppure le ricerche archeologiche hanno stabilito che ciò a cui Omero fa riferimento, quella guerra, quella città non sono frutto di fantasia, e forse anche quegli uomini sono esistiti realmente. E quindi forse lo stesso Omero è in parte frutto del mito e in parte frutto della realtà. Vi è una linea indecifrabile in cui le due correnti coesistono.

Iliade e Odissea

Ma, allora, se è esistito, cosa possiamo dire di lui?
Indicativamente, visse circa nel VIII secolo a.C. (quasi 3000 anni fa). Ma questi sarebbe il cosiddetto “primo Omero”, ovvero l’autore dell’Iliade; più o meno 150 anni dopo, apparirebbe il “secondo Omero”, autore dell’Odissea.
È evidente che, se così è, Omero non può essere una sola persona.
Nell’Odissea vi cono diversi passi che fanno riferimento, a volte anche parodiando, all’Iliade. E l’Odissea dimostra una struttura coerente, priva di sbavature, dove nulla può essere tolto; a differenza, l’Iliade presenta diversi passi che potrebbero essere inseriti a posteriori, quindi forse non frutto di un unico autore.

Gli omeridi

Al tempo della Grecia arcaica e della Grecia micenea, il concetto di poeta non era (come intendiamo noi oggi) un singolo, bensì una corporazione. Vi erano diverse corporazioni, ma non ci è rimasto nulla. La sola fonte che ci è rimasta è di quella degli “omeridi”.
Alcune ipotesi sostengono che l’Iliade in particolare non sia frutto in un unico poeta, ma di generazione di poeti, appunto “gli omeridi”, i quali avrebbero costruito pezzo per pezzo il mosaico favoloso di queste opere.

Tecniche di composizione

Altro dubbio rimane sul modo con cui siano state create queste opere: in modo scritto o orale? È infatti possibile che siano state create mentalmente e recitate, e solo in seguito trascritte. La cosa è possibile se consideriamo che i poeti di quel tempo avevano una capacità mnemonica ben superiore alla nostra (erano in grado di memorizzare oltre 10.000 versi). L’ipotesi affascinante sarebbe quindi  che si tratti di una pura creazione mentale, poi esposta oralmente. Certo che, se si considera la complessità, in particolare dell’Odissea, una creazione puramente mnemonica pare umanamente impossibile, per quanto fossero straordinari quegli ipotetici poeti. È possibile che la differenza creativa tra le due opere consista appunto, per l’Iliade, una creazione orale; mentre che l’Odissea sia una delle prime opere scritte.

Fine corsa e soluzione

Ma diamo per buono che Omero fosse un uomo.
La tradizione lo descrive come un mendicante che viaggiava per la Grecia recitando i propri canti in cambio di cibo e ospitalità. Ormai vecchio, giunge nell’isola di Io dove, secondo la tradizione, nacque (ma altre isole si contendono la sua natalità).
L’oracolo lo aveva avvertito: “la tua madrepatria ti accoglierà da morto, ma guardati dall’enigma dei giovani uomini.”
È seduto sulla riva del mare e vede due giovani pescatori approdare.
E qui la sua domanda e la loro risposta enigmatica.
Cos’è che essi hanno preso ma lasciato e cos’è che non hanno preso ma hanno addosso?
Omero non capisce. Eppure è un grandissimo poeta, ma non riesce a scovare la beffa dietro questo banale gioco di parole.
La risposta è semplice: i pidocchi.
Sentendosi umiliato dalla propria stoltezza, morì di crepacuore.
Almeno così si dice.

Per approfondire: Dino Baldi Morti favolose degli antichi/Pietro Citati Omero

Maurizio Teroni

Sono' nato a Genova nel 1967, dove mi sono laureato con Edoardo Sanguineti, con la tesi "Giorgio Manganelli: inferni linguistici". Ho pubblicato racconti per le riviste "La rosa purpurea del Cairo", "Passaggi", "Il Maltese", "Erewhon" e saggi letterari per le riviste "L'immagine riflessa" e "Studi Novecenteschi"; nel 2011 "Il limo" (romanzo); nel 2021 "Di donne e d'altri guai" (racconti). Lavoro come insegnante di Letteratura italiana e Storia.

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