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Diario argentino (prime impressioni)

febbraio 15th, 2010 · No Comments

Sono seduto davanti al computer che la signora Chichita, zia di Victoria, mi ha gentilmente messo a disposizione. Dalla grande finestra alla mia sinistra vedo il patio, con piscina annessa e, nel fondo, una grande taverna per le mangiate di gruppo, il tutto circondato da un muro di piante, fiori e alberi.
Sono in costume da bagno, fresco di una nuotata. Gradi 35, cielo limpido. Le bimbe giocano tranquille sul prato e c’è un continuo andirivieni di parenti e amici. Sono le 5 del pomeriggio; lì le 9 di sera. 
Ho saputo che a Roma nevica. È la differenza climatica a darmi il senso più preciso della mia distanza dall’Italia. Ho letto degli attacchi all’ambasciata italiana in Iran, del caso Bertolaso, delle continue manovre governative, tese a negare tutto. E intanto valuto la possibilità di non tornare. Sebbene anche qui, in quanto a corruzione e schifezze politiche, non si scherzi.
Eravamo scesi all’aeroporto di Buenos Aires distrutti dalla stanchezza. All’interno, essendoci l’aria condizionata, non mi ero ancora reso conto che fosse estate. Le stagioni, qui, sono esattamente all’opposto che da noi: quando comincia la nostra primavera, qui comincia l’autunno, e così via. Qui si festeggia il Natale in maniche corte. Babbo Natale è però rappresentato identico al nostro, con pelliccia e renne. L’inverno non è comunque rigido, non almeno a Buenos Aires. Diciamo che non hanno bisogno di cappotti. Ma l’Argentina è immensa, e vi sono zone dove c’è neve tutto l’anno.
L’estensione spaziale è la prima impressione che ho avuto di questo paese. Viaggiando in macchina, verso sud, sulla sinistra ho fissato una fila profondissima di boschi per una buona mezz’ora.  Gli spazi sono enormi, le strade a quattro o cinque corsie per ogni senso.
All’aeroporto sono venuti ad accoglierci una ventina di parenti. Tutta gente che io conoscevo bene o male per foto. Sono stato accolto con grande affetto. Qui si usa dare un bacio sulla guancia per salutarsi. Da noi due. In Francia, tre. In Russia ci si bacia in bocca. Gli esquimesi, se non sbaglio, si baciano col naso e chissà che varietà a me ignota esiste.
Qui comunque un bacio solo, ma si usa darlo ogni volta che ci si vede. Diciamo, per lo meno, uno al giorno. Mi ha sorpreso questa costanza nel salutarsi. Eravamo, per farvi capire, a tavola, ed eravamo tanti. Un cugino è arrivato e si è baciato tutti passando per ogni sedia, con una costanza di labbra invidiabile.
Dato che però in Italia, quando ce li diamo, ce ne diamo due, io rimanevo all’inizio sempre sospeso nel passaggio di guancia. Ora ho imparato. Però, loro, che hanno inteso che da noi ce ne diamo due, tendono a darmi il secondo. E si crea quindi una breve indecisione nel saluto.
Insomma: un’oretta al giorno la sto passando a baciare cugini zie nonne amici vicini di casa. E non si fa distinzione di sesso o età. Certo, non tutti qui sono così propensi alle effusioni. Per esempio, c’è uno zio (uomo riservato e distinto, sempre in cravatta nonostante l’afa), il quale m’è sembrato mantenersi a una semplcie stretta di mano. Io, comunque, preso dalla foga e per non apparire maleducato, me lo bacio ogni volta che lo vedo. Giusto per mantenere vivi usi e costumi.
Non ho ancora visto Buenos Aires. Il posto in cui mi trovo si chiama Banfield (fa parte della provincia della capitale, nella zona a sud) e conta circa 300.000 abitanti. Per la cronaca, lo scorso campionato di calcio, il Banfield ha vinto lo scudetto.
La cosa straordinaria di questa zona (ma mi hanno detto che è una caratteristica di gran parte dei comuni argentini) è la bellezza e la singolarità delle case. Non ce n’è uguale all’altra. Percorrendo le vie si possono ammirare, a destra e a sinistra, le loro facciate singolari, ognuna costruita secondo uno stile diverso. È quindi un continuo mutare di forme, materiali e colori. Ogni casa ha la propria originalità e vi è uno spiccato senso del gusto.
Dove sono io, come dicevo, c’è il giardino e la piscina, ma non si tratta di un lusso eccezionale. La maggior parte delle abitazioni di provincia ha sul retro quello che qui chiamano patio, ovvero un giardino, in certi casi coperto. Alcune hanno anche la piscina. Quindi, non solo le case hanno quasi tutte una splendida facciata, il bello rimane nascosto.
Il semplice passeggiare e ammirare case è piacevole.
È una zona in cui vive una classe media/medio-alta. Non ricchi. La zona dei veri ricchi, mi hanno precisato, è incredibile, e forse mi ci porterà.
A questa bellezza, fa da contraltare una miseria impressionante. Viaggiando dall’aeroporto verso sud, d’un tratto mi è apparso sulla destra una fila chilometrica di baracche. Baracche di legno e lamiere o plastica e lamiere. Alcune avevano come muri esterni dei pezzi di cartone. Qui abitano persone che definire povere è un eufemismo. Vivono in queste baraccopoli chiamate villes (si pronuncia qualcosa come “viscies”), e sono la corrispondenza argentina delle più note favelas brasiliane. In queste zone la criminalità di bassa lega (ci si ammazza per una bicicletta) è la norma. La diffusione di droga o alcool endemica. Per un turista o un argentino di altre zone, frequentarle di giorno è rischioso, m’hanno detto. Di notte, fatale.
Ebbene, questa villa che stavo ammirando era nata da pochi mesi. È stata costruita e si è propagata in uno spazio di almeno dieci chilometri quadrati senza che il governo potesse o riuscisse o comunque progettasse di fare qualcosa per frenarla. In queste zone, neppure l’esercito si addentra.
L’esempio di un abitante delle villes l’ho colta nell’immagine istantanea di uomo, stravaccato sul lato della strada, in pieno asfalto rovente, con una bottiglia in mano. Era lì, tra la ghiaia e gli sterpi, in una posizione assurda. Per certi aspetti ricordava la poesia “Mereggiare pallido e assorto”, anche se mi sembrava avere un’altra idea del Nulla rispetto a Montale.    
Sono seduto davanti al computer che la signora Chichita, zia di Victoria, mi ha gentilmente messo a disposizione. Dalla grande finestra alla mia sinistra vedo il patio, con piscina annessa e, nel fondo, una grande taverna per le mangiate di gruppo, il tutto circondato da un muro di piante, fiori e alberi.
Sono in costume da bagno, fresco di una nuotata. Gradi 35, cielo limpido. Le bimbe giocano tranquille sul prato e c’è un continuo andirivieni di parenti e amici. Sono le 5 del pomeriggio; lì le 9 di sera. 
Ho saputo che a Roma nevica. È la differenza climatica a darmi il senso più preciso della mia distanza dall’Italia. Ho letto degli attacchi all’ambasciata italiana in Iran, del caso Bertolaso, delle continue manovre governative, tese a negare tutto. E intanto valuto la possibilità di non tornare. Sebbene anche qui, in quanto a corruzione e schifezze politiche, non si scherzi.
Eravamo scesi all’aeroporto di Buonos Aires distrutti dalla stanchezza. All’interno, essendoci l’aria condizionata, non mi ero ancora reso conto che fosse estate. Le stagioni, qui, sono esattamente all’opposto che da noi: quando comincia la nostra primavera, qui comincia l’autunno, e così via. Qui si festeggia il Natale in maniche corte. Babbo Natale è però rappresentato identico al nostro, con pelliccia e renne. L’inverno non è comunque rigido, non almeno a Buenos Aires. Diciamo che non hanno bisogno di cappotti. Ma l’Argentina è immensa, e vi sono zone dove c’è neve tutto l’anno.
L’estensione spaziale è la prima impressione che ho avuto di questo paese. Viaggiando in macchina, verso sud, sulla sinistra ho fissato una fila profondissima di boschi per una buona mezz’ora.  Gli spazi sono enormi, le strade a quattro o cinque corsie per ogni senso.
All’aeroporto sono venuti ad accoglierci una ventina di parenti. Tutta gente che io conoscevo bene o male per foto. Sono stato accolto con grande affetto. Qui si usa dare un bacio sulla guancia per salutarsi. Da noi due. In Francia, tre. In Russia ci si bacia in bocca. Gli esquimesi, se non sbaglio, si baciano col naso e chissà che varietà a me ignota esiste.
Qui comunque un bacio solo, ma si usa darlo ogni volta che ci si vede. Diciamo, per lo meno, uno al giorno. Mi ha sorpreso questa costanza nel salutarsi. Eravamo, per farvi capire, a tavola, ed eravamo tanti. Un cugino è arrivato e si è baciato tutti passando per ogni sedia, con una costanza di labbra invidiabile.
Dato che però in Italia, quando ce li diamo, ce ne diamo due, io rimanevo all’inizio sempre sospeso nel passaggio di guancia. Ora ho imparato. Però, loro, che hanno inteso che da noi ce ne diamo due, tendono a darmi il secondo. E si crea quindi una breve indecisione nel saluto.
Insomma: un’oretta al giorno la sto passando a baciare cugini zie nonne amici vicini di casa. E non si fa distinzione di sesso o età. Certo, non tutti qui sono così propensi alle effusioni. Per esempio, c’è uno zio (uomo riservato e distinto, sempre in cravatta nonostante l’afa), il quale m’è sembrato mantenersi a una semplcie stretta di mano. Io, comunque, preso dalla foga e per non apparire maleducato, me lo bacio ogni volta che lo vedo. Giusto per mantenere vivi usi e costumi.
Non ho ancora visto Buenos Aires. Il posto in cui mi trovo si chiama Banfield (fa parte della provincia della capitale, nella zona a sud) e conta circa 300.000 abitanti. Per la cronaca, lo scorso campionato di calcio, il Banfield ha vinto lo scudetto.
La cosa straordinaria di questa zona (ma mi hanno detto che è una caratteristica di gran parte dei comuni argentini) è la bellezza e la singolarità delle case. Non ce n’è uguale all’altra. Percorrendo le vie si possono ammirare, a destra e a sinistra, le loro facciate singolari, ognuna costruita secondo uno stile diverso. È quindi un continuo mutare di forme, materiali e colori. Ogni casa ha la propria originalità e vi è uno spiccato senso del gusto.
Dove sono io, come dicevo, c’è il giardino e la piscina, ma non si tratta di un lusso eccezionale. La maggior parte delle abitazioni di provincia ha sul retro quello che qui chiamano patio, ovvero un giardino, in certi casi coperto. Alcune hanno anche la piscina. Quindi, non solo le case hanno quasi tutte una splendida facciata, il bello rimane nascosto.
Il semplice passeggiare e ammirare case è piacevole.
È una zona in cui vive una classe media/medio-alta. Non ricchi. La zona dei veri ricchi, mi hanno precisato, è incredibile, e forse mi ci porterà.
A questa bellezza, fa da contraltare una miseria impressionante. Viaggiando dall’aeroporto verso sud, d’un tratto mi è apparso sulla destra una fila chilometrica di baracche. Baracche di legno e lamiere o plastica e lamiere. Alcune avevano come muri esterni dei pezzi di cartone. Qui abitano persone che definire povere è un eufemismo. Vivono in queste baraccopoli chiamate villes (si pronuncia qualcosa come “viscies”), e sono la corrispondenza argentina delle più note favelas brasiliane. In queste zone la criminalità di bassa lega (ci si ammazza per una bicicletta) è la norma. La diffusione di droga o alcool endemica. Per un turista o un argentino di altre zone, frequentarle di giorno è rischioso, m’hanno detto. Di notte, fatale.
Ebbene, questa villa che stavo ammirando era nata da pochi mesi. È stata costruita e si è propagata in uno spazio di almeno dieci chilometri quadrati senza che il governo potesse o riuscisse o comunque progettasse di fare qualcosa per frenarla. In queste zone, neppure l’esercito si addentra.
L’esempio di un abitante delle villes l’ho colta nell’immagine istantanea di uomo, stravaccato sul lato della strada, in pieno asfalto rovente, con una bottiglia in mano. Era lì, tra la ghiaia e gli sterpi, in una posizione assurda. Per certi aspetti ricordava la poesia “Mereggiare pallido e assorto”, anche se mi sembrava avere un’altra idea del Nulla rispetto a Montale.

Tags: Maurizio Teroni · Narrazioni

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