Anni fa, mentre viaggiavo in treno direzione Roma, immerso nella lettura di un libro, entrò nel mio scompartimento una ragazza. Alzai due secondi gli occhi: non era bella né brutta, aveva però qualcosa di maliziosamente folle nello sguardo.
Non aveva bagagli, niente con sé. Sedette pochi minuti, poi se ne andò. Poi ritornò, questa volta con una borsa. La sistemò e rimase lì per il resto del viaggio. Ci vollero pochi minuti per presentarci. Il pretesto era stato il mio libro. Parlammo del più e del meno. Giunti a Roma, mi lasciò il suo numero.
Ero totalmente, come si dice, disimpegnato. Anzi, ero in una fase della vita in cui non riuscivo, non solo a stabilirmi con una persona, ma nemmeno in un luogo. Avevo un impellente e continuo bisogno di fuga, e di novità quindi.
Dopo qualche settimana la richiamai, e ci sentimmo diverse volte. Un giorno ci decidemmo per un incontro. Abitava ad Aulla. Io a Genova. Non era lontana, e allora partii.
Partii una domenica mattina, in macchina. Avevo le idee abbastanza chiare di cosa potesse accadere e di cosa avrei voluto accadesse. Forse anche lei. Tutto lasciava supporre un certo seguito.
Mi dette appuntamento all’uscita dell’autostrada, e fu anche puntuale. Chiacchierammo un poco, giusto per sciogliere il disagio, poi, siccome era ora di pranzo, andammo in un ristorantino scelto da lei.
Ci stavamo divertendo. Parlavamo bene, senza grossi disagi. All’antipasto, mantenevamo una certa forma. Al primo ci eravamo già addentrati in narrazioni intime. Al secondo, i nostri piedi si sfioravano con una frequenza ben oltre il casuale.
Poi arrivò il sorbetto. Io mi ero scolato - praticamente solo – una bottiglia di vino. Il sorbetto era contenuto in un lungo e stretto calice, colmo della cremosità liquida sorbettesca, con una cannuccia che spuntava. Lei, fissandomi dritto negli occhi, prese a (come posso dire se non) succhiare.
Il livello del suo sorbetto calava e lei mi fissava e io pensavo: oh! Giunta alla fine, tirò fuori la cannuccia e si lasciò cadere le gocce di sorbetto sulla lingua. Fissandomi. E io pensavo: esagerata!
In effetti era tutto un po’ troppo esasperato. Avessi avuto ancora un minimo di ragione funzionante, mi sarei reso conto che la situazione, nella sua chiarezza, era oscura.
Bene, dissi, e… perché non mi fai vedere casa tua? Lei disse: E perché no?
Quindi ci alzammo e via. Pagai l’intero conto con somma leggiadria.
Ora, dovete sapere che Aulla è un posto divenuto noto alla cronaca italica per un monumento a Bettino Craxi. Io non lo sapevo. Lo scoprii mentre ci avviavamo a casa sua. Mi trovai, infoiato e sbronzo, a fissare esterrefatto la statua di Craxi. Lì mi venne il sospetto che stessi sognando. O che fossi capitato in un posto di pazzi completi.
Mi affrettai comunque a seguirla a casa. Lì dove, entrati e seduti comodi sul divano, spalla a spalla, levati gli ormeggi, con un guizzo felino mi lanciai su di lei.
Per tutta risposta, lei mi mise una manco in faccia, bloccandomi, mentre si divincolava dalle mie grinfie, a guisa di Madre Teresa di Calcutta.
Non so come dire: è come vedere un giocatore che si scarta tutti, portiere compreso, arriva davanti alla porta vuota, tira e prende palo. Subito non rimane che la sorpresa.
Rimasi a bocca aperta e asciutta. Lì sul divano, ad Aulla, dove c’è la statua di Craxi.
“Per chi mi hai preso?!” disse. Credo di non aver neppure risposto.
Andammo a farci un giro, per sciogliere il tremendo disagio. Ci facemmo una bella sana passeggiata. Mangiammo anche il gelato.
Il gelato… e lei riprese con la nota tiritera. Sleccazzava quel cazzo di gelato fissandomi e sorridendo. Forse, pensai, ho solo sbagliato i tempi.
Che babbeo! Insomma, giunti a un panchina, ci sedemmo… Lei mi si premeva addosso. E io ci riprovai. E cozzai di nuovo contro un secco rifiuto.
Ma non finì lì… Arrivammo a sera con quello stesso tira-molla incredibile, che si ripeté in svariate forme, sempre più allusive e infingarde.
Quando, alla fine della giornata, le chiesi sfinito di riaccompagnarmi alla macchina, il viaggio di ritorno fu pesantissimo. Prima di scendere, mi sussurrò: “Perché vai via così presto?”
Avevo già la mano sulla leva d’apertura. “Come perché?” dissi.
“Beh… ho solo bisogno di tempo…” mi precisò fissandomi negli occhi, con quel solito sorriso ambiguo.
La guardai. Guardai fuori. Pensai alla statua di Craxi e dissi, aprendo la porta: “Ma vattene affanculo!” E tornai a Genova fottuto e fiero.
Sapete che lavoro faceva?
La psicologa! Occhio di chi ti fidi… amico lettore.
All’ombra di un monumento a Craxi (elegia)
luglio 13th, 2010 · 8 Comments
Tags: Maurizio Teroni · Narrazioni


8 responses so far ↓
1 Massimo Vaj // lug 14, 2010 at 13:12
La maggior parte degli psicologi sono spostati psichici che s’illudono, studiando psicologia, di poter guarire. Mia moglie è una Psicologa, ma si è laureata dopo tanti anni di convivenza, e mi rifiuto di pensare che l’abbia fatto per guarire me. Lei dice che essere psicologi equivale, quasi sempre, ad appartenere a una congrega satanica senza nemmeno aver perso tempo per giurare fedeltà al maligno.
2 Maurizio Teroni // lug 14, 2010 at 15:30
Beh, visto che hai la moglie psicologa, preciso che non credo siano tutti sposati gli psicologi. Certo, diciamo che è importante avere la fortuna di trovarne uno o una bravo/a.
3 Nicoletta // lug 14, 2010 at 20:58
inconvenienti da latin lover…sono lieta che ancora sei un uomo di penna
4 Maurizio Teroni // lug 14, 2010 at 21:14
Più che latin lover, direi latrin lover.
5 copiaincolla // lug 16, 2010 at 08:23
tempo fa lessi che il Comune di Aulla aveva messo in vendita la statua, ma che nessuno fece un’offerta adeguata.
L’opera è indubbiamente orrenda ma, nell’attuale quadro politico, i suoi estimatori saranno certo in aumento.
6 Maurizio Teroni // lug 16, 2010 at 15:58
Forse porta sfiga… almeno, a me l’ha portata.
7 Massimo Vaj // lug 18, 2010 at 15:16
Chi è poco incline alla pazienza chiama sfiga la fortuna e fortuna la sfiga… ;)
8 Massimo Vaj // lug 18, 2010 at 15:28
Bettino Craxi era un estimatore di Garibaldi, come l’eroe dei due mondi a una gamba fu ferito. Terminato che fu il suo lavoro nel primo mondo andò nel secondo, forse era già il terzo, a portare le sue competenze rivoluzionarie e il suo coraggio. Chi potrebbe dire che Craxi non avesse un gran coraggio a farsi vedere in giro?
In quella statua stringe dei fogli a sé, e non è dato conoscere il numero dei conti correnti bancari scritti sopra e portati nell’aldilà.
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