Salutismo

salutismo
Una signora tra i sessanta e i settanta, qualche giorno fa al lavoro, mi ha gentilmente chiesto se gradivo ‘na tazzulella ‘e cafè.
Ho detto no grazie… Ne ho già presi tre stamattina, ho precisato.
Lei ha detto: e allora?

Allora abbiamo intavolato una fulminea discussione sul fatto se il caffè facesse bene o male. Io sostenevo che troppi caffè fanno venire gastrite tachicardia nervosismo e altre cose orrende. Lei irremovibile diceva che erano tutte sciocchezze.
Ci siamo lasciati ognuno con la propria convinzione.
Io poi ho pensato che ci separava un ventennio circa: lei nonna, io genitore. Un differenza che segna due diverse generazioni, votate, da un lato, a una giovanile povertà poi esplosa in un grasso benessere (che ha vista un mare di gente andare in pensione a 40 anni o meno); l’altra, la mia, ha invece vissuto – e vive – una parabola discendente: nati nella ricchezza, invecchiati all’ombra della povertà (e la pensione è un miraggio, anche a 70 anni).
La questione del caffè mi è parsa in qualche modo sintomo di uno scarto generazionale, e storico.
Viviamo attualmente un’epoca fatta di consigli dietetici e di cibi ipocalorici. Si è propagata in questi anni, in forma più o meno evidente (la pubblicità ne è chiaro indizio), una tendenza al salutismo: cibi integrali o al kamut, annotazione sulle confezioni della quantità di di vitamine, di proteine eccetera; netto diffusione del vegetarismo, guerra al tabacco, corsi di yoga ovunque eccetera. In parallelo cresce una tendenza a una vita votata alla sobrietà consumistica, al riciclo, all’ecologismo eccetera.
La generazione dei nonni ha, all’opposto, vissuto un’esistenza dedita alla scoperta del godimento consumistico. Per loro, abbuffarsi è indizio di salute. E parliamo di cibi stracarichi di olio di burro, fritti, cotti in forno, pieni zeppi di grassi. Per loro la separazione dell’immondizia è una noia insopportabile. Hanno superato i 70 e si bevono un caffè dopo cena, fumano alla faccia dell’infarto e del tumore, vanno in gita ovunque, si iscrivono a Facebook, e mi sa che trombano pure.
Nasce il sospetto, per dirla alla Marx, che ci sia un influenza economica in tutta questa differenza culturale. Loro hanno vissuto in un Paese nettamente in crescita, che faceva dell’abbondanza un segno distintivo, per cui godersi la vita significava tradurla in un piacere immediato, dato che quel piacere era a portata di mano ed era nuovo. La moderazione non era prevista.
La generazione dei loro figli è stata, a differenza, colpita dalle conseguenze nefaste di tutto quel benessere e spreco. E si è dovuta, volente o nolente, adattare. Forse il salutismo non è altro che un adattamento della specie. Stiamo antropologicamente e culturalmente subendo il contraccolpo di un’ondata storica, per cui ci siamo convinti che “star bene” significa “non esagerare”.
Quale poi sia però il vero concetto di salute è tutto da stabilire: meglio una (eventuale) lunga vita votata all’astinenza o una breve, allegramente, spensieratamente dedita allo sfacelo?

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