Dies irae

dies irae

Scritto senza la pretesa della pubblicazione né della poesia, pubblico questo pezzo nella categoria “poesia”. Preciso questo in rispetto dell’autore, il quale credo non abbia neppure la pretesa di definirsi autore.

Questo Dies irae è nato in una notte di sbronza da vino, ed è fondamentalmente un omaggio all’amicizia. Mi è stato inviato e, leggendolo, ne ho avvertito l’immediata forza d’urto. Ho quindi chiesto al mittente se potevo pubblicarlo. Lui ha risposto: “Fanne quel che credi!”
Io credo, braccobaldesco lettore, che meriti tutta la tua attenzione.

Maurizio Teroni

DIES IRAE

Chi ci dà il diritto di non imbestialire?
Ancorato fisso alla mia sedia ennesima,
osservo l’esecuzione di Saddam ignobile e sadica.
Non tutta, devo interrompere, per non vomitare sulla tastiera,
per non cedere ed impiccarmi.
Chi ci dà la forza per non imbestialire?
Tutti questi squartati, pugnalati, affamati e infami,
tutta questa puzza di tutto l’inferno
barattiero-ingordo violento e traditore,
con tutti quei preti neri che sborrano parole
di tutti i porcodio ammorbanti-fetenti,
giudei corrotti, sublimanti gaudenti:
ma via!
E chi ci darà la forza per non imbestialire?
Dei poeti salvo Dante, per il resto
sono abominevole masnata di giocolieri: una vergogna.
Persino Campana, che ho tanto amato, lo metto lì,
come agnello sacrificale,
con coloro che han voltato lo sguardo verso
qualche altro altrove.
Ma chi mi dà un motivo per non imbestialire?
Sono un pigro da strapazzare, renitente all’utopia
e all’azione – m’ha detto la giovane Irene –
angosciato dei miei morti e della morte, manco un figlio
per illudermi sulla vita.
Eppure odio i tuoi occhi catto-nichilisti, Irene, e i nichilisti,
i pessimisti e gli ottimisti.
Me la dai tu, seno cadente, una ragione per non imbestialire?
Chi, illuso, sperava nel Miglioramento,
oggi è angosciato dalla necessità del miglioramento:
la luna di miele è finita:
dovrà succedere una teoria involuzionistica,
per ritrovarci nuovamente felici, persino, per dire,
di finalmente morire.
Ma come presentirla, con tanti cani che ancora latrano
alle lune del progresso e della crescita incondizionata?
E c’è un’eclissi eclatante!
Come pretendere di non imbestialire?
Ma sì, sgozziamo un po’ di negri ancora, dell’Angola
e dell’Eritrea. Il mondo è vasto deserto da schiavizzare.
Così diceva l’uomo progressivo-occidentale.
Finiti loro, sotto a chi tocca.
Ora la nostra residua ricchezza è la confinata povertà degli assetati
di coca-cola. Tutto il resto ignobile pretesto.
Ma chi, nell’universo, ma dove mi volto per non imbestialire?
A un individuo, a un’allucinazione, a un attimo,
e, lì per lì, trovare la ragione e il senso: sii mistico e saggio,
scaccia il gelo
nel presente di questo tuo respiro – bloccalo!
nell’affanno di quest’altro tuo respiro – riprovaci!
Porco epicureo di regime! Che tu sia maledetto! Lo sanno gli asini meglio di te,
che persino e sopratutto nella proiezione di un’inconcepibile eternità
si rivela, terrificante e terrena, la storia,
che è poi la politica di questa interminabile e inebetita dantesca teoria di uomini trucidati,
santificati, anonimi re di civiltà perdute e famosi carpentieri dell’Ansaldo,
di insensati ammassi di corpi amorfi
e di te, lecteur, che sei fra i vivi, per qualche tempo ancora.

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