La Divina Commedia apre con un’immagine che è l’allegoria dello smarrimento. Dante ci racconta della propria condizione esistenziale e, per darne un’idea concreta, la trasforma in selva e pone se stesso, personaggio e narratore, nel centro di quella situazione angosciosa.
Un indizio fondamentale ci spinge a credere che questo episodio sia da situarsi nel 1300: l’incipit, “Nel mezzo del cammin di nostra vita”. Secondo tradizione biblica, la vita media di un uomo è di settant’anni. Il “mezzo del cammin” corrisponderebbe quindi al trentacinquesimo anno di età. Dante compiva trentacinque anni nel 1300, anno, oltretutto, del giubileo indetto dal papa Bonifacio VIII. Evidentemente, questi calcoli o interpretazioni lasciano il tempo che trovano e non cambiano la sostanza, di per sè chiara, del testo: “Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai per una selva oscura…” La notte è quasi al termine, l’alba è vicina. Essendo primavera, supponiamo che siano circa le cinque.
Dante si trova all’improvviso, non sappiamo né come né perché, in un bosco, una selva. È solo e smarrito. Ipotizziamo che ne esca da una lunga notte. Che ci faceva Dante in piena notte in mezzo a un bosco? È andato per funghi e si è perso? Fuggiva da qualcosa? O ci è capitato per errore? Forse sta semplicemente sognando.
Certi particolari in effetti lasciano supporre che l’ipotesi del sogno sia plausibile. Innanzitutto perché è notte; poi per la frase “tant’era pien di sonno a quel punto” che, letta allegoricamente, indica il sonno della ragione, ma suggerisce anche uno stato di intorpidimento: quella condizione velata tra sonno e veglia in cui le immagini del fuori ci raggiungono sotto forma di fantasmi.
Il fascino della letteratura è forse proprio questo essere un allucinante sogno ad occhi aperti, tanto più intrigante quanto più capace di trascinarci nell’allucinazione che ci racconta. Come i sogni, la letteratura utilizza delle immagini, delle situazioni, delle suggestioni con cui ci propone, senza dichiararlo apertamente, qualcosa. Tutti sappiamo che la letteratura mente, eppure la sua forza consiste proprio in questo suo accompagnarci, mentendo, dentro una verità.
Mi piace quindi pensare in quel Dante perduto nella selva, un Dante parallelo (forse più reale, ma meno vero) che dorme e sogna di sé stesso smarrito, e quel sé stesso nella selva diviene l’immagine simbolo di un uomo che, giunto a metà della propria vita, non ancora vecchio, non più giovane, prende consapevolezza concreta e angosciosa della morte.
L’orrore provocato da questa presa di coscienza, lo porta quindi a sentirsi perduto nel groviglio dei propri tormenti, tra tutto il non risolto che ogni uomo si trascina con sé.


ed è questo sogno lucido che tormentava dante, mica il sapere se avrebbe trovato un editore, quante copie avrebbe venduto, se lo avrebbero chiamato a Porta a Porta…
oggi la selva è un giardinetto di plastica, si è smarriti già prima di mettervi piede.
mi piace che tu sia riuscito a farmela piacere anche a me, è un pò il mio pensiero di questi anni
Consigliami una versione…un pò benigneggiante
Ciao papà
Consiglio un’edizione della Divina Commedia che abbia un buon apparato di commenti. Anche le edizioni economiche, comunque, hanno dei discreti commenti, per chi non vuole andare troppo nello specifico. Per quanto riguarda versioni benineggianti, l’unica è guardarsi i commenti di Benigni, che sono unici, ma che hanno dei limiti e delle inesattezze a livello interpretativo.
Rettifico: di Benigni non ci sono solo i dvd su Dante, ma anche un libro (Einaudi) appena uscito: Il mio Dante. Gli ho dato un’occhiata e mi è parso molto interessante.