Anatolij Kuznecov, Babij Jar

Uno stile secco e fulminante

C’è questo libro sublime e tremendo, dal titolo strano: Babij Jar. L’autore è Anatolij Kuznecov, scrittore ucraino (1929/1979).
Di lui troverete scarse notizie. Non è neppure in Wikipedia Italia. Ha scritto pochi libri e di lui, dicevo, si sa poco. C’è però questo libro, edito in Italia da Adelphi, ed è, a mio modesto parere, uno dei libri più belli del Novecento. Scritto con una chiarezza, semplicità, senso dell’ironia e del dramma (ancora più sconcertante quando riesce a fondere dramma con ironia), maestria sottilissima, perché appunto sembra il racconto lucido e concreto fatto da un bambino. Infatti è nell’ottica di un bambino con cui vengono raccontati i fatti. Questi fatti riguardano l’Ucraina invasa, durante la Seconda Guerra Mondiale, prima dai nazisti, poi dai sovietici.
L’incipit è fulminante: “Tutto in questo libro è verità”.
Credo che si tratti uno degli incipit più belli della storia della letteratura, poiché dichiara da subito, con tono ineccepibile, che ciò che leggerete risulta, per quanto terrificante, vero.

Massacrati da Hitler


E, in effetti, vi sono raccontate vicende che hanno dell’incredibile. Io, in quanto lettore, ho dovuto smettere e riprenderne più volte la lettura, tanto ne ero toccato nel profondo. I nazisti vanno a cercare casa per casa gli ucraini ebrei, li riuniscono, li mettono in fila, quindi li fanno entrare a gruppi lungo un percorso che porta davanti al burrone di Babij Jar (che è appunto un enorme fossato, nei pressi di Kiev) dove vengono ammazzati a colpi di fucile: bambini e vecchi, uomini e donne. Molti di loro, feriti ma non morti, cadono in mezzo all’ammasso di cadaveri e crepano quindi ancora più lentamente, schiacciati tra i morti.

Schiacciati da Stalin

Vi è poi invece il racconto del regime sovietico, in cui i gli obblighi, le deportazioni, i soprusi, gli assassini avvengono, secondo i dettami staliniani, in modo talmente assurdo da fare quasi ridere (non si parlasse di morti). Un esempio è quello della festa di Capodanno. Dietro proposta del compagno Postyšev, viene introdotta la festa del Capodanno con l’abete.
Per il Capodanno, i bambini dovevano cantare: “”E questo abete meraviglioso ce l’ha donato Postyšev!”
Un giorno però la maestra a scuola ordina a tutti i bambini di aprire le pagine del libro e strappare via tutte le immagini riferite al compagno Postyšev. Si era infatti rivelato un nemico del popolo e era stato fucilato.
In tutta questa faccenda crudele e surreale, il personaggio forse più interessante è il nonno del protagonista. Egli infatti, come forse facciamo un po’ tutti noi, prima spera nell’invasione nazista, e rimane allibito quando scopre ciò che fanno, poi spera nella giustizia sovietica, e rimane fatalmente deluso.
Come tutti i grandi libri, Babij Jar è un testo indigesto, scomodo, che mette il lettore di fronte alle contraddizioni dell’essere nella storia.
Se avete uno stomaco forte, ve lo consiglio vivamente.

Maurizio Teroni

Sono' nato a Genova nel 1967, dove mi sono laureato con Edoardo Sanguineti, con la tesi "Giorgio Manganelli: inferni linguistici". Ho pubblicato racconti per le riviste "La rosa purpurea del Cairo", "Passaggi", "Il Maltese", "Erewhon" e saggi letterari per le riviste "L'immagine riflessa" e "Studi Novecenteschi"; nel 2011 "Il limo" (romanzo); nel 2021 "Di donne e d'altri guai" (racconti). Lavoro come insegnante di Letteratura italiana e Storia.

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