Verso la luce (Inferno – Canto XXXIV)

inferno
È il sabato santo dell’anno 1300 e sono circa le sei di sera.
Il sole sta tramontando su Gerusalemme. Uomini e donne si avviano verso casa. Presto farà notte.

Sotto la crosta terrestre, nelle profondità del mondo, precisamente nel suo centro, Dante e Virgilio sono al cospetto di Lucifero. Hanno superato la porta dell’inferno 24 ore prima e hanno insieme percorso l’intero tragitto infernale, visitando ogni cerchio, ogni girone, ogni bolgia. Ora che sono giunti al fondo, devono uscire.
Virgilio avverte Dante: è momento di andarcene.
L’uscita naturalmente non prevede un percorso a ritroso. Per farlo, dovranno addentrarsi ancora più in basso.
Dante intende immediatamente il segnale di Virgilio e si aggrappa alle sue spalle. A quel punto, il maestro deve compiere un balzo sul corpo di Lucifero, e per farlo deve cogliere il momento giusto: aspettare che le grandi ali di pipistrello siano nel momento di massima apertura. Qui Virgilio dimostra notevoli qualità atletiche: si lancia sul fianco di Lucifero e comincia a scendere lungo quella montagna di carne, usando ciuffi dei suoi peli come appigli, e scende fino al punto di apertura in cui quell’immenso corpo è piantato, tra la sua carne e la distesa di ghiaccio. E il tutto con Dante appesa alla sua schiena.
L’operazione che Virgilio sta compiendo è decisamente dura, oltreché pericolosa: lo sforzo è evidente. Ansima, geme per la fatica. È completamente concentrato in ciò che fa.
Poi, superata la soglia della spaccatura, avviene qualcosa di strano: Virgilio volge gli occhi verso i piedi di Lucifero. Il suo sguardo è quindi rivolto verso il basso, eppure ora sale.
È avvenuta una sorta di capovolgimento: è come se, oltre quel centro del mondo, finisse la discesa per cominciare la ascesa. Infatti Virgilio si sta ora arrampicando. Dopo essersi addentrato all’interno della fessura, si ferma e appoggia Dante su uno spuntone di roccia. Dante solleva lo sguardo e vede (o crede di vedere) le gambe di Lucifero sopra di sé, rivolte verso l’alto. Com’è possibile? La prospettiva è stata completamente ribaltata.
Dante è disorientato e non capisce. Vorrebbe forse chiedere spiegazioni a Virgilio, ma non gli viene dato il tempo, infatti il maestro lo sprona immediatamente ad alzarsi e procedere: un lungo e duro percorso li attende, e precisa che il sole presto sorgerà.
Non si capisce bene perché sia così importante rispettare un certo limite cronologico. È come ci fossero dei limiti precisi a cui i due devono attenersi.
Insieme si avviano lungo un percorso strettissimo, una sorta di cunicolo, dove la luce è fioca. Avanzano lungo un percorso spiraliforme che li conduce verso l’alto.
Durante il tragitto, ora che Virgilio sembra più disponibile al dialogo, Dante chiede spiegazioni: dov’è finita la ghiacciaia? Perché Lucifero era rovesciato? E come è possibile che, se poco prima era quasi il tramonto, ora sia quasi l’alba?
Virgilio, camminando, spiega: tutto è capovolto perché hanno superato il centro del mondo e ora si trovano, sì nelle profondità, ma nella parte opposta all’inferno. Stanno viaggiando verso l’altra estremità, dove sorge il monte del Purgatorio, alla cima del quale si trova l’Eden.
La spiegazione di Virgilio è in accordo con la visione geografica dell’epoca. Si riteneva che il mondo fosse una sfera nella cui metà superiore c’erano le terre emerse, il mondo allora conosciuto. Oltre i confini terrestri iniziava una distesa di mare (quella in cui si è avventurato Ulisse) che copriva interamente l’emisfero inferiore. E sulla punta opposta di questo emisfero (ovvero esattamente simmetrica rispetto a Gerusalemme, dove visse e morì Cristo) si trova il Paradiso terrestre (dove vissero Adamo ed Eva).
Geografia, cosmologia e teologia sono sintonizzate sulla stessa linea d’onda, e tutto ha una propria corrispondenza, che si attiene a una logica concentrica per cui scienza e fede non si contraddicono. La razionalità umana coincide con quella divina, essendone specchio. L’uomo è in diretta linea con Dio, da una parte, così come è in diretta linea con Lucifero, dall’altra, e vive di due contrapposte tensioni: una mirante al Bene, l’altra al Male.
La narrazione di Dante si attiene fedelmente a questa logica, e tutto ciò che viene raccontato risponde a spiegazioni e giustificazioni che non conoscono sbavature, e neppure contraddizioni. Tutto si incastra in un disegno tanto semplice quanto enigmatico. L’abisso infernale si è creato con la caduta dai cieli di Lucifero: alla sua vista l’Eden si è ritratto formando dall’altra parte il monte del Purgatorio, che corrisponde quindi per dimensione e forma al cono rovesciato dell’Inferno, e potrebbe quindi ipoteticamente fungere da tappo. La stessa divisione del Purgatorio è simile e simmetrica all’Inferno: una divisione quasi identica di peccati, ma con una gradazione di inferiore gravità.
Si potrebbe vedere il tutto come una favola per bambini. Dante però ha precisato che la lettura della sua opera viaggia su diversi canali di lettura, come una serie di strati di interpretazione per cui il racconto può essere approcciato sul piano letterale, sul piano allegorico, sul piano teologico. Ciò che dice ha quindi un fascino narrativo, dietro il quale si configura un significato più nascosto, dietro il quale aleggia un altro significato. Tutto va guardato in un’ottica di piani di lettura multipli.
La stessa logica dell’opera, che può apparire illogica, è indizio di un’allegoria. Tutto va letto come il segno che rimanda ad altro, e nel riflesso effimero del segno si rispecchia la verità di Dio: fondamento di ogni parola scritta da Dante.
Giunti al termine del lungo e ombroso cunicolo, seguendo il suono di un ruscello che da su discende (probabilmente il fiume Leté, che con le sue acque ha formato quella natural burella), Virgilio per primo e poi Dante approdano verso la luce: da un foro tondo, dove il cunicolo sbocca, la prima cosa che vedono è il cielo stellato, rischiarato dalla prima luce dell’aurora.
La prima cantica della Divina Commedia comincia nell’oscurità e finisce nella luce. Comincia nel male e finisce nel bene, come una commedia, appunto.

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