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Diario argentino (lungo il fiume)

febbraio 28th, 2010 · 1 Comment

L’Argentina, come tutto il sud America, è un paese fitto di contraddizioni e contasti sociali. La forbice economica che differenzia i poveri dai ricchi, se in Italia è ampia e in questi anni si è ancora più accentuata, in Argentina è al limite. Questo divario sociale è rappresentato dall’esistenza di due realtà opposte: le villas e le country. Le villas (il nome esteso è villa miseria, Wikipedia la definisce un “insediamento informale formato da case precarie”), parallele alle favelas brasiliane, sono una sorta di quartiere in cui vivono i più poveri, i più emarginati, e dove la legge stenta a penetrare. Sono luoghi infrequentabili, se non dagli stessi abitanti delle villas. Tutti coloro che ho conosciuto mi hanno detto di non esserci mai entrati. Si tratta quindi di zone inaccessibili dall’esterno, un luogo chiuso, per quanto privo di reali barriere.
Le country sono invece l’esatto opposto: quartieri pensati e creati apposta per gli iper-benestanti. Chiuse da mura, cintate da filo spinato, sorvegliate giorno e notte da guardie, sono l’emblema della ricchezza. Non ho avuto modo di visitarne una. Le ho solo viste dall’esterno. Ho visto un recinto di alte mura, appunto, e un’entrata, dove c’erano due guardie e un grande cancello. Diego mi ha raccontato che, se sei invitato a una cena o a una festa all’interno di una country, devi presentare il tuo documento all’entrata. Le guardie controllano i tuoi dati ed eventualmente ti fanno passare.  Lì dentro, naturalmente, si abbonda in fatto di lussi.
Si tratta comunque di una realtà imprigionata in sé stessa, che vive uno sfarzo paranoico. Villas e country, quindi, per quanto opposte, sono entrambe condannate all’esclusione dal resto del mondo.
Mi sembra un’ottima metafora della realtà, non fosse semplicemente realtà.
Viaggiamo in auto da Banfield (a sud di Buenos Aires) diretti verso nord. Dall’autostrada si può ammirare una villa, l’ultima nata: chilometri di baracche concentrate nella pianura.

L’autostrada che porta al centro della città è continuamente intasata. Non si vedono molte auto di lusso (comprare un’auto è per un argentino molto più oneroso che per un europeo, essendo i prezzi praticamente identici, ma diversissimi gli stipendi). Gran parte delle macchine sono di media cilindrata. Poche le nuove. Parecchie quelle che per noi sono quasi oggetto da collezione. Molte sono vere e proprie carcasse arrugginite.
Superate le uscite per Buenos Aires centro, il traffico si scioglie e si riprende a viaggiare. Puntiamo nella zona  nord della provincia, verso il comune di Tigre, che si estende lungo il delta del rio della Plata.
Programma della giornata: gita in yacht lungo il fiume. Un amico di Mario ne possiede uno e ci ha gentilmente invitati a fare un giro.
Debbo precisare che, pur essendo di Genova, ho viaggiato sull’acqua rare volte, e sempre su mosconi o canotti o grandi navi… Gli yacht li ho solo ammirati dalle banchine.
Entriamo nel porticciolo e posteggiamo.

Martin mi dice: “Stai per conoscere la irrealidad argentina. Lo 0,5%…” Mario non è d’accordo. Secondo lui è 1%.
Attraversiamo la banchina in mezzo a frotte di barche a vela e yacht, fino a raggiungere il nostro. L’amico Michele, un panciuto e ridente  industriale, ci attende sorridente. “Anch’io origine italiana” mi fa stringendomi la mano.
Poi ci dà qualche dritta su cosa fare o non fare (in sostanza due regole: tenersi stretti e attenti alle capocciate se si scende in cabina). Per il resto, ci fa un ampio gesto, a dire: godetevela.
Subito mi trattengo. Un vago imbarazzo. Ma l’atmosfera è rilassata, il clima ottimo. Dopo cinque minuti sono  faccia al vento, sigaretta in una mano e Coca-Cola nell’altra. Con un sorriso tipo Garfield.
Comincia così il nostro viaggio lungo le centinaia di diramazioni del delta. Risalendo queste acque si arriva in Paraguay, scendendole si sfocia invece verso il mar de la Plata, e quindi l’oceano.
Intorno a noi una fitta vegetazione, di un verde intensissimo. Alberi giganteschi. Stupende case in legno (prezzo medio 50 mila euro…).


Salutiamo con beato gesto gli altri naviganti.
Mario mi spiega che queste terre a ridosso del fiume sono nate da formazioni di fango e foglie trasportate dalla corrente. Con il tempo si sono accumulate rubando spazio alle acque. Ogni tanto mi fa notare qualche piccola grumo di foglie che galleggia. Quelle diventeranno terra.

Verso le due facciamo una sosta. Ci addentriamo in una lingua di fiume che si fa più stretta e porta a un piccolo ristorante. Prima di mangiare faccio un tuffo.
Mentre nuoto in quest’acqua melmosa e oscura, dal colore marroncino (per via della fanghiglia che il fiume trascina dall’Amazzonia – mi spiegano) e in cui non si può vedere il fondo, mi viene un dubbio: che animali la abiteranno? “Mica coccodrilli?” chiedo mentre muovo le gambe per tenermi a galla. “Naaa…” mi rasssicura Michele. “Al limite piccoli” precisa Mario sghignazzando. Cinque secondi e sono fuori ad asciugarmi.
Poi pausa pranzo: vino e carne. Si chiacchiera. Quindi si riparte.
L’amico Michele sta al timone con un sorrisetto irremovibile. Ogni tanto mi indica qualcosa e spiega. Mi racconta dei suoi viaggi in Italia. Mi dice che viene spesso e ha diversi parenti. Ha anche la cittadinanza e, anzi, vota. Non mi addentro in questioni politiche. A occhio, non è il caso.
Chiedo invece informazioni sui vari aggeggi che vedo intorno al timone. Poi domando: “Senti, ma… con questo, si potrebbe arrivare in Italia?”
“Naaa” mi fa “Con questo non vai troppo lontano.” 


Il percorso mi ricorda quello descritto in Apocalypse Now, nel verde tropicale della Cambogia, mentre il gruppo di soldati risalgono con il battello il fiume, alla ricerca del misterioso capitano Kurtz.
Ma tra questi cespugli non ci sono vietcong. Siamo tutti amici – noi ricchi. 

 

Tags: Maurizio Teroni · Narrazioni

1 response so far ↓

  • 1 Nicoletta // mar 23, 2010 at 21:09

    Dopotutto e nonostante tu avessi altro da fare un poco di geografia, di buona geografia, l’hai assorbita a giudicare dalle tue narrazioni di viaggio

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