Giulio Mozzi (Padova, 1960). Ha pubblicato varie raccolte di racconti (Questo è il giardino, Theoria 1993, nuova ed. Sironi 2006; La felicità terrena, Einaudi 1996; Il male naturale, Mondadori 1998; Fantasmi e fughe, Einaudi 1999; Fiction, Einaudi 2001) e alcuni saggi (Parole private dette in pubblico, Teoria 1997, nuova ed. Fernandel 2003; Lezioni di scrittura, Fernandel 2002. È consulente per la narrativa italiana di Sironi Editore (http://www.sironieditore.it) e di Einaudi Stile Libero (http://www.einaudi.it). Ha condotto laboratori di scrittura e narrazione presso varie scuole private e presso le università di Padova e Catania. Pubblica dall’agosto del 2000 “vibrisse”, bollettino di letture e scritture (http://vibrisse.wordpress.com). Nel 2006 ha dato vita alla casa editrice in rete vibrisselibri (http://www.vibrisselibri.net).
Teroni – Nel libro “Fiction”, lei utilizza delle storie di cronaca (non so se inventate o meno) e le trasforma in letteratura. Quello che fanno i telegiornali e i vari programmi sui fatti di cronaca (con l’utilizzo di esperti, indizi, ipotesi e altro) può a suo avviso considerarsi una sorta di letteratura mediatica?
Mozzi – Rispondo alla domanda con una serie di domande. Lei dice che in “Fiction” io “trasformo in letteratura” delle “storie di cronaca”. La domanda è: in che cosa consiste, questa “trasformazione”? Che differenza c’è tra queste “storie di cronaca” e la mia “letteratura”?
In che modo si può distinguere una “storia di cronaca” dalla “letteratura”? Se alcune delle “storie di cronaca” riportate in “Fiction” sono state da me “inventate”, non sono forse esse, già di per sé, “letteratura”? O: se ho “trasformate in letteratura” delle “storie di cronaca” vere e autentiche (nel senso di: trovate nei giornali), ciò non potrebbe significare che quelle “storie di cronaca” erano, già di per sé, “letteratura”? Il fatto che lei non sia stato in grado di distinguere le “storie di cronaca” da me “inventate” da quelle non da me “inventate”, non potrebbe significare che le “storie di cronaca” e la “letteratura” non sono di per sé distinguibili?
Teroni – La realtà, l’episodio nudo e crudo, non ha né un senso né un ordine. La letteratura (o la cronaca) lo organizza modellandolo su determinati archetipi, per esempio: la madre che uccide il figlio. Forse la realtà non fa che mettere in scena la letteratura. Insomma, non c’è in fondo il rischio che la letteratura (o la cronaca) incentivino i più svariati crimini?
Mozzi - Suppongo che il rischio si possa valutare su base empirica. Vi sono “crimini” dei quali si possa ragionevolmente dire, con credibili prove, che sono stati “incentivati dalla letteratura”? E, se sì, sono in numero significativo, rispetto alla massa totale dei crimini commessi?
Teroni – Certo che non si può fare della letteratura la responsabile dei crimini. Vi sono tuttavia figure letterarie che raccontano di come la letteratura stessa sia un modello di vita, penso a Don Chisciotte o a Madame Bovary. Andrè Breton affermò che un gesto surrealista sarebbe sparare a caso nella folla. Qualcuno lo ha fatto… Secondo lei, ha senso porre alla scrittura un limite etico? O la letteratura deve essere svincolata da certe responsabilità?
Mozzi – Vi sono anche opere letterarie che raccontano di come la cronaca sia un modello di vita: per fare un esempio nobile, “L’adolescente” di Dostoevskij. Il cui protagonista – avendone letto nei giornali – sogna di diventare ricco come un Rothschild; o, più esattamente, sogna di diventare Rothschild.
La domanda: “Secondo lei, ha senso porre alla scrittura un limite etico? O la letteratura deve essere svincolata da certe responsabilità?” è secondo me mal posta per queste ragioni: 1. non mi risulta che esistano “limiti etici”; 2. la “scrittura” e la “letteratura” non sono persone, e solo le persone fanno scelte.
Scrittura e letteratura sono cose fatte da uomini e donne, e non vedo come si possa immaginare che uomini e donne siano responsabili di ciò che fanno quando fanno certe cose, e non siano responsabili di ciò che fanno quando fanno altre cose. L’ “etica delle regole” può concepire dei “limiti etici”, ma non vedo perché dovremmo abbassarci a un’ “etica delle regole”. L’ “etica della virtù” non può concepire “limiti etici”. “Conosci te stesso” (Sibilla), “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Gesù), “Ama e fa’ ciò che vuoi” (Agostino), “Agisci in modo che il tuo agire sia un principio universale” (Kant, citato a memoria: la frase originale è più complessa): queste sono varie formulazioni di “etica della virtù”.
Teroni: Ogni uomo è responsabile delle proprie azioni, anche quando tra le proprie azioni c’è il fare letteratura. Tuttavia la letteratura sfugge alle responsabilità dell’autore, dal momento che altri – il lettore o la storia – se ne fanno interpreti. A questo proposito le chiedo: ha senso, secondo lei, indagare sulla psiche o la biografia di un autore per interpretarne l’opera o è unicamente all’opera che dovremmo chiedere ragione di sé stessa?
Mozzi: Anche la gastronomia sfugge alla responsabilità del cuoco, allora, visto che poi sono altri che mangiano e che dicono se è buono o cattivo. Anche la falegnameria sfugge alla responsabilità del falegname, visto che ho ammazzata mia moglie con la sedia fatta dal falegname. Anche la legislazione sfugge alla responsabilità del legislatore, visto che poi i cittadini fanno quello che vogliono, i giudici interpretano, eccetera.
Quanto alla domanda, non mi sembra irrilevante sapere che le poesie di guerra di Ungaretti sono state scritte in trincea. Così come non mi sembra irrilevante sapere che nei quindici/venti anni successivi Ungaretti le ha limate, lavorate, ristrette eccetera. Peraltro, ho letto molti libri di Thomas Mann senza sapere praticamente niente della sua vita e senza averne curiosità.
Mi pare, peraltro, che “interpretare” e “chiedere ragione di sé” siano cose diverse.
Infine, non mi risulta che si possa “indagare” sulla psiche di una persona, se non in una relazione terapeutica (e comunque il verbo “indagare” mi pare pesante).
Teroni – D’accordo che tutto è soggetto a interpretazioni, ma, senza togliere nulla ai cuochi o ai falegnami, la letteratura va soggetta a interpretazioni in modo più vasto e duraturo, se dura, nella storia. Il problema è, che so, dire, per esempio, che gli scritti di Nietzsche sono il fondamento filosofico del nazismo. Forse la questione è che, dietro un’interpretazione, c’è sempre un’ideologia.
Per quanto riguarda l’indagare, ricordo un professore universitario che faceva una vera e propria psicanalisi degli autori, a partire dal testo (per esempio, l’omosessualità in Leopardi… la fase anale in Gadda… cose così). Che ci importa, in fondo, della vita privata di uno scrittore?
Mozzi – Non è vero che la letteratura vada soggetta a interpretazioni in modo più duraturo (rispetto alla falegnameria eccetera): io posso fracassare la testa a mia moglie anche con una sedia del Duecento. Che le interpretazioni siano più vaste, d’accordo.
Non mi risulta che gli scritti di Nietzsche siano il fondamento filosofico del Nazismo. Ho letto anche, qualche anno fa, il famoso libro di Adolf Hitler, “Mein Kampf”, e non mi è parso di trovare echi nicciani.
Quel professore universitario faceva immaginazioni, non “indagini”. Se io dico: Ungaretti scrisse queste poesie in trincea, e poi le rielaborò per vent’anni, parlo di qualcosa che può essere “indagato”. Se parlo della psiche di Leopardi o Gadda, che sono pure morti da un bel po’, faccio delle immaginazioni. Lecite, per carità. Ma a me interessa far notare che sono due piani completamente diversi.
Teroni – Vorrei concludere questo nostro dialogo riallacciandomi alla prima considerazione, ovvero se sia o no differenza tra “cronaca” e “letteratura”, per cercare di giungere a una definizione di eventuali differenze.
La mia impressione è che si scivoli in un relativismo da cui è impossibile sbrogliarsi.
Insomma, la strage di Cogne raccontata al TG5 e “Delitto e castigo” di Dostoevskij trattano entrambi di un crimine. Forse la differenza è, oltre che qualitativa, sostanziale: Dostoevskij racconta un crimine sviscerandone le contraddizioni etiche; il TG5 rimane a un livello superficiale, spesso fazioso e, soprattutto, ha lo scopo di distrarre, di non fare pensare.
Mozzi – Ma: un racconto è un racconto; classificarlo “cronaca” o “letteratura”
è un problema. Spesso si dà alla parola “letteratura” una valenza positiva: un bel romanzo è “letteratura”, un brutto romanzo non è “letteratura”; un articolo assai ben fatto può essere considerato “letteratura” (specie se il suo autore, magari, pubblica anche opere di finzione): vedi gli articoli di Buzzati ecc.
In realtà, tra un racconto di “cronaca” e un racconto di “letteratura” c’è, secondo me, una sola differenza sostanziale: che l’autore di un racconto di “cronaca” si impegna, in quanto sta facendo della “cronaca” (e il suo racconto esce in un giornale ecc.), a raccontarmi una verità di fatti (nei limiti del possibile); l’autore di un racconto di “letteratura” non necessariamene si impegna a raccontarmi una verità di fatti. Un romanzo può raccontare cose vere e cose inventate; un pezzo di cronaca no.
Tutte le altre distinzioni mi sembrano inutili. Di un pezzo di cronaca o di un’opera letteraria potremo poi avere un giudizio: diremo “bello” o “brutto”. Nel momento in cui un testo è “bello” o “brutto”, che cosa me ne importa se sia considerato cronaca, letteratura, narrazione, giornalismo, poesia, eccetera?
Trovo – sinceramente – un po’ bizzarro confondere un puro e semplice lavoro tassonomico, con il quale si stabilisce se un certo oggetto appartiene a una certa specie o a una cert’altra specie, e il lavoro del giudizio, con il quale si dichiara se si ritiene un certo oggetto, indipendentemente dalla specie alla quale appartiene, bello o brutto, buono o cattivo eccetera.

2 responses so far ↓
1 Notizie dai blog su UN’INVOCAZIONE di Giulio Mozzi // apr 18, 2010 at 12:30
[...] Per una definizione di letteratura: intervista a Giulio Mozzi Giulio Mozzi (Padova, 1960). Ha pubblicato varie raccolte di racconti ( Questo è il giardino , Theoria 1993, nuova ed. Sironi 2006; La felicità terrena , Einaudi 1996; Il male naturale , Mondadori 1998; Fantasmi e fughe , Einaudi 1999; Fiction , Einaudi 2001) e alcuni saggi ( Parole private dette in pubblico , Teoria 1997, nuova ed. blog: Strade Possibili – letteratura e realtà italiana | leggi l'articolo [...]
2 Notizie dai blog su Collettiva e promozione di arte, poesia, letteratura, teatro 8 luglio // giu 22, 2010 at 12:16
[...] Per una definizione di letteratura: intervista a Giulio Mozzi Giulio Mozzi (Padova, 1960). Ha pubblicato varie raccolte di racconti ( Questo è il giardino , Theoria 1993, nuova ed. Sironi 2006; La felicità terrena , Einaudi 1996; Il male naturale , Mondadori 1998; Fantasmi e fughe , Einaudi 1999; Fiction , Einaudi 2001) e alcuni saggi ( Parole private dette in pubblico , Teoria 1997, nuova ed. blog: Strade Possibili – letteratura e realtà italiana | leggi l'articolo [...]
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