Ipazia: la martire pagana

L’affresco di Raffaello intitolato Scuola di Atene (visibile nei Musei Vaticani e databile 1509/1511) rappresenta (come è noto e come suggerisce il titolo) la schiera dei più importanti o noti filosofi classici. Ci sono Eraclito, Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro e tanti altri. Nella parte sinistra, situata tra Pitagora e forse Parmenide, c’è una figura vestita di bianco che fissa lo spettatore: è Ipazia. Tra tutti questi illustri filosofi, è la sola donna. Alcuni tra loro hanno fatto una pessima fine, ma la fine di Ipazia spicca per ferocia.
Il film Agora (2009) di Alejandro Amènabar racconta splendidamente la sua storia. La narrazione dell’episodio (tutt’altro che semplice) è, per quanto ne sappiamo, storicamente attendibile. Vi sono evidentemente degli elementi aggiunti, per rendere ancora più efficace il pathos, ma non si può dire che tradisca la documentazione che si ha a riguardo di quanto avvenuto. Da segnalare che, sul modo con cui è stata uccisa Ipazia, cade un velo di censura e di pietà (la realtà pare essere stata ben più amara). Ma questo è in fondo comprensibile come atto di rispetto per questa grande filosofa.
Chi ha visto il film, troverà nei fatti che racconto spunti visivi che rimandano alla pellicola.

I fatti si svolgono in Alessandria d’Egitto. Siamo tra la fine del 300 e l’inizio del 400 d.C.
Ed è più o meno in questa fase cronologica che possiamo collocare il tramonto (o volendo l’ibernazione) della cultura antica. Qualcosa di nuovo si sta imponendo; si chiama Cristianesimo.
Con l‘editto di Costantino (313 d.C.) venne legalizzata la libertà di culto che, nello specifico, significava che ogni cristiano poteva liberamente praticare la propria religione e ogni bene requisito ai cristiani fosse restituito. Si può situare qui l’inizio dell’intoccabilità dei beni della Chiesa.
Con il concilio di Nicea (325 d.C.) viene stabilito il concetto di verità dogmatica, ovvero di verità inconfutabile. Tutte le correnti che interpretavano il messaggio di Cristo in modo “diverso” vennero considerate eretiche.
Nel 380, l’imperatore Teodosio, con l’editto di Tessalonica, rende il Cristianesimo religione ufficiale e obbligatoria nell’Impero. Il contrasto tra religione pagana e cristiana viene simmetricamente rovesciato. Ora sono i pagani la minoranza perseguitata.

I vescovi Teofilo e Cirillo

Se ci spostiamo geograficamente più addentro nell’Impero Romano, e guardiamo ad Alessandria, ci sono due figure di cui tenere conto: sono i vescovi Teofilo e Cirillo, che si sono succeduti, entrambi mantenendo una linea politica molto simile: estirpare tutto ciò che non fosse cristiano. Entrambi si trincerarono dietro il muro del dogmatismo indiscutibile, incitando l’eliminazione di chi o che si opponeva alla “verità”.
L’autorità religiosa istiga (non dichiaratamente) alla violenza, ma rimane con le mani pulite. Le mani sporche di sangue le hanno i suoi delegati.
Il culto di Serapide (religione pagana) era ancora piuttosto diffuso in Alessandria, e ciò naturalmente contrastava con la politica-teologica di Teofilo. Così venne distrutta la biblioteca del Serapeo. Lo stesso Orosio (autore cristiano) attesta di aver visto coi propri occhi la distruzione e non nasconde un netto imbarazzo.

Il prefetto Oreste

Qualcosa di simile accade con il successore di Teofilo: Cirillo. Continua la politica di incitamento, più o meno aperto, a contrastare i non cristiani. Accade per esempio con la distruzione delle sinagoghe, cui seguirà l’espulsione e la strage di ebrei. Il problema per Cirillo era però che il prefetto romano in Egitto, Oreste, non accettava che vi fossero, tra i propri sudditi, favoriti e sfavoriti (almeno sul piano formale). Tuttavia, per quanto segnalasse il problema all’imperatore, questi faceva orecchie da mercante. Perché era ormai chiara la linea dettata dal centro dell’Impero: la classe al potere era cristiana e proteggeva i cristiani.

I parabolani

Cirillo aveva una sorta di guardia privata, i parabolani, che era ufficiosamente una confraternita di infermieri, ma nella pratica si occupavano anche delle faccende sporche, affiancati oltretutto dai monaci fanatici giunti dal deserto (quelli che lo storico Gibbon definisce le “bestie feroci del deserto”). Ebbene, questi aggredirono il prefetto Oreste. La sua immediata reazione fu ordinare la condanna del capo degli squadristi, Ammonio, il quale, una volta morto, venne innalzato alla gloria dal vescovo Cirillo. Insomma, il capo delle belve viene glorificato alla semi-santità.

La filosofia come pericolo

E’ in questo contesto che viene assassinata Ipazia. Di lei sappiamo poco. Le fonti che abbiamo a suo riguardo sono neoplatoniche e cristiane. Sappiamo che era matematica, astronoma, filosofa; oggi forse sarebbe considerata una scienziata, ma al tempo la distinzione tra filosofia e scienza non esisteva. Sappiamo che era un’intellettuale di spicco all’epoca. I pochi documenti ne parlano con grandissimo rispetto.
Ciò che conta su piano storico-politico era che Ipazia rappresentava quella cultura della tradizione antica, basata sul dubbio, sullo studio, sulla ricerca, sulla ragione. Tutti ingredienti indigesti al dogmatismo monoteistico. Oreste stimava Ipazia. Ipazia (filosofia) rappresentava un ostacolo alla riconciliazione tra Oreste (politica) e Cirillo (religione).
Meglio eliminare Ipazia…
Il sillogismo non era nettamente così. Ma è probabile che così lo abbia presentato Cirillo ai propri parabolani. La conseguenza è brutalmente logica.

L'assassinio

Quando camminava per strada, Ipazia indossava un mantello, qualcosa di simile a una divisa che rappresentava gli allievi di Platone. Era una sorta di simbolo dell’antica filosofia. Di certo Ipazia non celava il proprio essere filosofa, anzi, lo ostentava con orgoglio, probabilmente ignara dei rischi. Forse non si era esattamente resa conto di cosa stava accadendo o meglio: sapeva ma non si aspettava che sarebbe accaduto il peggio.
In un giorno di Quaresima dell’anno 415, i monaci di Nitria si appostarono lungo il suo solito percorso e la assalirono. La assalirono e la trascinarono nella chiesa che aveva il nome di Cesario. La denudarono. La massacrarono a colpi di tegole. Tutto probabilmente accadde in pochi minuti. Poi la tagliarono a pezzi e bruciarono i suoi resti.
Chiaramente, non sappiamo con quali macabri dettagli avvenne la faccenda. Damascio, per esempio, dice che le cavarono gli occhi mentre era ancora viva.
Riguardo le responsabilità di Cirillo, le fonti sono discordanti. Chi, come Socrate Scolastico, attesta l’infamia che questo assassinio recò a Cirillo (senza però accusarlo); chi, come Damascio, indica Cirillo come il diretto mandante.

I responsabili

Vi fu in seguito un’inchiesta. Bisognava indagare, capire, scovare i colpevoli. Se ne occupò un tale Edesio da Costantinopoli. Si arrivò a un nulla di fatto. L’inchiesta fu, come si dice, insabbiata, ma l’assassinio di Ipazia non passò inosservato, anzi, fece grande scalpore all’epoca. Chi se ne occupò (quei pochi documenti che abbiamo) trattarono la questione con estrema cautela. Tutti i documenti accusano dichiaratamente l’assassinio meschino e si dimostrano indignati, ma nessuno accusa apertamente nessuno. Addirittura fino a tempi recentissimi: in pieno XX secolo, l’Enciclopedia italiana così scriveva: “A torto egli [Cirillo] venne accusato di avere ordinato l’uccisione di Ipazia; ma non è improbabile che i promotori della sommossa in cui ella perì abbiano creduto di fare a cosa a lui gradita.”
Suppongo che lo stesso Cirillo sarebbe pienamente d’accordo con tale interpretazione.

Per approfondire: Luciano Canfora Un mestiere pericoloso. La vita quotidiana dei filosofi greci

Maurizio Teroni

Sono' nato a Genova nel 1967, dove mi sono laureato con Edoardo Sanguineti, con la tesi "Giorgio Manganelli: inferni linguistici". Ho pubblicato racconti per le riviste "La rosa purpurea del Cairo", "Passaggi", "Il Maltese", "Erewhon" e saggi letterari per le riviste "L'immagine riflessa" e "Studi Novecenteschi"; nel 2011 "Il limo" (romanzo); nel 2021 "Di donne e d'altri guai" (racconti). Lavoro come insegnante di Letteratura italiana e Storia.

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