In memoria di Edoardo Sanguineti

edoardo sanguineti

Probabilmente a Edoardo Sanguineti spetta un posto d’onore nella letteratura italiana. Per quanto mi riguarda, ne ha uno nel mio cuore. Egli è infatti stato per me, prima che poeta o scrittore o intellettuale, maestro e, anzi, padre culturale.

Se gli affido la figura di padre, naturalmente lo faccio con tutti i sentimenti di affetto e contrapposizione che ci legano ad ogni padre. Sebbene egli fosse gentile e rispettoso di ogni opinione, non era certo una persona accomodante, ed è stato questo, forse, il suo primo grande insegnamento: mettersi sempre in una posizione dialettica con chi ti sta di fronte. E con sé stessi, in primis. Chiedetevi perché, sempre. Questo assioma, che egli ripeteva, a volte in forma aperta, altre trasversalmente, credo sia la chiave o una delle chiavi di lettura del suo pensiero. Non porsi, ovvero, mai di fronte a un’idea in un rapporto di fede cieca, ma sempre in una posizione critica e consapevole di sfumature. Se dovessi trovare il distillato dei suoi insegnamenti, lo racchiuderei decisamente in questo concetto chiave: perché? Se tengo un blog, se voto quel che voto o non voto, se mi metto la cravatta, se mi indigno, se tifo questa o quella squadra… Ogni nostra scelta o tendenza o pensiero celano una ragione che spesso ci sfugge. In un certo senso noi siamo soggiogati dalle stesse nostre idee, che vanno a volte in collisione con il nostro sentire o pensare. Abbiamo una tendenza innata a trasformarci in fanatici delle nostre idee, tanto da non essere più capaci di metterle in dubbio. È invece fondamentale un’operazione di presa di coscienza del come si è costruita la nostra coscienza, ovvero attuare in noi stessi una rivoluzione.

Questo metodo va in perfetto contrasto con il berlusconismo dominante (che agisce anche in chi non vota Berlusconi): scegliere di pancia, che è poi la pietra filosofale della persuasione pubblicitaria.Troppo facilmente, a mio avviso, si è appiccicata addosso a Sanguineti l’etichetta del marxista. Non perché non lo fosse, ma perché le etichette sono sempre e comunque delle trappole. Sicuramente la lettura di Marx aveva influito il suo pensiero, come Gramsci, Freud, Groddeck e tanti altri. E di certo non si è mai comportato da banderuola. Sanguineti ha dimostrato un atteggiamento lineare nella propria ideologia, anche quando la storia è parsa prendere tutt’altra direzione.Aveva, in effetti, un atteggiamento fermo, su certe posizioni. Questo è l’aspetto con cui spesso dissentivo da lui, non solo perché rifuggo le ideologie categoriche, ma per una pura questione psicologica: Sanguineti sapeva essere tanto accogliente e burlone, quanto rigido e, in qualche modo, severo. Se è stato per me, e per tanti altri, un padre intellettuale, non era di certo accogliente, come ci si potrebbe aspettare da un padre. Io ho sempre avuto l’impressione che egli si ponesse, rispetto a una persona, in una posizione di individuo davanti a individuo. Intendo dire che non ho mai avuto la sensazione che egli si trincerasse nella posizione di “vecchio saggio” o “intellettuale famoso” o “professore”. In questo senso, intendo dire, era un uomo che non si lasciava facilmente categorizzare. E apprezzavo moltissimo questo in lui, dato che, così, egli si dimostrava una persona profondamente libera.Rapportarsi a lui risultava slegato dalle convenzioni che poteva imporre il fatto che io fossi lo studente e lui il professore, io l’esaminato lui l’esaminatore o, semplicemente, che ci fossero 37 anni a distanziarci. Sanguineti era una di quelle persone di fronte alle quali il fattore età scompare. Anche perché non mi ha mai concesso sconti, men che meno al fatto che fossi un ventenne.

Parlando ci davamo del “lei”, come faceva con tutti gli studenti. Questo non è mai mutato. Neppure col passare degli anni e le tante conversazioni. Una sera (in occasione della cena per la mia laurea) ci ritrovammo, entrambi ubriachi, a pisciare contro un muro. Neppure in quell’occasione di discreta sbronza mi aveva dato del “tu”. Quella notte gli strinsi la mano e ci scambiammo un lungo sguardo da ciucchi, mantenendo sempre ferma la linea della formalità. Ho sempre avuto la sensazione che quello fosse un suo modo cortese, forse un po’ antiquato, per mantenere sempre e comunque le distanze. Non tanto per freddezza; piuttosto mi sembrava un modo per segnalare la reale distanza che c’è tra due persone. Eppure non mi sono mai sentito a disagio a parlare con lui. Non ho mai avvertito che ci fossero argomenti che non andassero trattati, né questioni che potessero scandalizzarlo. Un giorno mi disse che non si meravigliava più di nulla. Questo mi aveva un po’ indispettito: mi sembrava un atteggiamento troppo cinico. In effetti, Sanguineti era, forse più che cinico, profondamente amareggiato e pessimista, per quanto mai arrendevole. Spesso la sua angoscia emergeva brutalmente, e la cosa mi inquietava. Questo mi capitò anche l’ultima volta che lo vidi parlare, in un’intervista da Fazio: in quell’occasione provai un vero e proprio fastidio, quasi rabbia, per il suo pessimismo. Forse perché ci si aspetta che i padri siano gli ultimi a cedere.Ci sono persone che fanno sentire il peso del loro sapere o della loro fama. Non ho mai avvertito supponenza in Sanguineti. Sapeva mettersi in gioco, da persona a persona, senza maschere. E aveva la qualità, rara e preziosa, di ascoltare, di farsi capire, di mettere in campo i propri dubbi.Un giorno, dopo pochi mesi che frequentavo le sue lezioni, lo incontrai all’ospedale. Eravamo entrambi lì come visitatori. Rimanemmo nell’androne per una buona oretta, a chiacchierare. Io mi sentivo, naturalmente, all’inizio in grande imbarazzo. Dopo qualche parola, gli confessai che, essere lì con lui, era come essere dentro un ascensore con una persona autorevole, e non sapere che dire. Lui rise. Forse aveva apprezzato questa mia apertura. Dopo tante parole, in cui chiacchierammo un po’ di tutto, lui, prima di congedarsi, mi strinse la mano e mi disse: “Ormai quest’ascensore precipita infinito!”Per me quella era stata una folgorazione emotiva. Era come se fosse riuscito a tratteggiare in una metafora la situazione, e l’aveva fatto con il suo tratto specifico. In quelle occasioni, e in molte altre, che sono per me i più cari ricordi, avvertii un profondissimo legame umano con lui. Mi sentii, in qualche modo, come un suo amico, ma in rispettosa distanza. Il ricordo più vivo che ho di Sanguineti sono i suoi occhi: spiritosi, profondi e arguti.Se gli devo un grazie, è per avermi fatto amare e capire la letteratura. Quando mi iscrissi a Lettere (e lo feci praticamente per caso) ero un guscio vuoto. Ero totalmente disorientato e privo di reali interessi. Però avevo un grande entusiasmo e una gran voglia di capire. Sanguineti, con le sue lezioni, ha saputo aprirmi un universo parallelo. Chiunque abbia avuto modo di sentirlo parlare, sa cosa intendo: aveva la capacità, come tutti i grandi intellettuali, di elettrizzarti il cervello e aprirti un’infinità di porte mentali.Le sue lezioni, per un buon numero di anni, si tennero in via Balbi 6, al primo piano, in una stanzetta minuscola. Stavamo accalcati in una trentina, chi seduto chi in piedi. La situazione era tutt’altro che accademica. I suoi interventi non erano lineari, espositivi, didattici, ma labirintici. Teneva il punto fermo del discorso (che poteva essere Boccaccio o Foscolo o Gozzano) e intorno ad esso tesseva una linea interpretativa che dava adito ad altri mille aperture. Erano fughe dentro cui il suo discorso si incanalava, per poi tornare all’oggetto centrale, ma sotto una nuova prospettiva. Questo metodo era ricco di stimoli, e succedeva sempre che noi studenti andassimo a cercare di un libro o un autore che egli aveva citato. Si trattava di una sorta di sguardo enciclopedico, privo però di una prospettiva stabile. La storia (anche quella della letteratura) non si presentava come un lineare succedersi di eventi o libri o autori, ma ma come un quadro confuso in cui le linee di connessione risultano invisibili. Era naturalmente difficile cogliere il sunto di quelle lezioni, trattandosi di una specie di percorso fluttuante, che poteva differenziarsi in continuazione. Ecco, forse le sue lezioni (o almeno così mi apparivano) seguivano il percorso irripetibile di un concerto jazz. La parte finale era solitamente dedicata alle domande e agli interventi, che davano adito ad altre numerose discussioni. Ho ricordi davvero felici di quegli anni.Sanguineti operava per smontaggio: l’opera letteraria diventava un codice attraverso il quale indagare il contesto in cui è sorta. La prospettiva ferma che teneva era quella storica, per cui libro non risultava mai un caso isolato, il prodotto di un genio o chissà che, ma come l’oggetto interpretativo e interpretante di un momento storico. E la letteratura non figurava mai come una materia a sé stante, ma come il risultato di una interconnessione di varie culture, arti ed eventi. In questo senso, rifuggiva naturalmente qualsiasi idea di mito dell’artista, rifiutando l’idea stessa del poeta-vate, di artista monumento, di storia della letteratura e di museo. Ritengo invece che considerasse fondamentale l’idea dell’intellettuale organico, non propriamente a un’ideologia (essendo inevitabile), ma al proprio presente storico. E quindi di intellettuale che opera per fare luce nel presente, impegnando tutti i propri sforzi per agire direttamente nel proprio presente.

Infatti, per quanto ormai ufficialmente considerato figura di rilievo culturale, mi sembra che Sanguineti abbia sempre avuto la straordinaria accortezza di non cedere alle lusinghe del potere e di non essersi accomodato sul trono delle muse. Anzi, ha continuato fino alla fine, con somma testardaggine, il proprio percorso di sana disobbedienza.

[Autore: Maurizio Teroni]

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