Ancora

"Ancora" di Eduardo De Crescenzo

“Ancora” di Eduardo De Crescenzo ha partecipato al festival di Sanremo del 1981, anno nel quale vinse Alice con “Per Elisa”. Seconda classificata Loretta Goggi con “Maledetta Primavera”; Terzo: Dario Baldan Bembo con “Tu cosa fai stasera?”
Altre canzoni partecipanti (bene o male parte nella nostra memoria popolare italica) sono: “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri, “I ragazzi che si amano” dei Collage, “Caffè nero bollente” di Fiorella Mannoia e altre. Direi che nessuna abbia stravolto la musica italiana. Va però detto che vinse una canzone di qualità e dai contenuti interessanti. Da segnalare il grandissimo successo della sigla iniziale: “Gioca jouer” (con balletto allegato) di Claudio Cecchetto, che era anche il presentatore.
“Ancora” si classificò solo undicesima. Ottenne però il premio “miglior interprete” dalla giuria di qualità, presieduta da Sergio Leone.
Il testo è di Franco Migliacci (creatore, insieme a Modugno, di “Volare”), la musica è di Claudio Mattone (che ha composto, tra l’altro, noti pezzi intelligenti e allegri come “Il clarinetto”, “Cacao meravigliao”, “Ma la notte no”). Il suo successo non fu immediato, ma dura nel tempo. Ancora oggi è una delle canzoni italiane che guadagna maggiormente per i diritti SIAE.

Il testo

È notte alta e sono sveglio
Sei sempre tu il mio chiodo fisso
Insieme a te ci stavo meglio
E più ti penso e più ti voglio
Tutto il casino fatto per averti
Per questo amore che era un frutto acerbo
E adesso che ti voglio bene, io
Ti perdo
Ancora, ancora, ancora
Perché io da quella sera
Non ho fatto più l’amore senza te
E non me ne frega niente senza te
Anche se incontrassi un angelo, direi
Non mi fai volare in alto quanto lei
Notte alta e sono sveglio
Mi rivesto e mi rispoglio
Mi fa smaniare questa voglia
Che prima o poi farò lo sbaglio di
Fare il pazzo e venir sotto casa
Tirare sassi alla finestra accesa
Prendere a calci la tua porta chiusa
Chiusa
Ancora, ancora, ancora
Perché io da quella sera
Non ho fatto più l’amore senza te
E non me ne frega niente senza te

Di cosa parla?

Non è certo un testo enigmatico. Ciò che racconta è molto chiaro: un uomo ha perso l’amore (il dolore d’amore è un tema frequente nelle canzoni sanremesi). Lei (supponiamo sia una “lei”) lo ha lasciato, non lo vuole più, non c’è più niente da fare. Lui è disperato. La sua disperazione ritorna in quel continuo e doloroso refrain urlato che dice “ancora”. Parola che è tanto più sofferta in quanto rimanda a uno sfumato eco di piacere. Vorrebbe ancora lei ma non ce l’ha più.
La situazione è molto chiara: lui è in casa e soffre come un pazzo; passa notti insonni; è in preda a una continua angoscia, si riveste e si rispoglia, pensa ossessivamente a lei e più la pensa più la desidera.
La bellezza del testo sta nella sua semplicità. Semplicità in cui emerge dolore, rabbia, sconforto. Il chiodo fisso che ha è lei, perché si rende conto con lei era un uomo felice e ora, senza di lei, è l’inferno delle notti in bianco.
Quello che è interessante capire (e su cui ognuno può fantasticare ciò che vuole) è cosa sia accaduto prima. Per quale motivo sono arrivati a questo? Lei lo ha lasciato. Lei non lo vuole più. Ma perché? Che rapporto c’era tra loro?

Ipotesi

1) I due hanno avuto una relazione. Non si tratta però di una relazione lunga, forse mesi, forse un anno, ma non troppo, infatti dice che “questo amore era un frutto acerbo”. Lei è sposata o comunque impegnata; in crisi con il marito o compagno ha avuto una storia con lui e poi si è resa conto che non poteva funzionare e lo ha lasciato.
2) I due stavano insieme. La relazione ha funzionato bene per un certo periodo. Ma lui ha poi dimostrato un atteggiamento troppo possessivo, troppo geloso; non le dava tregua, la controllava, la ossessionava. D’altronde, dal testo emerge qualcosa di rabbioso in lui, addirittura di aggressivo. Trapela infatti in lui una tensione nervosa, vorrebbe tirare sassi alla sua finestra accesa, vorrebbe prendere a calci la sua porta chiusa.
3) Lei è una femme fatale. Lui un ingenuo. Si sono conosciuti e ne è nata una storia. Tuttavia lui, poco esperto in amore, ha perso la testa per lei e aveva grandi speranze, ma un giorno lei gli ha detto che c’era un fraintendimento di fondo: lei non aveva intenzione di impegnarsi eccetera.
4) Si sono incontrati, si sono innamorati, per qualche mese sono stati bene insieme. All’inizio lei era pazza di lui e lui meno, ma piano piano i ruoli si sono invertiti: lei ha capito che non era amore, ma un semplice invaghimento, mentre lui si rendeva conto di amarla follemente. Così lei lo ha lasciato. E ora… vedi com’è ridotto.
5) Stavano bene insieme. Tutto filava liscio. Avevano addirittura parlato di convivenza o di matrimonio. Però, un giorno, lui ha commesso un errore: l’ha tradita. È stato un tradimento puramente passionale, nulla di sentimentalmente importante. Ma lei, che lo ha scoperto, non è riuscita a perdonarlo e gli ha detto addio.

L'interpretazione

Non ho le competenze tecniche per valutare l’interpretazione canora di De Crescenzo ma, in quanto semplice ascoltatore, mi sembra perfetta. Perfetta in tutto: non solo nella tonalità, nel timbro di voce, nell’interpretazione, ma anche nel portamento, nell’espressione. De Crescenzo entra sul palco vestito in modo elegante, ma senza nulla di particolarmente vistoso. C’è una dignità semplice in lui, quasi modesta, quasi impacciata. Sembra uno vestito da invitato a un matrimonio. Canta tutta la canzone ad occhi chiusi, senza badare a estetismi. È concentrato completamente in quello che fa, e risulta così tutt’uno con ciò che canta. Anche la sua postura è dimessa. Rimane per quasi tutta la canzone con le braccia dietro la schiena o, raramente, con le braccia lungo i fianchi. Vederlo così, sembra proprio che si sia vestito con l’abito migliore che aveva e sia andato a Sanremo per cantare quella canzone alla donna che ha perduto. Sembra una vera e propria dedica di disperazione. Sembra l’atto estremo, come dire: io sono qui per te e canto solo per te. Ti prego: ascoltami.
Mi piace pensare che lei, dopo questa favolosa interpretazione, si sia resa conto di quanto quest’uomo la amasse e, a quel punto, non le restava che dirle: “Sì, vieni, ti apro la porta. Anche io ti amo”.
Ma chissà se tutto questo è vero. E chissà se è poi andata così.

Maurizio Teroni

Sono' nato a Genova nel 1967, dove mi sono laureato con Edoardo Sanguineti, con la tesi "Giorgio Manganelli: inferni linguistici". Ho pubblicato racconti per le riviste "La rosa purpurea del Cairo", "Passaggi", "Il Maltese", "Erewhon" e saggi letterari per le riviste "L'immagine riflessa" e "Studi Novecenteschi"; nel 2011 "Il limo" (romanzo); nel 2021 "Di donne e d'altri guai" (racconti). Lavoro come insegnante di Letteratura italiana e Storia.

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