Ne uscivo da una brutta nottata e stavo guidando lungo la tangenziale fumante di afa. Il fondale del rettilineo sembrava liquido e in strada non c’era nessuno, a parte me (anche se non ero sicuro di esserci). Tutti, a quanto pare, erano rintanati in casa, chiusi nel frigorifero a bersi una birra.
Ero in riserva. E mentre con un occhio noto la spia arancio accesa, con l’altro vedo un distributore emergere dalla strada. Rallento, accosto e mi fermo. Nessuno. Scendo, mi guardo attorno, nessuno.
Per un attimo ho pensato fosse self-service e stavo già calcolando di puntare al prossimo. Non avevo la forza necessaria per farmi il pieno. Anzi, in realtà non avevo la forza necessaria per fermarmi, e stavo già valutando la possibilità di ripartire, quando vedo arrivare verso me, avvolta dai vapori estivi, una figura.
Una figura indecifrabile, dal punto di vista sessuale. Poteva essere un uomo fatto strano o una donna fatta strana. Poi, guardandola meglio, capisco che è una donna. Una donna che ha preso tutta la propria femminilità e l’ha lanciata via. Rimaneva una tuta spessa, occhiali grossi e quadrati, un berrettino a visiera e una sigaretta tra le labbra.
Inespressiva, senza un sorriso, senza un accenno di minima cordialità, mi guarda come se non mi vedesse. Sembrava proprio una che se ne fotteva completamente di tutto. E questo, debbo precisare, le dava un certo fascino.
Dico io: il pieno, grazie.
Lei afferra la cicca tra la punta del pollice e dell’indice e le fa fare un volo, di due metri circa, non troppo lontano dalla pompa del gasolio. Ho visto precisamente la parabola del mozzicone, partire dalla sua mano e planare sull’asfalto. E sono rimasto a fissarla.
E ho pensato: oh cazzo… Non osavo dire niente (perché mi sembrava, come dire, da paranoico), però qualcosa nel mio cervello aveva fatto la somma caldo+sigaretta+benzina e, insomma, non mi sentivo propriamente tranquillo. Intanto la benzinara aveva inserito il manicotto per il pieno automatico. Vedendo forse la mia faccia perplessa, ha fatto tre passi ed è andata a piazzarsi sopra il mozzicone con un piede. Senza far gesto di spegnerla. L’ha fatto come se fosse arrivata lì per caso, facendosi un giretto. Se n’è quindi rimasta lì tutto il tempo necessario per il pieno, con i pugni sui fianchi, fissando la pianura di palazzi e niente. Sembrava un generale in ispezione.
Certo che il benzinaro è un lavoro da duri. Te ne stai lì, tutto il porco giorno, ad aspettare gente che passa e se ne va. Magari a qualcuno gonfi le gomme, cambi l’olio, scambi due parole, ma, per il resto, è attesa… in quelle baracchette di alluminio. Che sia pioggia, sole rovente, freddo cane, te ne devi star lì ad aspettare, più avere a che fare con qualsiasi testa di cazzo ti capiti come cliente. Ho visto tanti benzinari in vita mia, ma ne ricordo pochi allegri, pochissimi. È un mestiere, credo, logorante. Mi auguro che renda bene, a soldi; anche se non credo: gestisci in subappalto un marchingegno non tuo, e ti prendi una percentuale, probabilmente bassa. Intanto i petrolieri si fumano dei sigari alle Bahamas.
La benzinara
luglio 6th, 2010 · 1 Comment
Tags: Maurizio Teroni · Narrazioni

1 response so far ↓
1 copiaincolla // lug 13, 2010 at 07:48
di come il mondo sia conseguenza del punto di vista da cui lo si osserva.
Basta spostarsi di un centimetro, basta osservarlo da un gabbiotto sul lato della strada ed è un altro universo
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