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Il punto sul Punto G

gennaio 10th, 2010 · No Comments

Firenze-Galleria degli Uffizi_La nascita di Venere (dettaglio)

Ai tempi dell’università, precisamente al corso di Letteratura Italiana , un mio amico si era invaghito di una che sembrava neppure accorgersi di lui in quanto presenza sul pianeta terra. Bisogna ammettere che era davvero carina. Emanava un fascino torbido: era lo stereotipo di una certa letteratura esistenzialista.  Vestiva di nero o viola, ed apparteneva al genere, al tempo molto in voga, delle “alternative”.
In tutto il loro modo di porsi e parlare, le alternative rifiutavano il rapporto borghese tra uomo e donna. Sessualmente, erano disposte a qualsiasi esperienza. Almeno sulla carta.
Il mio amico, abituato com’era agli approcci classici, non aveva speranza di averla, e veniva da me a lamentarsi dicendo: “Me tapino!”
Un giorno però, all’improvviso, lei lo avvicinò e, dopo quattro chiacchiere, lo invitò a uscire.
Si incontrano, vanno a bere qualcosa, poi lo invita a casa sua. Entrano in casa, lei si siede, incrocia le gambe, si accende una sigaretta, lo guarda e dice: “Sai: io sono clitoridea!”
La situazione si presentava, per certi aspetti chiara. Certo, non era il caso di intavolare una discussione teorica, per quanto il dilemma fosse palese. Il mio amico (che era – si noti – un ventenne) rispose: “Ah!” Poi le si buttò addosso.
Henry Miller scrisse: “Per quanto tu spinga, non arriverai mai in fondo a una donna.” La frase pone, in modo romantico-maledetto, la donna su un altopiano irraggiungibile.  Una trentina d’anni dopo, Bukowski, nel romanzo “Donne”, presenta una spassosa scena nella quale una giovane donna disegna su un foglio una vagina per spiegare al protagonista (che è un cinquantenne) com’è fatta e dove toccarla.
Con la rivoluzione culturale degli anni Settanta, le donne hanno affrontato, e in parte vinto, una lotta per i loro diritti sociali e professionali, nonché sessuali. Quel “io sono clitoridea”, nella sua paradossale e gelida dichiarazione, intendeva forse abbattere ogni barriera intima e organizzare l’amplesso in modo scientifico ed efficace.
Dopo che lui le si buttò addosso, le cose però non andarono benissimo. Evidentemente, non è sempre utile rovesciare le carte. Forse uno spazio al gioco e al mistero è necessario. Almeno in questo pianeta e in questo millennio.
Ma ognuno ha i propri gusti e va bene così.
Il Punto G (il termine deriva dal suo “scopritore” Ernst Graefenberg, il ginecologo che negli anni Cinquanta lo descrisse) ha rappresentato un tentativo, diciamo positivistico, di abbattere il mito romantico del mistero femminile. Ed è insieme stato un forte appoggio alla rivoluzione sessuale.
Dove si trovi il Punto G, si sa e non si sa. Pare che sia lì, dentro, salendo un poco e curvando all’indietro (e che quindi la posizione ideale sarebbe “lei sopra” – anche qui attenzione ai simboli). Qualcuno dice di averlo trovato per caso, vagando in zona. Qualcuna sa perfettamente come rintracciarlo. L’amico Graefenberg lo descrisse come un’area, posta a 2-5 centimetri dall’entrata del canale vaginale, particolarmente sensibile alla stimolazione sessuale.
Per quanto ci si dia da fare a trovarlo e definirlo, il Punto G rimane un oscuro oggetto del desiderio, tipo gli U.F.O. o il Tesoretto del governo Prodi. Ci vorrebbero spedizioni di micro-astronauti per tornare a darcene un attendibile resoconto, ma pare che sia inutile.
Pochi giorni fa è infatti apparsa la notizia secondo la quale un gruppo di scienziati del King’s College di Londra ne negano categoricamente l’esistenza. Il punto G, secondo loro, sarebbe un mito propagandato da riviste e da alcuni terapisti.
La questione non si risolve certo qui. Emmanuele Jannini, ricercatore e docente di sessuologia medica all’università dell’Aquila, nega la fondatezza dei risultati britannici, e sostiene che il Punto G, lui, lo ha addirittura fotografato.
Era in piazza Venezia che dava da mangiare ai piccioni.
Favola o realtà, rimane pedagogicamente una buona motivazione per godersi alla meglio il rapporto.

Tags: Interventi · Maurizio Teroni

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