Diogene: dell’anarchia

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Tra tutti i filosofi, Diogene è quello che risulta, almeno ai miei occhi, il migliore. Non tanto per quello che dice, ma appunto per quello che non dice. Egli infatti offre una lezione precisa e chiara: inutile parlare, ciò che conta è vivere filosoficamente. Il suo pensiero è la riduzione ai minimi termini di una saggezza che nasconde profondissime radici.

Come morì...

Diogene di Sinope nacque nel 412 a.C. ed morì nel 323 a.C. Se ne andò quindi, se i dati sono esatti, a età avanzata: 89 anni. La sua morte (supposto che sia davvero così avvenuta) ha del comico. Ha del comico ed è metafora del suo pensiero. Forse si tratta di una morte leggendaria, forse esagerata, forse impossibile, ma comunque esemplare. A Corinto, quel giorno, era una afosa giornata estiva e Diogene si avviava verso l’agorà, quando un gruppo di uomini cominciò a schernirlo. Appellativi come “lurido cane”, “barbone”, “cencioso”.
Lui andò davanti a loro e gli chiese cosa avessero da blaterare. Se avevano aria in corpo, sarebbe stato meglio espellerla in forma di scoregge, che sarebbero state ben più sagge delle loro parole. Loro, indignati, continuarono a insultarlo. Allora lui volle dimostrargli quale forza poteva avere la volontà di un vero saggio. Voleva dar loro l’estremo esempio della capacità di auto-controllo di un uomo.
Si sarebbe tolto la vita trattenendo il respiro. Tutti lo derisero e altri, curiosi, si fecero intorno. Lui chiese che gli venisse portata una sedia. Appoggiò il bastone in terra e si preparò. Si concentrò, stringendo occhi e denti, in silenzio. Dopo qualche minuto stramazzò a terra morto.

Notizie incerte

Le notizie che abbiamo di lui sono scarne e ci danno l’idea di un barbone che grida le sue semplici grandi verità in piazza, mentre la gente gli passa a debita distanza.
Pare che suo padre, accusato di aver falsificato moneta, fallì e finì in miseria. Secondo alcune versioni, egli seguì le identiche orme del padre. Altri raccontano che fu egli stesso a falsificare la moneta rovinando il padre. Così fu costretto a esiliare oppure, secondo alcuni, a svignarsela.
Bene! Ipotizziamo che sia figlio di un corruttore e sia egli stesso corrotto, in ogni caso, Diogene non si lamenta, non tenta compromessi ma accetta il proprio destino e trasforma la propria disgrazia in forza. Diventa filosofo. La vita gli ha tolto tutto: egli impara a vivere del minimo e fa della minima esistenza un modello di vita.

Una filosofia scomoda

Aveva un mantello a doppia piega, con cui si vestiva e nel quale dormiva, accovacciato negli angoli dei templi. Si dice che avesse chiesto a un tale di preparargli una piccola abitazione. Quello indugiava, allora lui fece di una botte la propria casa.
Era in perenne polemica con i filosofi più noti dell’epoca, soprattutto con Platone, che non smetteva di sfottere, definendo le sue teorie “perdite di tempo”. Non mancava mai di propinare sarcasmo e ammonizioni contro la comune, diffusa idiozia. “Gli uomini” diceva “sono sempre in concorrenza l’uno con l’altro, ma nessuno gareggia per diventare il più buono”. Derideva gli artisti che cercano la perfezione nella loro arte e non nella loro anima; i matematici che si perdono in elucubrazioni dimenticando la realtà; i moralisti che condannano i potenti invidiandoli.
Ai ragazzi che volevano apprendere i suoi concetti filosofici, egli ribadiva che dovevano preoccuparsi di vivere in modo sano, di cibo semplice e acqua.
Naturalmente, di lui non sono rimasti scritti, dato che la sua filosofia era ontologicamente basata sul modo di vivere. Rimangono diversi aneddoti. Vediamone alcuni.

Senza paura

Andava in giro vestito di stracci, scalzo, avanzando con il proprio bastone. La felicità dell’uomo si basa, secondo Diogene, su due cardini: semplicità e autarchia. Non si cura di ciò che dice la gente, non bada a ciò che dicono i benpensanti. Ride dei filosofi che filosofano ma vivono nel lusso. Per esempio, quando Platone definisce l’uomo come “bipede senza piume”, Diogene ascolta e poi gli getta un pollo spennato, dicendo: “Ecco l’uomo!”.
Tutto ciò che è in noi di naturale, per Diogene non doveva essere motivo di vergogna, per questo si masturbava in pubblico e, senza problemi, scorreggiava.

Il bene più prezioso: la libertà

Un giovane un giorno si presentò a lui dicendo di voler diventare suo discepolo. Allora Diogene gli mise un tonno in mano e gli disse di seguirlo. Il giovane, vergognandosi, gettò il pesce e sparì. E Diogene così commentò: “Un tonno interruppe la nostra amicizia.”
Un altro aneddoto, forse il più noto, è questo: un giorno Diogene stava riposando in un angolo, prendendo il sole. Arrivò davanti a lui il Alessandro il macedone, il più grande conquistatore di tutti i tempi, e gli disse: “Chiedimi qualsiasi cosa.” E Diogene: “Spostati, che mi stai facendo ombra.”

Maurizio Teroni

Sono' nato a Genova nel 1967, dove mi sono laureato con Edoardo Sanguineti, con la tesi "Giorgio Manganelli: inferni linguistici". Ho pubblicato racconti per le riviste "La rosa purpurea del Cairo", "Passaggi", "Il Maltese", "Erewhon" e saggi letterari per le riviste "L'immagine riflessa" e "Studi Novecenteschi"; nel 2011 "Il limo" (romanzo); nel 2021 "Di donne e d'altri guai" (racconti). Lavoro come insegnante di Letteratura italiana e Storia.

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