Qualche giorno fa mi è accaduto questo: avevo comprato un materasso in lattice… c’era un’offerta alla Coop, un buon prezzo. Previa consulenza famigliare, calcoli, paragoni con altri prezzi, ci siamo decisi: e materasso sia! D’altronde, il letto è alla base di una sana esistenza.
La consegna era prevista entro venti giorni. Ne sono passati trenta ma il materasso non è arrivato. Sono passati due mesi… niente ancora. Tre mesi: niente da fare. Attualmente siamo al quarto mese, e dormo sempre sulle solite molle sbilenche. Per ogni notte insonne, so precisamente dove rivolgere i miei insulti.
Durante questo periodo, a ritmi regolari (considerando che uno avrebbe anche altro da fare) sono andato alla Coop a protestare.
L’impiegata, la prima volta, mi ha detto di avere pazienza, la seconda ha telefonato per informarsi, la terza ha mandato un fax di reclamo, la quarta un fax di sollecito, la quinta mi ha dato delle spiegazioni vaghe (d’altronde, lei non poteva fare altro). Qualche giorno fa mi sono svegliato col mal di schiena e sono partito, arruffato e sgangherato com’ero, sono entrato in Coop, ho alzato un dito verso l’impiegata e ho detto: “Voglio il materasso che ho pagato sono quattro mesi che aspetto! Se non arriva entro una settimana, vado dritto dal mio avvocato.”
Naturalmente non ho un avvocato né saprei minimamente a chi rivolgermi. Ai carabinieri? A qualche assessore? All’associazione consumatori? Naa, non ripongo la minima speranza in nessuno di questi. Però, ecco, posso garantirvi che, dopo un’ora, ho ricevuto la telefonata dall’impiegata, la quale mi diceva (scusandosi per l’imprevisto e precisando che la ditta aveva numerose consegne da soddisfare, pochi dipendenti eccetera) che il materasso mi sarebbe stato consegnato entro una settimana. L’evocazione dell’avvocato ha sortito qualche effetto, a quanto pare.
A me, ma forse sbaglio, pare che, in questo paese, per ottenere ciò che semplicemente ci spetta, bisogna alzare la voce. La via ragionevole, educata, tollerante non funziona. Viene schiacciata con un’alzata di spalle. Alzare la voce, incazzarsi, minacciare, prevaricare: questa è la via praticabile, oggi, in Italia. In tutto, con tutti. Se abbassi la testa, sarai puntualmente fregato. È necessario mostrare i denti, per avere ragione. In sostanza, avere ragione non serve. Bisogna prendersela. E prendersela con la forza.
Questo pone però un problema di tipo gastritico-duodenale, dato che, per far valere un proprio diritto, anche minimo, bisogna lasciarci un po’ di bile. Una persona è in Italia costretta continuamente di fronte a questo bivio: sopporto o mi incazzo?
Si può constatare quotidianamente che il pensiero attualmente dominante in Italia è “fottere il prossimo tuo”. La questione è: come si fa a essere onesti in un paese in cui la disonestà è divenuto modello cardine? L’onestà, nel vocabolario italico attuale, è sinonimo di dabbenaggine. Certo, non è che uno sia onesto a priori, lo è perché è costretto ad esserlo. Costretto col terrore.
Gira per esempio la leggenda metropolitana che, se non paghi una multa e arriva la raccomandata e la butti, e butti quella dopo fregandotene, e pure quella dopo e quella dopo ancora, e ancora così temerariamente, quella multa evaporerà dalla memoria della burocrazia, magari con un condono. Se ti senti di mettere alla prova questa leggenda, devi avere una certa propensione al furto. Se no, paghi subito e via.
Ora, attenzione, questo paese è pieno zeppo di gente che pensa sia giusto rubacchiare, poiché tanto tutti rubacchiano, e quindi, insomma, io rubacchio a te che rubacchi a un altro, il quale, a sua volta, ha rubacchiato a un tale che aveva rubato a me: il giro si chiude perfettamente, e la legge della disonestà diffusa porta necessariamente onestà.
Ma non è così. Qualcuno viene puntualmente, deliberatamente, beffardamente sempre derubato. Se quel qualcuno (in un giorno di straordinario giramento di coglioni) provasse a rubare, pagherebbe per tutti anzi: verrebbe giustamente linciato, come il coglione che si è fatto beccare.
Come funziona
giugno 6th, 2010 · 1 Comment
→ 1 CommentTags: Maurizio Teroni · Narrazioni
Tagli
maggio 30th, 2010 · 1 Comment
Qualche giorno fa, il dottor commercialista Giorgio Rosario Costa, in arte senatore PDL, ha fatto questa proposta di legge: “E perché non cominciamo le scuole a fine settembre?” Si tratta di uno dei più brevi provvedimenti che la storia della legislazione repubblicana ricordi. Il d.d.l. infatti eccelle in sintesi, essendo composto di sole 16 parole: “Per le scuole di ogni ordine e grado l’anno scolastico ha inizio dopo il 30 settembre“. Secondo l’amico Costa, questo servirebbe a dare un aiuto al turismo: la gente avrebbe modo di godersi più vacanze. Chi può.
Chi non può schiatta. Tanto schiatta tutto l’anno, è abituato. Ci ha fatto il callo al patimento… Anzi, non sapendo dove piazzare i figli, dato che le scuole sarebbero chiuse, a settembre schiatterebbe il doppio. Alla faccia degli altri, quelli belli e ricchi, che possono dare un’ulteriore ripassata all’abbronzatura.
Questa idea è parsa così astrusa che perfino il PD si è opposto. E pure la Lega. E pure i sindacati CGIL. Quelli della CISL-UIL hanno dato, come sempre, segni di possibili convergenze. Tanto i cazzi convergono tra le solite natiche.
La Gelmini si è invece dichiarata “molto aperta”. “Io sono molto aperta” ha affermato “su questo. Il nostro paese vive di turismo e a settembre si possono avere migliori opportunità economiche per le vacanze.”
Ma sì! L’istruzione è roba noiosa. Tutti al mare! E i prof? I prof si diano da fare: facciano i bagnini.
Il punto è che questo governo è così fornito di megafoni mediatici che ogni cazzata viene diffusa per ogni giornale radio o televisione, e di conseguenza se ne discute. E i polli dell’opposizione puntualmente ci cascano.
La tattica è una, ripetuta puntualmente: deviare il discorso, buttare fumo negli occhi, dimenticare, nello specifico, la distruzione che si sta operando sul sistema scolastico. I giornali ne parlano? Poco, quasi niente. E le televisioni? Figuriamoci! E i partiti di opposizione se ne sono occupati? En passant. Si conoscono i dati dei tagli ufficiali alle scuole? No!
Le mazzate saranno chiare solo dopo che saranno piovute. Io, per me, posso dirvi che il prossimo anno avrò, anziché una classe, due. Questo significa che una cattedra salterà. E così accadrà per molti, moltissimi altri. E il numero limite degli alunni per classe, oltretutto, è stato alzato; di quanto non si sa ancora, ma di certo alzato. E questo significa un ulteriore taglio di posti. Oltre che una didattica più ridotta, per forza di cose. Oltre che una minor possibilità di occuparsi di quegli studenti problematici.
Tutto questo alle scuole medie. Per le elementari, pare che le sforbiciate siano ancora più feroci. Ma, al solito, vaghe. Alle superiori sono state ridotte le ore per alcune materie, e aumentato il numero di alunni per classe.
Il fatto che non esistono dati ufficiali, cambiando di provincia in provincia, di regione in regione ma, soprattutto, perché c’è una precisa volontà di vaghezza. I dirigenti scolastici sono stati diffidati dal Dirigente Regionale a comunicare i tagli ai genitori. Questo accade in Emilia-Romagna. L’ho saputo a un’assemblea sindacale, una settimana fa, circa. Dove ho appreso i seguenti dati, relativi alla provincia di Modena: scuola primaria, -38 posti; scuola media, -47 (alunni +340); scuola superiore, -128 (alunni +450); personale ATA, -641.
Questi dati sono per ora incerti, e non per caso. Ce li hanno comunicati i rappresentanti sindacali delle varie confederazioni. Erano lì, seduti davanti al microfono, con espressione indignata e preoccupata. Ma non sono ancora riusciti a organizzare una protesta come si deve. Nulla, se non lacrime e indignazione.
Tra insegnanti e bidelli, saremo stati lì un trecento. Alcuni davano segni di particolare furia. Ad un tratto qualcuno si è messo a gridare, interrompendo gli interventi dei sindacalisti, accusandoli di essere complici del governo. Altri si sono accodati, la rabbia è cresciuta e l’assemblea si è trasformata in una rissa di parole.
Poi ognuno è tornato a casa propria, con la gastrite.
Della mia scuola, lì in assemblea, eravamo in quattro. Tre di ruolo, uno supplente. Di tutti gli altri miei colleghi, manco l’ombra. Disertano (non dico la lotta, ma almeno l’informazione) pure quelli a serio rischio di posto. Mugugnano, ma non sanno che fare. Poi, gli altri, una buona fetta, sono le professoresse, quelle perennemente deluse da questi alunni che non studiano, quelle col marito professionista (alle quali lo stipendio da insegnanti serve esclusivamente per fare shopping), quelle che fanno le insegnanti part-time (e sono appunto quelle che sputtanano la categoria), quelle torve, nevrasteniche, ignoranti lettrici di best-seller, aggiornate alla didattica del dopo-guerra e fottutamente reazionarie.
Quelle, appunto, che sono lì a discutere se sia il caso o meno di far cominciare la scuola a fine settembre.
→ 1 CommentTags: Interventi · Maurizio Teroni
In memoria di Edoardo Sanguineti
maggio 23rd, 2010 · No Comments
Probabilmente a Edoardo Sanguineti spetta un posto d’onore nella letteratura italiana. Per quanto mi riguarda, ne ha uno nel mio cuore. Egli è infatti stato per me, prima che poeta o scrittore o intellettuale, maestro e, anzi, padre culturale. Se gli affido la figura di padre, naturalmente lo faccio con tutti i sentimenti di affetto e contrapposizione che ci legano ad ogni padre. Sebbene egli fosse gentile e rispettoso di ogni opinione, non era certo una persona accomodante, ed è stato questo, forse, il suo primo grande insegnamento: mettersi sempre in una posizione dialettica con chi ti sta di fronte. E con sé stessi, in primis. Chiedetevi perché, sempre. Questo assioma, che egli ripeteva, a volte in forma aperta, altre trasversalmente, credo sia la chiave o una delle chiavi di lettura del suo pensiero. Non porsi, ovvero, mai di fronte a un’idea in un rapporto di fede cieca, ma sempre in una posizione critica e consapevole di sfumature. Se dovessi trovare il distillato dei suoi insegnamenti, lo racchiuderei decisamente in questo concetto chiave: perché? Se tengo un blog, se voto quel che voto o non voto, se mi metto la cravatta, se mi indigno, se tifo questa o quella squadra… Ogni nostra scelta o tendenza o pensiero celano una ragione che spesso ci sfugge. In un certo senso noi siamo soggiogati dalle stesse nostre idee, che vanno a volte in collisione con il nostro sentire o pensare. Abbiamo una tendenza innata a trasformarci in fanatici delle nostre idee, tanto da non essere più capaci di metterle in dubbio. È invece fondamentale un’operazione di presa di coscienza del come si è costruita la nostra coscienza, ovvero attuare in noi stessi una rivoluzione.
Questo metodo va in perfetto contrasto con il berlusconismo dominante (che agisce anche in chi non vota Berlusconi): scegliere di pancia, che è poi la pietra filosofale della persuasione pubblicitaria.
Troppo facilmente, a mio avviso, si è appiccicata addosso a Sanguineti l’etichetta del marxista. Non perché non lo fosse, ma perché le etichette sono sempre e comunque delle trappole. Sicuramente la lettura di Marx aveva influito il suo pensiero, come Gramsci, Freud, Groddeck e tanti altri. E di certo non si è mai comportato da banderuola. Sanguineti ha dimostrato un atteggiamento lineare nella propria ideologia, anche quando la storia è parsa prendere tutt’altra direzione.Aveva, in effetti, un atteggiamento fermo, su certe posizioni. Questo è l’aspetto con cui spesso dissentivo da lui, non solo perché rifuggo le ideologie categoriche, ma per una pura questione psicologica: Sanguineti sapeva essere tanto accogliente e burlone, quanto rigido e, in qualche modo, severo. Se è stato per me, e per tanti altri, un padre intellettuale, non era di certo accogliente, come ci si potrebbe aspettare da un padre. Io ho sempre avuto l’impressione che egli si ponesse, rispetto a una persona, in una posizione di individuo davanti a individuo. Intendo dire che non ho mai avuto la sensazione che egli si trincerasse nella posizione di “vecchio saggio” o “intellettuale famoso” o “professore”. In questo senso, intendo dire, era un uomo che non si lasciava facilmente categorizzare. E apprezzavo moltissimo questo in lui, dato che, così, egli si dimostrava una persona profondamente libera.Rapportarsi a lui risultava slegato dalle convenzioni che poteva imporre il fatto che io fossi lo studente e lui il professore, io l’esaminato lui l’esaminatore o, semplicemente, che ci fossero 37 anni a distanziarci. Sanguineti era una di quelle persone di fronte alle quali il fattore età scompare. Anche perché non mi ha mai concesso sconti, men che meno al fatto che fossi un ventenne.
Parlando ci davamo del “lei”, come faceva con tutti gli studenti. Questo non è mai mutato. Neppure col passare degli anni e le tante conversazioni. Una sera (in occasione della cena per la mia laurea) ci ritrovammo, entrambi ubriachi, a pisciare contro un muro. Neppure in quell’occasione di discreta sbronza mi aveva dato del “tu”. Quella notte gli strinsi la mano e ci scambiammo un lungo sguardo da ciucchi, mantenendo sempre ferma la linea della formalità. Ho sempre avuto la sensazione che quello fosse un suo modo cortese, forse un po’ antiquato, per mantenere sempre e comunque le distanze. Non tanto per freddezza; piuttosto mi sembrava un modo per segnalare la reale distanza che c’è tra due persone. Eppure non mi sono mai sentito a disagio a parlare con lui. Non ho mai avvertito che ci fossero argomenti che non andassero trattati, né questioni che potessero scandalizzarlo. Un giorno mi disse che non si meravigliava più di nulla. Questo mi aveva un po’ indispettito: mi sembrava un atteggiamento troppo cinico. In effetti, Sanguineti era, forse più che cinico, profondamente amareggiato e pessimista, per quanto mai arrendevole. Spesso la sua angoscia emergeva brutalmente, e la cosa mi inquietava. Questo mi capitò anche l’ultima volta che lo vidi parlare, in un’intervista da Fazio: in quell’occasione provai un vero e proprio fastidio, quasi rabbia, per il suo pessimismo. Forse perché ci si aspetta che i padri siano gli ultimi a cedere.
Ci sono persone che fanno sentire il peso del loro sapere o della loro fama. Non ho mai avvertito supponenza in Sanguineti. Sapeva mettersi in gioco, da persona a persona, senza maschere. E aveva la qualità, rara e preziosa, di ascoltare, di farsi capire, di mettere in campo i propri dubbi.Un giorno, dopo pochi mesi che frequentavo le sue lezioni, lo incontrai all’ospedale. Eravamo entrambi lì come visitatori. Rimanemmo nell’androne per una buona oretta, a chiacchierare. Io mi sentivo, naturalmente, all’inizio in grande imbarazzo. Dopo qualche parola, gli confessai che, essere lì con lui, era come essere dentro un ascensore con una persona autorevole, e non sapere che dire. Lui rise. Forse aveva apprezzato questa mia apertura. Dopo tante parole, in cui chiacchierammo un po’ di tutto, lui, prima di congedarsi, mi strinse la mano e mi disse: “Ormai quest’ascensore precipita infinito!”Per me quella era stata una folgorazione emotiva. Era come se fosse riuscito a tratteggiare in una metafora la situazione, e l’aveva fatto con il suo tratto specifico. In quelle occasioni, e in molte altre, che sono per me i più cari ricordi, avvertii un profondissimo legame umano con lui. Mi sentii, in qualche modo, come un suo amico, ma in rispettosa distanza. Il ricordo più vivo che ho di Sanguineti sono i suoi occhi: spiritosi, profondi e arguti.Se gli devo un grazie, è per avermi fatto amare e capire la letteratura. Quando mi iscrissi a Lettere (e lo feci praticamente per caso) ero un guscio vuoto. Ero totalmente disorientato e privo di reali interessi. Però avevo un grande entusiasmo e una gran voglia di capire. Sanguineti, con le sue lezioni, ha saputo aprirmi un universo parallelo. Chiunque abbia avuto modo di sentirlo parlare, sa cosa intendo: aveva la capacità, come tutti i grandi intellettuali, di elettrizzarti il cervello e aprirti un’infinità di porte mentali.Le sue lezioni, per un buon numero di anni, si tennero in via Balbi 6, al primo piano, in una stanzetta minuscola. Stavamo accalcati in una trentina, chi seduto chi in piedi. La situazione era tutt’altro che accademica. I suoi interventi non erano lineari, espositivi, didattici, ma labirintici. Teneva il punto fermo del discorso (che poteva essere Boccaccio o Foscolo o Gozzano) e intorno ad esso tesseva una linea interpretativa che dava adito ad altri mille aperture. Erano fughe dentro cui il suo discorso si incanalava, per poi tornare all’oggetto centrale, ma sotto una nuova prospettiva. Questo metodo era ricco di stimoli, e succedeva sempre che noi studenti andassimo a cercare di un libro o un autore che egli aveva citato. Si trattava di una sorta di sguardo enciclopedico, privo però di una prospettiva stabile. La storia (anche quella della letteratura) non si presentava come un lineare succedersi di eventi o libri o autori, ma ma come un quadro confuso in cui le linee di connessione risultano invisibili. Era naturalmente difficile cogliere il sunto di quelle lezioni, trattandosi di una specie di percorso fluttuante, che poteva differenziarsi in continuazione. Ecco, forse le sue lezioni (o almeno così mi apparivano) seguivano il percorso irripetibile di un concerto jazz. La parte finale era solitamente dedicata alle domande e agli interventi, che davano adito ad altre numerose discussioni. Ho ricordi davvero felici di quegli anni.Sanguineti operava per smontaggio: l’opera letteraria diventava un codice attraverso il quale indagare il contesto in cui è sorta. La prospettiva ferma che teneva era quella storica, per cui libro non risultava mai un caso isolato, il prodotto di un genio o chissà che, ma come l’oggetto interpretativo e interpretante di un momento storico. E la letteratura non figurava mai come una materia a sé stante, ma come il risultato di una interconnessione di varie culture, arti ed eventi. In questo senso, rifuggiva naturalmente qualsiasi idea di mito dell’artista, rifiutando l’idea stessa del poeta-vate, di artista monumento, di storia della letteratura e di museo. Ritengo invece che considerasse fondamentale l’idea dell’intellettuale organico, non propriamente a un’ideologia (essendo inevitabile), ma al proprio presente storico. E quindi di intellettuale che opera per fare luce nel presente, impegnando tutti i propri sforzi per agire direttamente nel proprio presente.
Infatti, per quanto ormai ufficialmente considerato figura di rilievo culturale, mi sembra che Sanguineti abbia sempre avuto la straordinaria accortezza di non cedere alle lusinghe del potere e di non essersi accomodato sul trono delle muse. Anzi, ha continuato fino alla fine, con somma testardaggine, il proprio percorso di sana disobbedienza.
→ No CommentsTags: Mauro Germani · Narrazioni
Abbuffata domenicale
maggio 16th, 2010 · 1 Comment
Vivo in Emilia da qualche anno e il mio colesterolo indica una lieve soglia di allarme. Non so se questo dipenda dall’età, da fattori ereditari, da questioni psicosomatiche o perché la soglia minima di colesterolo sia stata aumentata (per vendere più medicine eccetera) o se dipenda dal fatto che, appunto, sono venuto a vivere in Emilia, terra delle abbuffate più abbuffanti.
A riprova di ciò che dico porto un monumento. Tutte le città o i paesi italici vantano nelle loro piazze un monumento di genere patriottico risorgimentale o simili. Anche qui ci sono, ma nella piazza centrale di Castelvuovo Rangone (provincia di Modena) potete ammirare un monumento al MAIALE. Esso maiale, grufolante e notoriamente sudicio, è qui in zona considerato una divinità: onorato, pregato, temuto, ingrassato e cotto.
Trattorie e ristoranti, qui in zona, pullulano. Oggi domenica, con la mia moglie e le mie figliole, siamo partiti in missione scorpacciata. Ce ne hanno consigliato un ristorante su per i colli. Ci si prepara e si parte.
Giunti nello spiazzo davanti all’entrata, notiamo gruppi di gente che beatamente fuma. Hanno un’espressione sazia. Posteggiamo, carichiamo seggiolini borse e bimbe e ci avviamo. Una cameriera sorridente ci chiede se abbiamo prenotato… sì. Ci addentriamo quindi tra corridoi di tavoli e sedie, dove una baraonda di gente è china sui piatti. Noto sguardi voraci, bocche spalancate e tortellini.
La cameriera ci fa segno di seguirla. Avendo una bimba in braccio e due seggiolini pieghevoli in spalla, distribuisco colpi qua e là con relative scuse. Poi mi rendo conto di aver perso la moglie e una figlia. Mi volto e le inquadro un poco dietro, bloccate da un passaggio di camerieri. Gli faccio un segno… qui… Il tavolo che ci è stato affidato è circondato da una tavolata enorme, più due tavoli e tre piante (grasse).
Mi tolgo la giacca, poso la bimba, tiro fuori il seggiolino e comincio a montarlo. Mentre faccio tutto questo, sorrido a mia figlia, la quale sembra smarrita. Forse teme che si mangino anche lei. In effetti, siamo accerchiati da sguardi famelici.
Sulla mia destra c’è una donna sui cinquanta, faccia larga, taglio stile Cleopatra, debordante scollatura e una fetta di arrosto tra i denti. Vicino a lei una ragazzina, anche lei sta sbranando un pezzo di carne. Mi giro e mi cade l’occhio su una faccia paonazza che, trangugiando vino, mi fissa con sguardo assente. Poco oltre una vecchia sta risucchiando un grumo di spaghetti. E dappertutto facce che masticano con gli occhi persi nel vuoto. Alcuni sono seduti in una condizione di resa, abbandonati allo schienale, davanti a un tavolo pieno di briciole e piatti ripuliti. Intanto i camerieri stressatissimi sfrecciano portando ulteriori vassoi.
Sussurro a mia moglie: “Non ti sembrano tutti un po’ mostruosi qui dentro?” Lei accenna un sorriso e annuisce. Il particolare che li rende particolarmente mostruosi è un abbigliamento tra l’elegante e il fetido. Il trucco esagerato sui volti delle donne gli dà una parvenza plastica: la luce cade su certi visi e li rende orripilanti. Soprattutto quando spalancano la bocca per buttarci dentro una forchetta ripiena. C’è una strana luce negli occhi di tutti qui e, come mia figlia, ho un attimo di smarrimento.
Mi siedo e ordino acqua, e anche vino. Ma non posso fare a meno di guardarmi attorno. Solo in queste occasioni mi rendo conto di quanti uomini si tingano i capelli.
Come antipasto c’è il buffet… Ti alzi e ti servi da te: prendi quello che vuoi, quanto vuoi. Mi si presenta un’incredibile varietà di verdure crude e cotte, funghi, uova, l’universo vegetale sott’olio. Prendo tutto il possibile, tutto quello che riesco a far stare nel piatto.
Poi torno a tavola e attacco a sbafare e a bere. Insomma, mi butto nel vortice gastronomico. Passo al primo, al secondo, al contorno…
Dopo un’ora, riguardando la gente, mi sembrano tutti meno strani, forse perché sono un po’ brillo. Mi cade l’occhio sulla bottiglia di vino vuota. Mia moglie beve poco e le mie figlie sono ancora astemie… Ho lo stomaco gonfio e un senso di stordimento che mi avvolge. Ora mi sento molto simile a quel vecchio dall’occhio bollito, che sembra crollare sul tavolo. Che io sia passato dalla parte dei mostri?
Bisogna reagire! Chiedo alla cameriera un caffè. “Uh” mi fa ridendo “c’è tempo. Lo vuole ancora un po’ di prosciutto?”
“No… no!” le dico. Forse qui tengono i clienti prigionieri e gli danno da mangiare finché crepano. Questo pensiero mi passa rapido per la mente… è il vino.
E intanto vedo entrare una coppia, mano nella mano. Si guardano imbarazzati attorno. Nei loro occhi, mi sembra di notare lo stesso smarrimento che avevo provato io. Eppure, tra poco anche loro saranno dei nostri.
Mi raggiunge, da un tavolo, il suono di un rutto.
→ 1 CommentTags: Maurizio Teroni · Narrazioni
La letteratura secondo Guglielmi
maggio 9th, 2010 · 1 Comment
È uscito da poco un libro di Angelo Guglielmi intitolato “Il romanzo e la realtà”. Da un’intervista all’autore, pubblicata nella Repubblica il 5 maggio (e che potete leggere qui http://materialismostorico.blogspot.com/2010/05/antonio-gnoli-intervista-angelo.html ) emergono considerazioni interessanti, ma anche, trasversalmente, la visione di un intellettuale trincerato nelle proprie posizioni (tipico dell’intellettuale militante a sé stesso e al proprio recinto di poteri), una sorta di ostinazione che non prevede il dubbio.
Riassumo: lo stile di Moravia è grigio, le sue metafore ridicole; Pasolini è uno scrittore scadente, un cupo ammonitore; “La storia” di Elsa Morante risulta detestabile. Invece… sono elogiabili gli autori, appunto, del Gruppo ’63: Eco, Giuliani, Arbasino, Sanguineti. “Fratelli d’Italia” di Arbasino è l’ultimo dei grandi romanzi. Secondo lui.
Va bene… opinioni.
Tuttavia, sorge dalle sue affermazioni un quesito: come mai Guglielmi, il quale si mostra così categorico nel dire cosa è letteratura e cosa no, non si sforza neppure di vedere i limiti degli intellettuali della sua generazione o della letteratura che rappresenta, per esempio, l’autocompiacimento e l’autoreferenzialità? Come mai non affronta (neppure come ipotesi, o come considerazione, o come evidenza) il fatto che la cultura italiana, oggi, è allo sbaraglio? Lui che da quarant’anni è un’autorevole figura culturale, lui che ha diretto Rai 3, lui che è assessore a Bologna, lui che, senza dubbio, può influire sulle scelte di molte case editrici, insomma, un uomo di tale esperienza non dovrebbe spiegarci (a parte quelle archeologiche diatribe tra Gruppo ’63 e la morte del romanzo) come mai il romanzo, non solo sia risorto, ma si sia fatto audacemente più commerciale e, anzi, unico dominatore del mercato editoriale?
Guglielmi, che con altri intellettuali si è battuto contro il romanzo e contro la trama (che è una struttura borghese, dicevano), si è mai chiesto su quali parametri operino oggi le case editrici? Ignora, forse, o non vuole sapere, o non gli interessa sapere, che se, oggi, proponi a una casa editrice un romanzo con un vago accenno sperimentale, neppure ti si risponde? Sa che la prima cosa che una casa editrice pretende, oggi, è la sinossi? E la vendibilità, naturalmente (si provi a immaginare, oggi, un Arbasino sconosciuto che prova a pubblicare “Fratelli d’Italia”). Si veda Einaudi e Feltrinelli cosa e come pubblicano oggi, e soprattutto in che modo scelgono i loro autori.
Ignora forse che attualmente il mercato editoriale è pieno di sciacalli che fanno pagare gli autori? Ignora forse che uno scrittore, oggi, in Italia, ha due scelte: o pagare per pubblicare (per poi vendere ciò che hanno scritto ai propri parenti – che non lo leggeranno) o rinunciare a pubblicare (e rinunciare, per inutile accanimento, a scrivere). A meno che…
A meno che questo scrittore non sia nel giro giusto. Perché è così che funziona il nostro paese. Infatti – vero – diversi scrittori sono pubblicati, anche dalle più note case editrici, eppure pubblicano libri mediocri, banali, nati morti. Non a caso, la nebbia domina l’attuale panorama letterario italiano (a parte Saviano). Perché, appunto, gran parte dei libri pubblicati sono il frutto della cultura italiana, adibita al nepotismo. Ma il nepotismo non ha mai generato qualità né, tanto meno, rivoluzioni. Eccola, quindi, la ragione (o una delle ragioni) di questo evidente sbragamento culturale.
La sinistra – gli intellettuali della sinistra – si è – si sono mai posti radicalmente di fronte ai propri errori? Pasolini avrà forse scritto romanzi scadenti, Moravia avrà forse avuto uno stile grigio, ma almeno essi non si beavano nella presunzione. Essi si sono confrontati con il nuovo, e hanno saputo oltraggiare il potere. Oggi invece la cultura e la letteratura italiana (di cui la sinistra è in gran parte responsabile), essendo schiave del potere, sono soffocate dentro la loro stessa morsa, che non prevede né accetta dissensi.
Quelli del Gruppo ’63, a parte le chiacchiere autoreferenziali, cosa hanno fatto per l’Italia? Raggiunte le leve di potere le hanno tenute strette, le tengono strette. Essi sono quindi responsabili di un atteggiamento chiuso, che ha puntato sempre e solo a difendere la propria visione di letteratura, che ha dato spazio solo a quegli scrittori che di dichiaravano apertamente loro eredi, disinteressandosi, intanto, al fatto che la vera forza editoriale emergente è quella mercantile e che la letteratura è ormai un pezzo da museo.
→ 1 CommentTags: Interventi · Maurizio Teroni
Nel labirinto delle merci
maggio 2nd, 2010 · 1 Comment
Non sorprende che per gli esperti di marketing l’ansia che circonda la cura del corpo sia fonte inesauribile di profitti. La promessa di ridurre o eliminare tale ansia è l’offerta più seducente, largamente ricercata e assolutamente gradita tra quelle presenti sul mercato dei consumi, in risposta alla fonte più duratura e affidabile della domanda diffusa di prodotti di consumo. Affinché la società dei consumi non si trovi mai a corto di consumatori, tale ansia – in contrasto stridente con le promesse esplicite e sbandierate del mercato – dev’essere però sostenuta costantemente, ravvivata regolarmente, montata o comunque stimolata. I mercati dei consumatori si alimentano dell’ansia che essi stessi evocano, e fanno il possibile per accrescere, nei consumatori potenziali.
Zygmunt Bauman “Vita liquida”, Laterza, 2006, p. 99
Mi trovavo (e non si trattava probabilmente di un sogno) davanti all’entrata di un gigantesco centro commerciale. Ero al primo piano. Sotto di me rombava il parcheggio da cui si dipartivano scale, scale mobili, ascensori con cui i clienti (una volta posteggiato e ritirato il carrello) salivano. Era un incessante andirivieni di persone. Le scale mobili ne vomitavano senza tregua e in direzione opposta, un numero simile, usciva spingendo carrelli pieni, scendeva, posava la spesa, ricollocava il carrello al deposito, saliva in auto e se ne andava. Tutti possedevano la stessa maschera di inespressività. Così i commessi, i magazzinieri, le cassiere. I loro volti tradivano però qualcosa che andava oltre, si poteva definire un raggelato distacco.
Io me ne stavo attonito a fumare davanti alle scale mobili. Avevo uno sciame di pensieri in testa ed ero incapace di seguirne uno: a tutto soggiaceva un tremendo disagio. Eppure stavo bene, eppure non c’era niente che mi dovesse seriamente preoccupare. Era semplicemente quel posto a rovesciarmi addosso una soffocante ansia che aleggiava come una nebbia. In effetti, negli occhi di nessuno lì dentro si poteva dire ci fosse pace: sembravano tutti presi da una sorta di panico di cui non capivano la ragione.
Davanti a me, a pochi passi, c’era uno stand dei prodotti Vileda. Vendevano l’intero set di pulizie per la casa della linea Vileda tra cui, su tutto, svettava come protagonista assoluto il Super Mocio, più spazzole scopette stracci spugne. C’era l’offerta (un cartello precisava: OCCASIONISSIMA!) 3×2! La gente che emergeva dalle scale mobili si trovava praticamente lanciata in pieno stand e la maggior parte di loro si fermava per valutarne l’acquisto. Dentro di me qualcosa mi spronava ad approfittare di quella favolosa offerta. Non sapevo minimamente che farmene del Super Mocio o di qualsiasi altro detergente, tant’è quel 3×2 mi attirava. Devo avere un inconscio di massaia, mi sono detto. Ho spento la sigaretta e mi sono ridestato da una sorta di ipnosi.
Ricordo che, nel libro “I persuasori occulti”, Vance Packard racconta di un test fatto su una serie di acquirenti del supermercato, test che rivelava, in essi, il raggiungimento della soglia minima dell’ipnosi. Questa condizione terminava con il suono del campanello alla cassa. Una combinazione di colori e immagini è propriamente studiata da fior fior di psicologi in modo da sollecitare la nostra attenzione. Siamo, insomma, prede che s’aggirano in un territorio di caccia fitto di trappole.
Poi sono sono entrato nel centro commerciale. Victoria mi aspettava nel settore Conbipel. Ho superato il breve corridoio tra le due vetrate che sfoggiavano immagini di donne, uomini e bambini, tutti felici vestendo la linea primavera Conbipel. E mentre mi addentravo in quel paradiso dell’abbigliamento mi ripetevo “Non hai bisogno di niente, non hai assolutamente bisogno di niente!”. Eppure non riuscivo a fare a meno di guardare quelle giacche quelle camicie quei maglioncini dai colori allegri. Victoria si aggirava nel settore donna. Con lo sguardo raggiante stava controllando la taglia di un vestito. Le ho fatto un segno e lei ha sorriso, aveva un’aria allegramente smarrita.
“Non hai bisogno di niente!” mi ripetevo tenendo in mano una camicia. Il mio SuperIo genovese (decisamente poco propenso a spendere) mi controllava insistendo: “Avrai 30 camicie e ne usi 5…”. Ho messo a posto la camicia e con passo deciso mi sono avviato verso Victoria, attraversando file di magliette e calzoni che sembravano sussurrarmi: “Prendimi… prendimi!” Avanzavo a testa bassa.
Ho stretto la mano a Victoria e lei mi ha mostrato il vestito e mi ha chiesto che ne pensavo. Io ho detto: “Bello sì!” ma stavo solo meditando come uscire da quel posto. Intanto lei è andata a provarselo. E io sono rimasto immobilizzato tra un corridoio di grucce e vestiti. Ero perso nell’oceano Conbipel. Cinque minuti abbandonato a me stesso. Senza un libro, un giornale, un opuscolo da sfogliare per distrarmi. Ero solo, in balia delle merci.
Dopo un tempo indefinito (perché in quei posti il tempo si ferma) siamo tornati all’aria aperta. Avevo la sensazione di essere stato sbalzato fuori da un sogno in cui lei era la proiezione della donna e io dell’uomo Conbipel. E ora quei nostri fantasmi stavano ripiegati in un sacchetto, tra gli scontrini, pronti a prendere forma in un vestito e una camicia.
→ 1 CommentTags: Maurizio Teroni · Narrazioni
La seconda guerra mondiale (II parte) – Audiolezione in mp3, testo in pdf
aprile 23rd, 2010 · No Comments
Per ascoltare la versione audio o scaricarla cliccate con il tasto destro del mouse qui sotto (tempo di ascolto 9,50 minuti circa)
La seconda guerra mondiale (seconda parte)
Per il testo in format pdf cliccate qui sotto
→ No CommentsTags: Maurizio Teroni · Narrazioni storiche
Strana giornata
aprile 18th, 2010 · 1 Comment
La mattina era cominciata male: risveglio greve, appesantito da un clima indefinito, forse pioggia forse sole, ne conseguiva il dubbio sul come vestirmi. La giornata si presentava, insomma, votata all’incertezza.
Dovevo prendere il treno delle 8,50 a Modena per Reggio nell’Emilia, prezzo: 2,90.
Sono arrivato alla stazione con un discreto anticipo e ne ho approfittato per un caffè. Uscito dal bar, mi sono trovato di fronte la pensilina deserta: il treno era già passato. Eppure il mio orologio segnava le 8,49. Di quel treno, però, i cartelloni non davano più notizia. Mi sono detto: prendi quello dopo. Quello dopo, in realtà, potevano essere due… C’era infatti un intercity (con un ritardo di quaranta minuti circa) in dirittura di arrivo sullo stesso binario. Non si capiva quale dei due sarebbe passato prima dato che l’intercity andava ad accavallarsi con il treno che avrei dovuto prendere. Io, noncurante, ho preso il primo arrivato.
Mi aspettava una fermata, dieci minuti di viaggio. Mi siedo, guardo fuori dal finestrino, e intanto penso a certe schifezze che si vedono nel nostro paese (erano i giorni pre-elettorali e la questione nel mirino della stampa era l’esclusione del PDL dalle liste di Roma, a causa di un ritardo eccetera). Io pensavo: razza di porco paese marcio di cattolicesimo corruzione manfrine di ogni genere pensa te questi che fanno quel che gli pare e fanno pure le vittime… Quando è passato il controllore. Anzi: controllora… era femmina. Sulla trentina, occhi chiari, un disegno di matita nera all’angolo degli occhi e qualcosa che tradiva, dietro l’uniforme, un pensiero vagamente ribelle.
Mi fa: biglietto prego. Io le porgo il biglietto bell’e che pagato, vidimato, senza una piega. Lei lo guarda e mi fa: questo è un intercity, ci vuole il supplemento. Ce l’ha il supplemento? mi fa.
E no, perché, guardi, dico io, il treno che dovevo prendere… Insomma, le racconto la storia del mio treno passato in anticipo, e poi quella dell’accavallamento tra quello dopo e questo in super ritardo… Io sono in ritardo… Ho preso questo… Una fermata, le dico, scendo subito.
No, fa lei, ci vuole il supplemento.
Era fiscale l’amica. Mi sono alzato e le ho detto: Senta, questo treno è in ritardo di 40 minuti, l’errore è vostro. Io il biglietto ce l’ho, mi manca solo il supplemento, ma non ce l’ho perché non credevo di prendere questo treno… Si tratta solo di una fermata, d’altronde.
Mi spiace, fa lei, ma ci vuole il supplemento.
L’ho fissata negli occhi tra il perplesso e il rabbioso, e ho detto: “E io non lo pago!”
“E io chiamo la polizia!” ha detto lei tirando fuori il telefono.
Io ero lì per lì per mandarla a quel paese, andarmene e aspettare la fermata, perché mancavano pochi minuti all’arrivo e avrei potuto forse farcela. Non avrebbe seriamente chiamato la polizia, pensavo tra me e me, per una roba simile, non poteva essere così stronza.
Ma una parte di me (credo fosse il signor Super Io) è intervenuto così: Ehi tu, hai due figlie piccole a casa, una moglie, l’affitto da pagare, un lavoro, la lavatrice rotta… Non facciamo stronzate! Paga e muto. Anche perché hai torto. E poi chissà quanti soldi pagherai inutilmente nella tua vita, probabilmente la tua casa ti costerà più di un affitto a Milano.
Ma senta un po’, le ho detto: “Ma lei si rende conto che viviamo in un paese pieno di furfanti conclamati che commettono le peggiori cose nel silenzio generale? Lo sa? Lo vede come vanno le cose? E fa pagare una multa a me per una sciocchezza del genere?”
Intanto stava segnando la multa, senza alzare gli occhi, mi ha detto: “Non capisco cosa sta dicendo. Lei non ha il supplemento, tutto qui.”
Io l’ho scrutata a bocca aperta. Poi ho rovesciato lo sguardo sul paesaggio che correva fuori, mentre il Super Io mi diceva di starmene zitto e pagare.
“Quant’è?” ho chiesto.
“Tredici euro!”
“Tredici euro?! Come? Il biglietto costa 2,90 e io devo pagare per un viaggio di dieci minuti in un treno in ritardo di 40 minuti, 13 euro di multa?!”
“Sono 5 euro per il supplemento e 8 per la multa.”
“Va bene, sono comunque 13 euro. Ma si rende conto? Le sembra giusto questo?”
“È così!” mi ha detto con un’espressione sull’annoiato andante. “Questa è quanto mi deve. Poi faccia come crede.”
L’ho fissata negli occhi, ho pagato, e mi sono pure sentito un babbeo.
Quando sono sceso mi sono detto: qui ci vuole un caffè e una bella sigaretta, te la meriti, mi sono detto. Esco dalla stazione e mi ritrovo nella piazza piena di gente che viene a va. Vedo un bar là nel fondo e mi incammino. Entro.
Erano tutti cinesi. E allora? mi sono detto. “Salve, un caffè, grazie.”
La signorina cinese mi stava facendo il caffè, quando mi è venuta voglia di un bicchiere d’acqua, un bel bicchiere d’acqua fresco. Gliel’ho chiesto.
Lei ha posato sul bancone un bicchierino ridicolo. “Lo vorrei più grande” ho detto.
È difficile indovinare le espressioni delle persone, ci si può sbagliare, però a me, quella, sembrava davvero scocciata. Tra la fila dei bicchieri, ha fatto per prenderne uno, che però mi sembrava sempre piccolo. Insomma, avevo sete.
Le ho detto: “Vorrei quello!” indicando un bicchiere bello capiente.
“No no” ha mormorato lei. “Questo è troppo, ti do questo.” E mi ha versato l’acqua in quello mediano. Neppure pieno l’ha fatto.
Io, non so perché, sono rimasto muto a fissarla e non sono stato capace di pretendere il bicchiere che volevo. Ho bevuto l’acqua, ho bevuto il caffè, ho pagato e via.
Poi fuori, mentre fumavo, è arrivato un punkabbestia a chiedermi degli spiccioli e gli ho detto: “Non ho spiccioli, mi spiace” mentendo.
Due metri oltre c’era un marocchino che gli ha dato un euro, sorridendo. Una scena davvero perfetta per qualsiasi leghista: un marocchino che fa l’elemosina a un italiano.
Mi sono allora incamminato e, andando, ho incrociato un tizio che mi ha sventolato un volantino davanti agli occhi offrendomelo. Era un testimone di Geova. “Vado di fretta no grazie” ho detto senza neppure rallentare. E quello mi fa, mentre già l’ho oltrepassato: “Non vuole sapere la verità?”
Ci sono giornate in cui è meglio non sapere, mi sono detto procedendo. E sono andato dove dovevo andare.
→ 1 CommentTags: Maurizio Teroni · Narrazioni
La seconda guerra mondiale (prima parte) – Audiolezione in mp3, testo in pdf
aprile 9th, 2010 · No Comments
Per scaricare o ascoltare l’audio in formato mp3, clicca qui sotto
La seconda guerra mondiale – Prima parte
Per scaricare o leggere il testo in formato pdf, clicca qui sotto
→ No CommentsTags: Maurizio Teroni · Narrazioni storiche
Una innata propensione per la sconfitta
aprile 5th, 2010 · 1 Comment
Sono più di vent’anni che voto e più di vent’anni che scelgo i perdenti. La questione a questo punto non è più politica, ma psicologica.
Dovrei forse sdraiarmi su un lettino e raccontare tutto a uno che annuendo mi ascolta e segna. Tira una boccata di pipa, mi osserva e segna. Ma non posso permettermelo, allora scrivo.
Non riesco a vincere, non ce la faccio, ho un radicale rifiuto per i trionfi. Per un discreto periodo ho giocato a tennis con un tizio che era bene o male al mio livello.
Perdevo sempre. Mi capitava spesso di avere un vantaggio, anche notevole (tipo 40 a 0) ma, puntualmente, scattava qualcosa nel mio cervello che mi obbligava a sbagliare e a far sì che il mio avversario, errori miei su errori, mi raggiungesse.
A quel punto riprendevo a combattere con tenacia. Ma lui si era esaltato e io depresso, e perdevo. Intanto cominciava il meccanismo di bestemmie e pugni contro tutto ciò che mi capitava. Mentre il mio avversario, da là in fondo, si godeva giochi e e set in suo favore. Si diceva democristiano… Ora non so per cosa voti. So che è medico. Tempo fa mi è passato davanti guidando una Mercedes nuova di zecca. Mi ha fatto “ciao” con la manina. Io ho sorriso a labbra strette.
Storie di questo tipo si sono ripetute in maniera molto simile con il ping pong, il calcio balilla, pro evolution soccer, lo squash, briscola, belote, ramino, poker, braccio di ferro, lancio delle pietre piatte in acqua e tutti gli altri giochi che si possono organizzare a due.
Anche in amore ho sempre avuto una predilezione per le sconfitte. Sono evidentemente più interessanti le storie che falliscono. Meglio se presto. Meglio se è lei a lasciarmi. Anzi, debbo ammettere che provavo addirittura un sottile piacere anche quando una non ci stava proprio.
Perché la vittoria è amara. Ti lascia le mani vuote. Quando hai vinto, non hai più nulla da ottenere e viene a mancare un senso. Meglio perdere allora, o no?
No, penseranno molti. E si tratta evidentemente di persone decisamente ragionevoli.
C’è gente che, quando è in svantaggio, tira fuori la carica giusta per rimontare, vuole vincere con tutto sé stesso. E quindi concentra tutte le proprie forze e cerca la più adatta strategia. Ma innanzitutto è la volontà e la convinzione di poterlo fare, di farlo, che la porta a vincere. Ci sono anche libri di auto-training: Come trionfare o roba simile. C’è gente che se li compra, e addirittura li legge. E vincono.
Il problema non è forse di capacità, ma di volontà. Anche in base ai gusti, uno, può intuire da che parte pende. Io, per esempio, tra Svevo e D’Annunzio, scelgo Svevo, per la semplice ragione che è un gran perdente. D’Annunzio ne esce comunque trionfatore. D’accordo, i suoi romanzi finiscono fatalmente in drammi, ma lui è il vincitore del dramma. Questo è insopportabile! Me lo rende distante, disgustoso. Insomma: è un mito in cui stento a proiettarmi.
Vuoi mettere Svevo? Incapace di smettere di fumare, impacciato, buffo, tradito, deriso dalla donna che ama, corteggia tre sorelle e riesce solo con la più brutta. Lui sì che perde come si deve.
D’Annunzio vola in aereo su Fiume, spara, combatte, si candida, declama, è pieno di donne, pieno di soldi, scopa tutti i giorni – fino all’ultimo. Come si fa a non odiarlo? D’accordo: invidiarlo, quindi odiarlo.
Però…
Però la vita non è così didascalica. Ogni cosa ha diversi risvolti e non si può mai dire se davvero si ha vinto o si ha perso. Chi ha letto “La coscienza di Zeno” ricorderà, per esempio, che l’alter ego di Zeno, Guido Speier, colui che sposa la sorella più bella, affascinante, sicuro di sé, un vincente insomma, davanti al fallimento, non regge, e s’ammazza.
Forse perché la sconfitta è intrinseca alla vita stessa, e saper perdere è una forma di vittoria. D’altronde, la vittoria dura un attimo, ma la sconfitta è eterna.
→ 1 CommentTags: Interventi · Maurizio Teroni






![stazione-1[1]](http://www.stradepossibili.it/wp-content/uploads/2010/04/stazione-11-300x225.jpg)

