Il cellulare

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A guardarlo lì sul tavolo – muto, immobile – il cellulare (questo coso figlio del telefono, del telegrafo, del tam tam, dei segnali di fumo) è terribile.
Ma apparentemente è innocuo; anzi utile. Anzi servile. Ci serve e ci domina. Come un cane rimane qui con noi sempre, sempre in attesa. È il nostro piccolo ponte per metterci in comunicazione con gli altri. Ci porta notizie, saluti, chiacchiere, informazioni. Ci fa compagnia. Quando siamo soli, lo maneggiamo, lo guardiamo, lo accarezziamo. Controlliamo se qualche novità ci è venuta in soccorso.

Si è impossessato, senza che quasi ce ne accorgessimo, della nostra esistenza.
C’è chi lo tiene acceso anche di notte, perché non si sa mai.
La sua utilità è inopinabile: puoi chiamare chi vuoi dove vuoi quando vuoi. Puoi essere intercettato ovunque. Ovunque o quasi: ci sono ancora zone, poche, in cui il suo dominio rimane intaccato. E sembrano zone fuori dal mondo, ostili, terribilmente cocciute, per quanto anch’esse stiano cedendo, di metro in metro, all’inarrestabile onda.
La sua utilità è inopinabile. Già. Sorge però il sospetto che questo suo servirci chieda qualcosa in cambio. Nessuno e niente dà senza avere. Cosa ci chiede, quindi, in cambio?
Per capirlo dovremmo risalire alle sue origini e ricordarci in che modo è avvenuta la sua penetrazione. Inizialmente era un oggetto di lusso, raro, costosissimo, qualcosa che pochi potevano permettersi. Quei pochi rappresentavano a modo loro un’élite. La sua comparsa è stata caratterizzata non dall’utilità, ma da qualcos’altro: era un simbolo. La sua utilità era marginale. Lentamente la sua vera essenza simbolica è stata sostituita dalla sua essenza apparente: è diventato indispensabile. Il prezzo del suo uso, che era esorbitante, si è andato gradualmente riducendo, così tanto che ora tutti hanno il cellulare, ma non tutti il telefono in casa.
Il telefono di casa aveva però grossi limiti (e vantaggi): era immobilizzato in un angolo, legato da un filo, piantato al muro. Poi si è evoluto in cordless (senza corda) e ha preso a seguirci per casa, col proposito subdolo di facilitarci la vita. Aveva però un raggio ridotto di azione. Ma poi si è evoluto in cellulare, e poteva finalmente stare con noi sempre, ovunque.
Infatti ora non ci dà scampo. Dove siamo noi c’è il cellulare; dove c’è il cellulare siamo noi. Non caso, una delle tipiche domande che si fa telefonando è: “Dove sei?” Ci colloca, ci individua. È una specie di bersaglio mobile dei nostri spostamenti. Se lo dimentichi a casa o da qualsiasi parte, ti senti di colpo perduto. Qualcuno potrebbe cercarti e tu non sei raggiungibile. Sostanzialmente si è accaparrato della nostra possibilità di essere soli e in pace.
Certo: puoi spegnerlo. Così come puoi spegnere la televisione. Ma non puoi liberarti della sua presenza. E poi chi lo fa? Tutti sanno che potrebbero essere chiamati, per cui è bene essere pronti. Tutti dobbiamo sempre essere pronti.
Ecco cosa ci chiede in cambio: la capacità di stare soli, la forza di accettare la solitudine e il vuoto, per cui il vuoto si alimenta di nuove ansie continuamente alimentate di ulteriori ansie, perché il cellulare ci ha inchiodati in una perenne attesa di qualcuno o di qualcosa.

[Autore: Maurizio Teroni]

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