Inno delle Grazie | Ugo Foscolo

Ugo Foscolo

Tento ritrar nè versi miei la sacra

Danzatrice, men bella  allor che siede,

Men di te bella, o gentil sonatrice,

Men amabil di te quando favelli,

O nutrice dell’api. Ma se danza,

Vedila! tutta l’armonia del suono

Scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso

Della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo

Manda agli sguardi venustà improvvisa.

E chi pinger la può? Mentre a ritrarla

Pongo industre lo sguardo, ecco m’elude,

E le carole che lenta disegna

Affretta rapidissima, e s’invola

Sorvolando sui fiori; appena veggio

Il vel fuggente biancheggiar fra’ mirti.

Questi versi appartengono al secondo Inno delle Grazie di Ugo Foscolo, carme incompiuto composto dal poeta nel 1812 che ne rappresenta l’opera ultima.

Il carme consta di tre inni, di cui il primo dedicato a Venere, accompagnata dalle tre Grazie capaci di portare le arti agli uomini, e dunque la civiltà, e il secondo alla dea Vesta, la quale vede soprattutto la presenza di tre sacerdotesse rappresentanti le donne amate dal poeta. Fra queste la terza, che incarna l’arte della danza, è proprio la figura esaltata nei versi sopra riprodotti.

Ciò che qui mi preme sottolineare è la capacità di Foscolo di piegare il metro alle esigenze semantiche, ovvero di significato. E così il poeta riesce a riprodurre il movimento della danzatrice attraverso i versi, spezzati da enjambements anche molto forti, quasi ad inseguire le contorsioni della donna.

Un altro aspetto va però messo in luce: l’eternità di questo componimento, almeno nella parte qui analizzata. Chi potrebbe infatti negare la modernità, l’attualità di questi versi, che parlano di una donna bella, ma non bellissima, che non si fa notare come molte altre, ma che, appena si alza e comincia a danzare, “cattura la scena” e scuote gli animi nel turbinio delle sue movenze?!

Meditate gente, meditate…

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