La letteratura secondo Guglielmi

Angelo Guglielmi

È uscito da poco un libro di Angelo Guglielmi intitolato “Il romanzo e la realtà”. Da un’intervista all’autore, pubblicata nella Repubblica il 5 maggio (e che potete leggere qui http://materialismostorico.blogspot.com/2010/05/antonio-gnoli-intervista-angelo.html ) emergono considerazioni interessanti, ma anche, trasversalmente, la visione di un intellettuale trincerato nelle proprie posizioni (tipico dell’intellettuale militante a sé stesso e al proprio recinto di poteri), una sorta di ostinazione che non prevede il dubbio.

Riassumo: lo stile di Moravia è grigio, le sue metafore ridicole; Pasolini è uno scrittore scadente, un cupo ammonitore; “La storia” di Elsa Morante risulta detestabile. Invece… sono elogiabili gli autori, appunto, del Gruppo ‘63: Eco, Giuliani, Arbasino, Sanguineti. “Fratelli d’Italia” di Arbasino è l’ultimo dei grandi romanzi. Secondo lui.

Va bene… opinioni.

Tuttavia, sorge dalle sue affermazioni un quesito: come mai Guglielmi, il quale si mostra così categorico nel dire cosa è letteratura e cosa no,  non si sforza neppure di vedere i  limiti degli intellettuali della sua generazione o della letteratura che rappresenta, per esempio, l’autocompiacimento e l’autoreferenzialità? Come mai non affronta (neppure come ipotesi, o come considerazione, o come evidenza) il fatto che la cultura italiana, oggi, è allo sbaraglio? Lui che da quarant’anni  è un’autorevole figura culturale, lui che ha diretto Rai 3, lui che è assessore a Bologna, lui che, senza dubbio, può influire sulle scelte di molte case editrici, insomma, un uomo di tale esperienza non dovrebbe spiegarci (a parte quelle archeologiche diatribe tra Gruppo ‘63 e la morte del romanzo) come mai il romanzo, non solo sia risorto, ma si sia fatto audacemente più commerciale e, anzi, unico dominatore del mercato editoriale?

Guglielmi, che con altri intellettuali si è battuto contro il  romanzo e contro la  trama (che è una struttura borghese, dicevano), si è mai chiesto su quali parametri operino oggi le case editrici? Ignora, forse, o non vuole sapere, o non gli interessa sapere, che se, oggi, proponi a una casa editrice un romanzo con un vago accenno sperimentale, neppure ti si risponde? Sa che la prima cosa che una casa editrice pretende, oggi, è la sinossi? E la vendibilità, naturalmente (si provi a immaginare, oggi, un Arbasino sconosciuto che prova a pubblicare “Fratelli d’Italia”). Si veda Einaudi e Feltrinelli cosa e come pubblicano oggi, e soprattutto in che modo scelgono i loro autori.

Ignora forse che attualmente il mercato editoriale è pieno di sciacalli che fanno pagare gli autori? Ignora forse che uno scrittore, oggi, in Italia, ha due scelte: o pagare per pubblicare (per poi vendere ciò che hanno scritto ai propri parenti – che non lo leggeranno) o rinunciare a pubblicare (e rinunciare, per inutile accanimento, a scrivere). A meno che…

A meno che questo scrittore non sia nel giro giusto. Perché è così che funziona il nostro paese. Infatti – vero – diversi scrittori sono pubblicati, anche dalle più note case editrici, eppure pubblicano libri mediocri, banali, nati morti. Non a caso, la nebbia domina l’attuale panorama letterario italiano (a parte Saviano). Perché, appunto, gran parte dei libri pubblicati sono il frutto della cultura italiana, adibita al nepotismo. Ma il nepotismo non ha mai generato qualità né, tanto meno, rivoluzioni. Eccola, quindi, la ragione (o una delle ragioni) di questo evidente sbragamento culturale.

La sinistra – gli intellettuali della sinistra – si è – si sono mai posti radicalmente di fronte ai propri errori? Pasolini avrà forse scritto romanzi scadenti, Moravia avrà forse avuto uno stile grigio, ma almeno essi non si beavano nella presunzione. Essi si sono confrontati con il nuovo, e hanno saputo oltraggiare il potere. Oggi invece la cultura e la letteratura italiana (di cui la sinistra è in gran parte responsabile), essendo schiave del potere, sono soffocate dentro la loro stessa morsa, che non prevede né accetta dissensi.

Quelli del Gruppo ‘63, a parte le chiacchiere autoreferenziali, cosa hanno fatto per l’Italia? Raggiunte le leve di potere le hanno tenute strette, le tengono strette. Essi sono quindi responsabili di un atteggiamento chiuso, che ha puntato sempre e solo a difendere la propria visione di letteratura, che ha dato spazio solo a quegli scrittori che di dichiaravano apertamente loro eredi, disinteressandosi, intanto, al fatto  che la vera forza editoriale emergente è quella mercantile e che la letteratura è ormai un pezzo da museo.

[Autore: Maurizio Teroni]

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In memoria di Edoardo Sanguineti