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Abbuffata domenicale

maggio 16th, 2010 · 1 Comment

Vivo in Emilia da qualche anno e il mio colesterolo indica una lieve soglia di allarme. Non so se questo dipenda dall’età, da fattori ereditari, da questioni psicosomatiche o perché la soglia minima di colesterolo sia stata aumentata (per vendere più medicine eccetera) o se dipenda dal fatto che, appunto, sono venuto a vivere in Emilia, terra delle abbuffate più abbuffanti.
A riprova di ciò che dico porto un monumento. Tutte le città o i paesi italici vantano nelle loro piazze un monumento di genere patriottico risorgimentale o simili. Anche qui ci sono, ma nella piazza centrale di Castelvuovo Rangone (provincia di Modena) potete ammirare un monumento al MAIALE. Esso maiale, grufolante e notoriamente sudicio, è qui in zona considerato una divinità: onorato, pregato, temuto, ingrassato e cotto.
Trattorie e ristoranti, qui in zona, pullulano. Oggi domenica, con la mia moglie e le mie figliole, siamo partiti in missione scorpacciata. Ce ne hanno consigliato un ristorante su per i colli. Ci si prepara e si parte.
Giunti nello spiazzo davanti all’entrata, notiamo gruppi di gente che beatamente fuma. Hanno un’espressione sazia. Posteggiamo, carichiamo seggiolini borse e bimbe e ci avviamo. Una cameriera sorridente ci chiede se abbiamo prenotato… sì. Ci addentriamo quindi tra corridoi di tavoli e sedie, dove una baraonda di gente è china sui piatti. Noto sguardi voraci, bocche spalancate e tortellini.
La cameriera ci fa segno di seguirla. Avendo una bimba in braccio e due seggiolini pieghevoli in spalla, distribuisco colpi qua e là con relative scuse. Poi mi rendo conto di aver perso la moglie e una figlia. Mi volto e le inquadro un poco dietro, bloccate da un passaggio di camerieri. Gli faccio un segno… qui… Il tavolo che ci è stato affidato è circondato da una tavolata enorme, più due tavoli e tre piante (grasse).
Mi tolgo la giacca, poso la bimba, tiro fuori il seggiolino e comincio a montarlo. Mentre faccio tutto questo, sorrido a mia figlia, la quale sembra smarrita. Forse teme che si mangino anche lei. In effetti, siamo accerchiati da sguardi famelici.
Sulla mia destra c’è una donna sui cinquanta, faccia larga, taglio stile Cleopatra, debordante scollatura e una fetta di arrosto tra i denti. Vicino a lei una ragazzina, anche lei sta sbranando un pezzo di carne. Mi giro e mi cade l’occhio su una faccia paonazza che, trangugiando vino, mi fissa con sguardo assente. Poco oltre una vecchia sta risucchiando un grumo di spaghetti. E dappertutto facce che masticano  con gli occhi persi nel vuoto. Alcuni sono seduti in una condizione di resa, abbandonati allo schienale, davanti a  un tavolo pieno di briciole e piatti ripuliti. Intanto i camerieri stressatissimi sfrecciano portando ulteriori vassoi.
Sussurro a mia moglie: “Non ti sembrano tutti un po’ mostruosi qui dentro?” Lei accenna un sorriso e annuisce. Il particolare che li rende particolarmente mostruosi è un abbigliamento tra l’elegante e il fetido. Il trucco esagerato sui volti delle donne   gli dà una parvenza plastica: la luce cade su certi visi e li rende orripilanti. Soprattutto quando spalancano la bocca per buttarci dentro una forchetta ripiena. C’è una strana luce negli occhi di tutti qui e, come mia figlia, ho un attimo di smarrimento.
Mi siedo e ordino acqua, e anche vino. Ma non posso fare a meno di guardarmi attorno. Solo in queste occasioni mi rendo conto di quanti uomini si tingano i capelli.
Come antipasto c’è il buffet… Ti alzi e ti servi da te: prendi quello che vuoi, quanto vuoi. Mi si presenta un’incredibile varietà di verdure crude e cotte, funghi, uova, l’universo vegetale sott’olio. Prendo tutto il possibile, tutto quello che riesco a far stare nel piatto.
Poi torno a tavola e attacco a sbafare e a bere. Insomma, mi butto nel vortice gastronomico. Passo al primo, al secondo, al contorno…
Dopo un’ora, riguardando la gente, mi sembrano tutti meno strani, forse perché sono un po’ brillo. Mi cade l’occhio sulla bottiglia di vino vuota. Mia moglie beve poco e le mie figlie sono ancora astemie… Ho lo stomaco gonfio e un senso di stordimento che mi avvolge. Ora mi sento molto simile a quel vecchio dall’occhio bollito, che sembra crollare sul tavolo. Che io sia passato dalla parte dei mostri?
Bisogna reagire! Chiedo alla cameriera un caffè. “Uh” mi fa ridendo “c’è tempo. Lo vuole ancora un po’ di prosciutto?”
“No… no!” le dico. Forse qui tengono i clienti prigionieri e gli danno da mangiare finché crepano. Questo pensiero mi passa rapido per la mente… è il vino.
E intanto vedo entrare una coppia, mano nella mano. Si guardano imbarazzati attorno. Nei loro occhi, mi sembra di notare lo stesso smarrimento che avevo provato io. Eppure, tra poco anche loro saranno dei nostri.
Mi raggiunge, da un tavolo, il suono di un rutto.

Tags: Maurizio Teroni · Narrazioni

1 response so far ↓

  • 1 Massimo Vaj // lug 10, 2010 at 16:55

    Eccheccacchio! Io no che non scivolerò nella trappola, io vegetariano sono, da quarant’anni, e quando mia moglie – ch’è mantovana e i suoi parenti coltivano maiali al posto degli ortaggi – porta un salame dal paese… io lo mangio solo per dimostrare al mondo di non essere uno rigido con le fette di salame davanti agli occhi. Lo so che quei maledetti glielo danno apposta il salame da portare a casa. Il maiale si differenzia dalle vongole perché non ha perle in mezzo, ma è comunque difficile da digerire se fa caldo.

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