La lingua italiana, che è, per tradizione, poetica, fitta di parole arcaiche, astratta e, ora più che mai, aperta a qualsiasi importazione anglofona, si presta per natura alla supercazzola. Sui biglietti dell’autobus c’è scritto obliterare. Ditemi voi se questa non è una supercazzola? O cos’è: una lezione di italiano forbito?
La nostra lingua scarseggia in concretezza e, non a caso, manca alla nostra letteratura una salda tradizione narrativa. Avete mai notato come i dialetti siano più pienamente vicini alla realtà, rispetto all’italiano? L’italiano burocratico è allucinante. L’italiano parlato rimane frammentato tra le varie regioni. L’italiano scritto si mantiene, come una signorina schifiltosa, a distanza di sicurezza da quello parlato. Ufficialmente, usiamo parole vaghe, spesso senza saperne il preciso significato. Di conseguenza, i concetti che esprimiamo sono persi in una nube di incertezza. Come noi italiani, la nostra lingua è piena di ambiguità (provate, per esempio, a spiegare a un qualsiasi straniero perché usiamo la doppia negazione… Non ci si capisce niente.) L’italiano è privo di logica. Per sfuggire a questo, molti italiani (e sono forse poi quelli che si dicono nazionalisti) insistono nell’uso di parole straniere. Su tutte, l’inglese.
Perché tanti usano la parola week-end, invece di fine settimana? Che motivo parapsicologico c’è alla base? Una volta una mi ha corretto, perché, riferendomi alla catena di negozi H & M, ho detto “acca e emme”. Mi ha fatto notare, trattandomi da sprovveduto, che si pronunciava all’inglese: “eic end em”.
Questo è delirio alla stato brado. Se si vanno a toccare questi tasti, c’è poi sempre il rischio di cadere nelle ambiguità ideologiche; dato che, usare certi anglismi, pare sia segno di mentalità progressista.
Così, mentre lasciamo che qualsiasi novità culturale, anche la più becera, prenda spazio in noi, siccome tutto ciò che è straniero è per noi italiani molto cool, con una superficialità imbarazzante sostituiamo le nostre parole con parole estranee alla nostra pelle. Rendiamo così il nostro linguaggio sempre più ridotto e misero, stringendo il recinto di una lingua che sarebbe, per sua natura, ricchissima, piena di parole radicate nella nostra storia e nella nostra realtà, smettendo di usarle, dimenticandole, facendole morire. Intanto importiamo (oltre che petrolio, hamburger, gas, legno e pure pomodori…) parole.
Ignorando che, in questo modo, stiamo facendo a pezzi la nostra già precaria identità nazionale. Già stentiamo a comunicare tra noi, diffidiamo uno dell’altro, ci temiamo. Tradendo la nostra lingua finiremo per dare un definitivo taglio alle nostre radici. Finiremo per non riconoscerci più. Già ti vedo, fratello d’Italia, davanti allo specchio a domandarti: “Who are you?”
L’italiano
settembre 18th, 2008 · 2 Comments
Tags: Interventi · Maurizio Teroni

2 responses so far ↓
1 francog // set 18, 2008 at 12:51
qui una volta sui biglietti c’era scritto “obliterare”… ora per fortuna siamo passati al “convalidare”. qualche passo avanti si fa, ogni tanto.
per il resto concordo, pur essendo poco legato all’identità nazionale. pigrizia mentale e ignoranza sono nemiche di un certo peso. la battaglia è dura.
2 Maurizio Teroni // set 18, 2008 at 15:57
In effetti Franco ha ragione. Mi sono sbagliato: c’era scritto “obliterare”. Quindi ho corretto “vidimare” in “obliterare”. Ma il concetto non cambia.
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