Storie sentite n°1 – Carne macellata

 carne macellata

Mi ha invitato per una grigliata a casa sua e ho accettato con piacere. Sebbene stia cercando di mangiare esclusivamente vegetariano, gli confesso mentre butto giù un altro gotto di vino e riprendo a rosicchiare la costaiola che mi ha appena servito. Lui intanto affronta la sua e mi dice ridendo che non ci pensa proprio a rinunciare alla carne, anche se…

Anche se, precisa, sarebbe mica una brutta idea. Quando mangi un pezzo di animale macellato, non sai di preciso cosa ti metti nello stomaco.
Mi racconta che una trentina d’anni fa lavorava presso una fabbrica di lavorazione carni. Si occupava del disossamento. Coltello in pugno: piantare, squartare, ripulire fino all’osso. Non dovevi lasciarci un briciolo di carne su quelle carcasse. Un lavoro del cazzo, dice, ma pagavano bene. Mi ha mostrato il palmo della mano destra: aveva ancora un piccolo callo sul dorso.
Quando una bestia aveva un tumore, dovevi tagliare via la parte malata. La riconoscevi a occhio: era una macchia scura. Incidevi intorno alla macchia e la strappavi via. Lo scarto andava buttato dentro a delle grosse conche, e non si sa dove finivano. Dovevi però stare attento a non ritagliare troppo.
Il padrone passava ogni tanto a controllare. Buttava un occhio dentro il cumulo di ossa nelle conche, prendeva dei pezzi e se li rigirava tra le mani. Stessa cosa coi tronchi di tumore asportati. Era milionario con le lire e ora è milionario con gli euro.
Se si accorgeva che avevi tirati via troppo, ti dava una multa di 50.000 lire. Stessa multa se le ossa non erano grattate a puntino. Dovevano essere pulite, bianche come il latte. Considerando che ci guadagnavi circa 40.000 al giorno, era un bel rischio. La paga era legata alla quantità di carne che facevi. Più ci davi dentro, più portavi a casa. E puoi capire che c’era da andare poco per il sottile: levavi il grosso, ma qualcosa di malato, tra quella carne, rimaneva. E dove finiva, finiva.

[Autore: Maurizio Teroni]

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