Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

amadeo-modigliani-gcd350882c_1920

Il valore di mercato delle opere di Modigliani si alzò così enormemente e così rapidamente che, neppure un mese dopo la sua morte, gli acquirenti, avendo saputo che il fratello si aggirava per Parigi, evitavano di farsi trovare.
Destino bastardo! Modigliani, in vita, ebbe scarsissimi riconoscimenti. Le opere che riusciva a vendere, andavano a prezzi miseri; mentre altri suoi contemporanei e amici, quali Utrillo, Soutine, Picasso in particolare, erano sempre più noti, apprezzati e venduti, lui ha dovuto patire fino alla fine.
Fu decisamente misconosciuto in vita, ma non del tutto. Il mercante d’arte che si occupava delle sue opere e che lo sostenne anche economicamente, Leopold Zborowski, era riuscito a organizzare una sua personale presso la prestigiosa galleria Weill (siamo nel dicembre 1917). Tuttavia, data la presenza di numerosi nudi tra quei quadri, la polizia intervenne censurandola. Il commissario Rousselot intimò a Berthe Weill di “togliere immediatamente di mezzo quelle porcherie”. Lei annotò che la storia dell’arte è piena di nudi. E lui: “Questi nudi hanno i peli!”
E così la prima e unica mostra personale di Modigliani in vita ebbe giusto il tempo di essere inaugurata e subito chiusa.

Amedeo Modigliani aveva all’epoca 33 anni. Gliene restavano ancora 3. Era giunto a Parigi da circa 10 anni. Frequentava i più interessanti ed emergenti artisti dell’epoca, aveva avuto diverse ma instabili relazioni d’amore (pare fosse molto affascinante, generoso e galante, benché squattrinato). Italiano ebreo, orgoglioso di esserlo, benché non praticante, aveva un carattere impulsivo, passionale, con forti tendenze alla malinconia e all’instabilità. E soprattutto all’acol. Scambiava i propri disegni per un gotto di vino. Beveva tanto. E provava qualsiasi droga gli capitasse sotto mano. La sua salute cominciava a essere seriamente compromessa, già intorno ai trent’anni. Tossiva di continuo; a volte sputava sangue. Eppure non aveva mai preso seriamente in considerazione di smetterla con quegli eccessi di vita. Fondamentale fu per lui l’incontro con Jeanne Hébuterne.

Jeanne Hébuterne

Jeanne aveva 19 anni, Amedeo 33, quando si conobbero. Aveva studiato composizione pittorica all’Académie Colarossi, la stessa di lui. Apparteneva a una buona famiglia medio-borghese. I suoi genitori erano quel che si dice “brave persone”, oneste, affettuosi con la figlia. Nessun errore educativo apparente, insomma; se non una ferrea opposizione alla relazione con quello squilibrato pittore. Si sa: scontrarsi con le scelte dei figli è sempre una faccenda delicata. La conseguenza dei divieti del padre di frequentare quell’uomo e l’obbligo di rincasare entro una certa ora, ebbero come conseguenza la decisione, da parte di Jeanne, di andare a vivere con Amedeo.
Di lei sappiamo che era magra, pallida, grandi occhi a mandorla. Riservata, raramente parlava, eppure si intuiva una segreta sensualità. Aveva già conosciuto gli uomini, anche esperti e fantasiosi (ebbe di certo una relazione con il pittore Foujita). Ma con Amedeo scatta qualcosa di differente.

Una tenera sensualità

All’inizio del loro rapporto, Modigliani è già entrato in quella fase di costante fiacchezza, accentuato dalla delusione di non riuscire a sfondare nel mondo dell’arte. Eppure non demorde; non muta il proprio stile e l’oggetto (quasi ripetitivo e ipnotico) delle proprie opere. Tende semplicemente a perfezionarlo. La loro relazione pare un misto di sensualità e dolcezza. Qualcuno ce li delinea in piena notte, al gelo (“e il freddo ci mangia la mente e le mani”), abbracciati su una panchina, lui ubriaco marcio che tossisce, lei che lo avvolge nella propria sciarpa. Stanno così senza parlare. (“e tu stai vicino a me, in silenzio accanto a me”).

Tentativi di sanità

Pare che la relazione con Jeanne ebbe qualche benefica influenza sullo stile di vita di Amedeo, almeno per qualche mese. Poi la tendenza all’auto-annientamento, incentivata dall’insuccesso, riprese identica a prima (sia come sia, artisti a cui andava meglio, come Soutine o Utrillo, procedettero a testa bassa verso la sregolatezza e vissero più a lungo). Riprese a bere. Chi riporta notizie di lui, lo descrive come uno che cammina, perennemente sfasciato e eccessivo. Il trasferimento a Nizza, dove va a a vivere insieme a Jeanne (e la madre di Jeanne) segnala solo uno spostamento geografico, ma non psicologico. La nascita della figlia Giovanna apporta entusiasmo e un vago tentativo di vita sana ma, anche qui, è questione di pochi mesi. Come genitori, sono affettuosi, ma completamente entrambi incapaci di gestire la minima faccenda pratica, tanto che la figlia rimarrà non riconosciuta.
In questa fase nizzarda, oltre alla figlia, l’altra novità è un discreto miglioramento nelle vendite (grazie alle ottime capacità promozionali di Zborowski). Ma i soldi, così come entrano, escono.

L'amore non basta

Nel 1919 Amedeo ritorna a Parigi solo, lasciando Jeanne e la figlia a Nizza. Continua a dipingere, continua a bere. Una buona notizia si affaccia all’orizzonte: una mostra di artisti parigini (tra cui lui) a Londra. La speranza si riaccende. Jeanne (incinta) e la figlia lo raggiungono a Parigi.
Siamo agli ultimi mesi della loro vita. Le notizie su di essi sono contraddittorie (ma non irrealistiche): qualcuno dice di averli visti teneramente abbracciati, qualcuno dice di aver visto lui spintonare lei.
Certo è che conducono una vita al limite della miseria. Lui è perennemente ubriaco e sempre più malato; lei è affettuosa ma completamente inetta sul piano pratico. La loro abitazione è descritta come un mondezzaio. Intanto la mostra di Londra ha dato qualche frutto, ma debole; e anche nella mostra collettiva a Parigi (l’ultima in vita) i suoi dipinti riscuotono scarso interesse. Chi lo incontra lo definisce uno spettro. È magrissimo, quasi sdentato. In strada, una notte, ubriaco, ha allucinazioni… vede un vascello venirgli incontro. Siamo agli sgoccioli.

Fine corsa

Meningite tubercolare è il verdetto. Gli ultimi giorni è in casa, sdraiato, delirante. Jeanne, incinta di nove mesi, accanto a lui.
Ortiz de Zarate li trova, dice, in quella condizione di totale abbandono. Fa portare immediatamente Amedeo all’ospedale de la Charité (quelli per i poveri) dove, due giorni dopo, muore.
Il giorno dopo, Jeanne viene accompagnata in obitorio. Davanti al cadavere urla in modo straziante, poi lo abbraccia e lo bacia, tanto che un amico deve trascinarla via. Poi pare calma, quasi distaccata.
Di questa scena, che dura pochi minuti, ci sono tuttavia versioni contrastanti. Chi dice che Jeanne non abbia urlato, chi dice che Jeanne non lo abbia baciato eccetera. Chi dice che sotto il cuscino di Jeanne ci fosse un coltello.
Un fatto è: quella stessa notte (o all’alba, secondo altre versioni), Jeanne, che era stata accompagnata in casa dei genitori, si getta dalla finestra.
Inizialmente, la famiglia di lei si rifiutò che le salme fossero seppellite vicine. Ma, due anni dopo, vennero uniti in una sola tomba.

Per approfondire: Corrado Augias Modigliani – l’ultimo romantico

Maurizio Teroni

Sono' nato a Genova nel 1967, dove mi sono laureato con Edoardo Sanguineti, con la tesi "Giorgio Manganelli: inferni linguistici". Ho pubblicato racconti per le riviste "La rosa purpurea del Cairo", "Passaggi", "Il Maltese", "Erewhon" e saggi letterari per le riviste "L'immagine riflessa" e "Studi Novecenteschi"; nel 2011 "Il limo" (romanzo); nel 2021 "Di donne e d'altri guai" (racconti). Lavoro come insegnante di Letteratura italiana e Storia.

Lascia un commento