“Ah de la vida” | Francisco de Quevedo

Francisco De Quevedo

“¡Ah de la vida!”… ¿Nadie me responde?

¡Aquí de los antaños que he vivido!

La Fortuna mis tiempos ha mordido;

las Horas mi locura las esconde.¡

Que sin poder saber cómo ni a dónde

la salud y la edad se hayan huido!

Falta la vida, asiste lo vivido,

y no hay calamidad que no me ronde.

Ayer se fue; mañana no ha llegado;

hoy se está yendo sin parar un punto:

soy un fue, y un será, y un es cansado.

En el hoy y mañana y ayer, junto

pañales y mortaja, y he quedado

presentes sucesiones de difunto”

“Ehi, della vita! Nessuno mi risponde?

Qui tutti gli anni passati che ho vissuto!

La fortuna ha addentato il mio tempo;

Le ore le nasconde la mia pazzia.

Che io non possa sapere come nè dove la salute e l’età siano fuggite!

Manca la vita, rimane il vissuto,

E non c’è calamità che non mi circondi.

Ieri fu, Domani non è ancora giunto;

Oggi se ne sta andando senza fermarsi un istante;

Sono un fu, e un sarà, e un è stanco.

Nell’Oggi e nel Domani e Ieri congiungo

Pannolini e sudario, e son rimasto

Eredità presente di defunto”

 

(Si rappresenta la brevità di ciò che si vive e quanto appare nulla ciò che si è vissuto)

Come molti altri componimenti barocchi, il sonetto del poeta madrileno tratta della tragica fuga del tempo: in sintonia con la poetica sua contemporanea, Quevedo adotta una soluzione teatrale, in cui sono le stesse categorie del tempo e del vissuto a prendere corpo, forse più dello stesso poeta, che, chiamando “i vivi”, si presenta al lettore già come un “non vivo” o un “vivo-morto”.

E così vediamo il concretizzarsi del “vissuto”, dell’Oggi, Domani e Ieri, del Fu, del Sarà, dell’E’ stanco. La violenza fatta alla grammatica, nel sovvertimento dei moduli petrarcheschi cui pur si allude e nel paradosso continuo, si spiega alla luce del disagio dell’uomo: il poeta barocco, che assiste al costante sovvertimento dell’esistenza, nel perenne fluire del tempo, cerca di dare un ordine almeno mentale al disordine dell’esistente attraverso parallelismi e rispondenze; al contempo, risucchiando in sè tutti i tempi, anche verbali, li immobilizza, di fatto negandoli.

Ciò che resta è un generale, ineluttabile senso di nullità, che del resto era già stato annunciato nella chiosa iniziale.

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