Diavolo Rosso

Non c’è canzone di Paolo Conte che non mi piaccia. Alcune naturalmente di più, altre meno, ma non c’è una sua canzone che definirei messa lì solo per fare numero.
“Diavolo rosso” apparteneva a quelle che mi piacevano modestamente, anzi, che mi lasciava perplesso. Ora è tra le mie preferite. Sicuramente, ho imparato a coglierne la bellezza grazie alla rivisitazione e arricchimento che ne è stata fatta dal vivo. È il classico caso di come un arrangiamento possa trasformare dal profondo un pezzo.
La versione in studio fa parte del disco Appunti di viaggio (1982). Dura 3.55 minuti. L’accompagnamento musicale è minimo, quasi impercettibile, sottostà al testo in modo dimesso. Eccola…

Poi, col passare degli anni e di vari concerti, ne sono state presentate altre versioni, sempre più complesse. Quella del 1988, già, dura 7.12 minuti, quasi il doppio rispetto alla versione originale. Si dà già qui più spazio ai vari strumenti: ognuno mette del proprio e gioca contribuendo. In seguito altre ancora, fino ad arrivare a quella del 2013 (ma ve ne sono altre, successive). Questa dura oltre i 13 minuti, e siamo qui a oltre tre volte l’originale. Eppure il testo è identico. Il resto è lasciato ai vari strumenti.
Partono le chitarre classiche (tre), insieme alla fisarmonica e al piano, poi subito la voce e poi la batteria, il contrabbasso, il violino, i clarinetti. Il ritmo è rapido, sembra la partenza di una gara in bici, dove tutti ci danno dentro a pedalare. E poi, in questa incalzante corsa allegra, si mette in scena ogni singolo strumento, come se lo sguardo inquadrasse un ciclista individualmente, con la sua fatica e la sua voglia di primeggiare. Gli altri dietro, mentre quello corre e, più va veloce, più tutti faticano per stargli al passo. È un pezzo corale, in cui però nessun singolo perde la propria individualità. Tutti contribuiscono, ognuno in modo proprio.

Ma ora veniamo al testo. Eccolo:

Quelle bambine bionde
Con quegli anellini alle orecchie
Tutte spose che partoriranno
Uomini grossi come alberi
Che quando cercherai di convincerli
Allora lo vedi che sono proprio di legno
Diavolo rosso, dimentica la strada
Vieni qui con noi a bere un’aranciata
Contro luce tutto il tempo se ne va
Guarda le notti più alte
Di questo nord-ovest bardato di stelle
E le piste dei carri gelate
Come gli sguardi dei francesi
Un valzer di vento e di paglia
La morte contadine
Che risale le risaie
E fa il verso delle rane e puntuale
Arriva sulle aie bianche
Come le falciatrici a cottimo
Voci dal sole, altre voci
Da questa campagna altri abissi di luce
E di terra e di anima, niente
Più che il cavallo è il chinino
E voci e bisbiglio d’albergo
Amanti di pianura
Regine di corriere e paracarri
La loro, la loro discrezione antica
È acqua e miele
Diavolo rosso, dimentica la strada
Vieni qui con noi a bere un’aranciata
Contro sole tutto il tempo se ne va
Girano le lucciole
Nei cerchi della notte
Questo buio sa di fieno e di lontano
E la canzone forse sa di ratafià

Di cosa parla?

Prima lettura

Mi è capitato spesso con le canzoni (e suppongo capiti un po’ a tutti) di avere un’idea iniziale e un’iniziale interpretazione basata su determinati spunti. La canzone mi piaceva ma mi chiedevo di cosa parlasse.
Il protagonista è Diavolo Rosso. Ma chi è ‘sto Diavolo Rosso?
Lì per lì pensavo fosse una sorta di travestimento simbolico del desiderio sessuale. “Quelle bambine bionde con quegli anellini alle orecchie” immaginavo fossero l’oggetto del desiderio del Diavolo Rosso. Insomma, in ognuno di noi, pensavo, c’è un Diavolo Rosso che guarda e brama belle signorine. Infatti dice “che quando cercherai di convincerle, allora vedi che sono proprio di legno”. Insomma, credevo, il Diavolo Rosso desidera le belle bambine bionde, ma loro gli sfuggono. E allora chi canta gli consiglia: “Diavolo rosso, dimentica la strada, vieni qui con noi a farti un’aranciata…”. Come dire: amico mio, lascia perdere, non è pane per i tuoi denti.
Questa interpretazione è però crollata la notte in cui ho visto il Diavolo Rosso…

Un ciclista in fuga

Mi trovavo ad Asti, in visita al mio amico Andrea e, dopo esserci fatti qualche cicchetto, mi ha proposto di continuare la serata in un locale, situato nella chiesa sconsacrata di san Michele, locale dove si suona, si mangia, si beve; chiamato, appunto, “Diavolo rosso”.
Se andate al Diavolo rosso noterete, entrando, appesa sulla parete di sinistra il motivo per cui quel locale si chiama così: una bicicletta.
Questa bicicletta apparteneva al ciclista Giovanni Gerbi, il quale, nel 1907, vinse il premio del Giro Antiche Province Piemontesi, la Coppa Savona, la Milano-Firenze, la Roma-Napoli-Roma. “Lo chiamavano” scrive Conte “Diavolo Rosso perché si vestiva tutto di rosso, e rossa era anche la sua bici. Tranne la catena – diceva – che deve diventare rossa in corsa.”
Diavolo, probabilmente, perché utilizzava mezzi non sempre corretti. Fu accusato di essersi accordato con i propri tifosi per aver ostacolato i concorrenti o con chiusure di passaggio a livello o con spargimento di chiodi lungo il percorso (questo al Giro di Lombardia). Fu squalificato per due anni, ridotti poi a sei mesi. Provò poi col Giro d’Italia, ottenendo buoni piazzamenti. Sempre al Giro d’Italia, nel 1920, venne squalificato giacché trovato a farsi trainare da un sidecar.
“Se ne fregava del percorso ufficiale, prendeva le scorciatoie e fregava tutti. E neppure esitava di fronte a un invito a bere, a mollare uno spintone agli altri ciclisti o a seminarli e poi buttare dietro di sé dei chiodi, per provocare la forature dei suoi avversari.” Una volta, si racconta, durante una gara è caduto. Lo hanno portato in ospedale da cui è uscito bendato come una mummia; è risalito in bici e ha concluso la corsa. Chiaro avesse un sacco di tifosi!

Ebbene, quindi questa canzone racconta di Giovanni Gerbi? Non direi!
Direi piuttosto che Gerbi, il Diavolo Rosso, è uno spunto per parlare d’altro, dato che il riferimento al Diavolo Rosso è solo iniziale. Questa canzone (afferma Conte in un’intervista) “è una specie di fuga dalla campagna, più arcaica e arcana”.
Diavolo Rosso è la traccia introduttiva, in corsa, che passa davanti al bar, dove uomini bevono e invitano Gerbi a bere con loro. Lui si ferma, beve e riprende a correre e, mentre corre, il disegno che viene presentato è una sequenza di immagini paesaggistiche in cui appaiono risaie, rane, falciatrici, campagna, amanti, regine di correre e paracarri.
Si parla insomma di Asti, ed è forse, tra tutte, la canzone di Conte più strettamente legata alla sua terra.

Per approfondire: Massimo Cotto Fammi una domanda di riserva

Maurizio Teroni

Sono' nato a Genova nel 1967, dove mi sono laureato con Edoardo Sanguineti, con la tesi "Giorgio Manganelli: inferni linguistici". Ho pubblicato racconti per le riviste "La rosa purpurea del Cairo", "Passaggi", "Il Maltese", "Erewhon" e saggi letterari per le riviste "L'immagine riflessa" e "Studi Novecenteschi"; nel 2011 "Il limo" (romanzo); nel 2021 "Di donne e d'altri guai" (racconti). Lavoro come insegnante di Letteratura italiana e Storia.

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