Dal 1 febbraio al 31 luglio presso tutto le Coop Estense il mercoledì, per ogni euro di spesa, si otterranno 3 punti. C’era un enorme 3 che campeggiava in rosso su un cartellone due metri per uno. Era la prima cosa che si notava entrando: il cartellone era piazzato in mezzo al corridoio. Impossibile non vederlo e difficile evitarlo. Quel 3 appariva come la soluzione a tutti i problemi italiani.
C’era forse qualcosa di teologico dietro? Aveva a che fare, forse, con la triade divina? Di certo si poteva dedurne che il mercoledì ci sarebbe stata la ressa di clienti, perché i punti fanno gola più di qualsiasi sconto. Sono diventati qualcosa di diffusissimo e che ha alle spalle, evidentemente, studi di psicologia del consumatore. Si attiene a un principio inconscio, che è quello di essere premiati. Non importa con quale premio. Ciò che conta è far punti, che rappresentano simbolicamente una conquista. Non a caso, tutte le aziende tessono il gioco dei punti, e stabiliscono un premio a seconda dei punti raggiunti. Naturalmente, poi, questi premi sono inezie.
Personalmente, solo una volta mi sono intestardito a raccogliere punti: era legato ai pieni di benzina, tanti litri tanti punti. Miravo a vincere un un giubbotto che, nella fotografia pubblicitaria, sembrava di gran fattura. Ci credo, era indossato da un modello bellissimo e iperatletico – e probabilmente il giubbotto era fatto su misura. Quando l’ho indossato io (perché l’avevo ottenuto) sembravo l’omino Michelin. Mi cadeva dalle spalle, eppure la taglia era giusta.
L’ho usato un giorno solo, sentendomi goffissimo. Poi ho cominciato ad appenderlo all’attaccapanni, quindi è finito in un armadio, in un angolo, dove fiorivano ragnatele. Ogni volta che mi capitava sott’occhio mi dava sui nervi. Dovevo liberarmene e l’ho fatto: è finito in uno di quei raccoglitori di abiti usati. Gettato via… e dubito di aver mai speso tanti soldi per un capo d’abbigliamento. A calcoli fatti, ci avevo lasciato qualcosa come 1.500 euro di benzina. Bell’affare!
Insomma, si sa che la storia dei punti è un simpatico modo per farci incastrare, tant’è ci caschiamo. Chi lo fa si giustifica dicendo che, in ogni caso, deve comprare. Tanto vale comprare lì dove ti danno i punti o la marca che ti dà punti. Il fatto è che ci sfugge sempre il meccanismo subdolo in cui siamo incappati: stiamo al gioco di un’azienda, ci facciamo imbambolare da quattro cinici studiosi di marketing. Per loro non siamo altro che pesci, e devono solo indovinare l’esca giusta.
L’idea che, con i punti, si ottenga un premio o un regalo (perché così viene spesso definito) è l’evidenza di un miraggio: stai pagando un certo prodotto a prezzo maggiorato (perché, con quel prezzo, finanzi il meccanismo pubblicitario), e la stessa maggiorazione che hai subito si trasforma in un regalo che l’azienda dice di farti (quando, in realtà, al limite, è un regalo che ti sei fatto da te, ma un regalo che solo apparentemente hai scelto). Il miraggio di libertà nella scelta si trasforma in un obbligo di scelta, da te stesso convenuto e accettato. E quella scelta che tu, con il miraggio della libertà, hai fatto, diventa una delle tue tante piccole prigioni (prigionia di essere fedele a un certo prodotto o a una certa azienda, oltre che perdita di preziosissimo tempo).
Insomma, direi che il mercato in genere (e la politica, come proliferazione marcia del mercato) ci sta perfettamente addestrando a farci abbindolare privi di qualsiasi consapevolezza. Come girarselo da sé stessi in culo, con l’illusione di averlo messo, e la delusione di averlo preso. Ha dello schizofrenico…
La fidelizzazione come forma di fregatura
giugno 21st, 2010 · 1 Comment
Tags: Interventi · Maurizio Teroni


1 response so far ↓
1 copiaincolla // giu 23, 2010 at 11:40
un esempio per illustrare la tua giusta conclusione: hanno tolto l’ICI e ora mettono l’IMU. Di fatto alla fine paghi uguale (o più) per meno servizi.
Ma il tabellone dirà che hanno ridotto le tasse
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