Viaggiare ha attinenza col sogno. Le coordinate a cui sei abituato si sfaldano e ti ritrovi in una dimensione altra, dove tu diventi sosia di te stesso.
Come quando appoggi la faccia sul cuscino, chiudi gli occhi e ti trovi in una zona mediana, così sono i luoghi di passaggio: strade, stazioni, aeroporti.
L’aereo partiva da Bologna alle 18,45.
Siamo arrivati, come da regolamento, tre ore prima, anche se ne sarebbero bastate due. Abbiamo aspettato vagando tra bar e vetrine. Quindi abbiamo superato il check-in e abbiamo aspettato ancora, bevendo birra.
Con un ritardo di 25 minuti, l’areo – linea Iberia – è decollato. Direzione Madrid. Due ore. Tagliava gli Appennini e il Mediterraneo puntando al centro della Spagna. Si trattava di un aereo piuttosto piccolo. Quando l’ho visto, la paura (che da giorni mi stuzzicava) mi ha preso allo stomaco.
Mi sono seduto con mia figlia in braccio, l’altra la teneva Victoria. Ci hanno fornito di una cintura di sicurezza extra, da passare nella mia e quindi allacciarla intorno alla bambina. Pensavo di rassicurarla, così, stringendola tra le mani, ma non sembrava neppure accorgersi di dove fossimo. Era lei rassicurare me.
I motori hanno cominciato a rombare, l’aereo ha fatto una serie di manovre, poi ha mirato la pista illuminata ed è partito.
Ho stretto le chiappe e le mascelle, soprattutto quando s’è staccato da terra e ho sentito l’accelerazione farsi più forte, il rumore aumentare e la pista allontanarsi sempre più. Non è la prima volta che prendo un aereo, ma ho le mie paure, molto simili a un rituale. L’hostess (tipici occhi da spagnola) se ne stava seduta davanti a noi passeggeri, impassibile, con le mani sulle ginocchia. Cercavo di cogliere qualcosa in quello sguardo. Pensavo: se noto della preoccupazione in lei, allora sono cazzi amari.
Ma lei era impenetrabile. Fissava un punto vuoto, priva di espressione.
Questo è durato tutto il tempo di salire e salire, fino a che al posto di strade, al mio fianco, c’erano nuvole. Allora l’aereo si è rimesso apparentemente in orizzontale e volava. Era più o meno come essere in treno.
Scesi a Madrid (tralascio le paure dell’atterraggio), abbiamo caricato le bimbe nel passeggino e ci siamo diretti verso la zona d’imbarco del prossimo aereo.
L’aeroporto di Madrid è immenso. Il soffitto è costruito con listelle di legno chiaro messe in fila, a formare una serie continua di onde. Le strutture a cui si reggono cambiano di sfumatura e di colore man mano che ci si muove. Le pareti, alte qualcosa come venti metri, sono tutte in vetro. Alluminio, quindi, legno e vetro. Attraverso le grandi finestre, in lontananza, si possono notare le grandi insegne dei vari autonoleggio e dei servizi shuttle che aspettano i turisti in visita alla capitale spagnola. Sulle pareti ci sono le indicazioni per le varie zone di imbarco. Ogni indicazione ti dice quanto tempo manca. Trenta minuti per la nostra. Abbiamo preso un ascensore, poi una metropolitana interna (tutto in vetro), quindi altri due o tre ascensori, più un buon numero di corridoi. Per ogni passaggio, c’era l’indicazione di quanto tempo mancava.
Arrivati, abbiamo realizzato di aver sbagliato zona d’imbarco. Ma di poco. Poi abbiamo mangiato un bocadillo al prosciutto (caro come l’oro), abbiamo fatto un cambio di pannolini e quindi un po’ di jogging inseguendo le bambine che correvano da tutte le parti, ridendo alla faccia nostra.
Quando più tardi, era circa l’1,45, mi sono seduto sul secondo aereo, ero così stanco da trascurare le mie paure. Questo era sicuramente più grosso (ma non come speravo, io speravo in una cosa gigantesca). Doveva attraversare tutto l’Atlantico, arrivare in Brasile, costeggiarlo e tirare fino a Buenos Aires. Insomma, non si trattava di una passeggiata. E il tutto in 12 ore. Per oltre 11.000 km, a un’altezza di 10.000 metri. Partiva in piena notte e arrivava a Buenos Aires alle 10 circa, ovvero le 14 in Italia.
Questa cosa del fuso-orario, io non me la so spiegare. Ho provato a ragionarci, ma non c’è niente da fare… non la capisco. Per un attimo, m’era sembrato di capirla, ma poi ho ho capito che qualcosa non tornava nella mia soluzione. La accetto per come è, e basta. E questo rafforza la mia teoria del sogno.
Comunque, salito in questo aereo che doveva portarmi dall’altra parte del mondo, ho realizzato che non mi aspettava uno spasso. Il concetto di comodità, lì dentro, era topolinesco. Saremmo stati in cento/centocinquanta, e non tutti mingherlini. Per ogni fila orizzontale, c’erano 8 posti; quelli in verticale non li ho contati. Fatto sta che non c’era un posto libero.
Non c’era un diavolo di posto libero. Tutti i sedili erano stretti l’uno all’altro. Per darvi l’idea: i sedili del cinema sono molto più comodi. Il poggiagomito era uno, da dividersi col vicino. Quindi si consideri un 12 ore di piccole lotte di avambraccio. Con l’omaggio della bambina che si scatenava con tutto quello che aveva sottomano.
Un tramestio notevole per mettere a posto borse, cinture di sicurezza, mutande tra le natiche. Poi, dopo che eravamo bene o male tutti quanti sistemati, le hostess hanno cominciato a spiegarci cosa fare in caso di guai (esercitazione che mi rilassava ampiamente). Infine il bestione è decollato.
Aveva un rombo decisamente più tenace del primo. Quando ha preso a salire e i motori a spingere seriamente, mi sembrava di sentirne la forza nella schiena. Non avevo nessuna coordinata fuori, essendo buio totale. Ma la salita è durata a lungo, e non capivo più se eravamo in obliquo o come.
In ogni caso, a un certo punto eravamo decisamente in alto. Ci si poteva ora slacciare le cinture e sistemarsi alla meglio. È cominciato il viavai dal bagno, le hostess che ci portavano da bere, la puzza di piedi. Dopo nemmeno due ore, tra rifiuti vari, scarpe, cuscini, coperte, libri, giocattoli delle bimbe, avevo tra i piedi una mescolanza ibrida. Cercavo di dormire ma la bimba mi pungolava le narici. Il film proiettato era obbrobrioso, e per di più in spagnolo. O in inglese… Leggere era praticamente impossibile. Poi la bimba s’è addormentata e io sono scivolato in una sorta di ebetudine. Riaprendo gli occhi, ho visto oltre il finestrino una striscia rossa di aurora. Sotto di me c’era l’Atlantico. L’orologio segnava le otto. Ancora due ore e saremmo arrivati, ho pensato. Ma mi sbagliavo: si doveva arrivare alle 10, ma orario argentino. Il mio orologio era ancora in Italia. Insomma, mancavano sei ore.
In ogni caso, tra cena spiluccata alle 3 di notte, colazione divorata alle 12 (ora italiana sempre), pannolini cambiati in condizione disastrosa, siamo arrivati. L’aereo ha cominciato a discendere. Lo schermo segnalava l’altitudine che calava e la temperatura esterna che saliva. Lì sotto, in Buenos Aires, mi aspettavano 35 gradi e mi sembrava francamente una barzelletta, venendo dall’inverno emiliano.
Invece era davvero estate lì, anzi qui, da dove scrivo. Miracoli della scienza onirica.
Diario argentino (il volo)
febbraio 12th, 2010 · 1 Comment
Tags: Maurizio Teroni · Narrazioni


1 response so far ↓
1 francog // feb 12, 2010 at 17:59
ed è davvero strano (almeno mi sorprende sempre) scoprirsi in un tempo tutto sommato limitato, per quanto possa apparire infinito, dall’altra parte del mondo.
è bello puntare il dito su una cartina e rendersi pienamente conto di essere proprio lì, con i piedi sopra un altro pezzetto di terra, sotto un altro cielo.
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